Luciano Tesi.
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Era appena ieri.
La vita e gli avvenimenti nella Valdinievole dal 1940 al 1945 visti con gli occhi di un ragazzo.
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2019. Marco del Bucchia Editore, Massarosa (LUCCA).
ISBN 978-88-471-0933-9.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un tuffo in un passato cos vicino ma allo stesso tempo ormai lontano. I ricordi riaffiorano alla mente e prendono forma, tratteggiati da Luciano Tesi, con rapide pennellate alla stregua di un quadretto impressionistico. Racconto semplice, racconto d'altri tempi, racconto di una fanciullezza senza dubbio pi genuina e pi ricca di valori di quella d'oggi ma anche pi difficile da affrontare: all'improvviso, infatti, sopraggiunge la bufera della seconda guerra mondiale (l'incipit della prefazione di Elena Guerri).
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L'AUTORE.
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Luciano Tesi (Monsummano Terme, 10 dicembre 1931)  un astronomo amatoriale italiano, di professione veterinario. Nel 1980 d vita al Gruppo Astrofili della Montagna Pistoiese (G.A.M.P.S.) che porta successivamente alla costruzione dell'Osservatorio astronomico della Montagna pistoiese da cui compir le sue osservazioni. Il Minor Planet Center gli accredita la scoperta di 178 asteroidi, effettuate tra il 1994 e il 2008, la maggior parte dei quali in collaborazione con altri astronomi. Luciano Tesi, - dopo essersi laureato in medicina veterinaria all'universit di Pisa - si  trasferito a San Marcello Pistoiese dove ha svolto la sua professione, dedicandosi alla cura degli animali e alla pubblicazione di alcuni libri (si ricordano: L'allevamento del cavallo, Bologna 1975; Piccola enciclopedia del cavallo, Bologna 1982).
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Era appena ieri.
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Prefazione di Elena Guerri.
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Un tuffo in un passato cos vicino, ma allo stesso tempo ormai lontano. I ricordi riaffiorano alla mente e prendono forma, tratteggiati da Luciano Tesi, con rapide pennellate, alla stregua di un quadretto impressionistico. Un racconto semplice, un racconto di altri tempi, un racconto di una fanciullezza cos diversa da quella attuale; pi genuina e pi ricca di valori, senza dubbio, ma anche pi difficile da affrontare. All'improvviso, infatti, sopraggiunge la bufera della seconda guerra mondiale. Essa  la responsabile della rottura della ritualit delle tradizioni e della tranquillit della vita quotidiana. Lo scrittore proietta nell'epoca del conflitto coloro che leggono, rievocando da un lato le caratteristiche del mondo contadino di allora in Valdinievole, dall'altro il trauma vissuto per la partenza del padre richiamato alle armi, la paura dei bombardamenti e il timore di perdere le persone care. La narrazione scorre veloce e la prospettiva  quella di un bambino di nove anni, costretto ad abbandonare la propria innocenza in modo prematuro, poich la grande storia ha compiuto un'irruzione dirompente nella vita privata di ogni famiglia italiana. Tesi conduce il lettore per mano nella Toscana di allora, dilaniata dall'occupazione nazifascista, senza mai perdere la speranza e
l'ottimismo. Le sue pagine hanno, quindi la capacit di far rivivere il quinquennio del 1940-1945 alle nuove generazioni.
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Giugno 1940.
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La nostra storia inizia intorno al 1940 e racconta i fatti che si svolsero nel quinquennio successivo nel paese di Cintolese, piccola frazione del comune di Monsummano dove allora vivevo.
 una storia, narrata un po' alla rinfusa, di quello che accadeva ad un ragazzo e alla gente di una piccola comunit nei tempi difficili della guerra che port tante sofferenze e tante rovine.
 in sostanza un tentativo di rivivere, attraverso i ricordi, le vicende del passato, facendo magicamente riapparire un mondo lontano, tanto diverso da quello di oggi, visto con gli occhi di un ragazzo di una decina di anni.
La mia incerta figura di bambino, un familiare, un amico, un paesano, sono i veri protagonisti del mio racconto.
Da questi ricordi non potr certo derivare una visione completa del mondo di allora, ma le vicende di ogni giorno, la quotidianit spicciola, i piccoli avvenimenti e gli episodi fugaci saranno in grado di darne comunque una immagine reale, anche se sbiadita; e ad essa faranno da sfondo i grandi avvenimenti mondiali della guerra.
Era il 10 giugno 1940: quella mattina il duce, come Mussolini si faceva chiamare, annunci l'entrata in guerra dell'Italia a fianco dell'alleato tedesco
contro la Francia e l'Inghilterra; successivamente lo stato di guerra fu esteso anche alla Russia e all'America.
Io allora avevo nove anni e frequentavo la terza classe elementare nella scuola di Cintolese, una frazione del comune di Monsummano.
Eravamo vicini alla fine di giugno, a pochi giorni dalla chiusura della scuola, e i miei pensieri, in sintonia con quelli di mille altri scolari, andavano alle vacanze imminenti e ai nostri giochi di ragazzi. Gi ci sentivamo immersi in quell'atmosfera di festa che aleggiava nell'aria quando alla fine dell'anno scolastico, coi primi caldi dell'estate, ci si apprestava a dare temporaneo addio ai quaderni, ai libri e alla maestra.
Era questo il momento che da giorni pregustavamo e che ci faceva sognare tutto quello che di bello ci aspettava. Intanto le dormite mattutine senza che la voce insistente della nonna o della mamma ci facessero saltare gi dal letto, poi le corse con gli amici tra i pagliai, le scorrerie furtive per rubare qualche frutto, le rincorse di sera dietro i pipistrelli, lo sguazzare coi nostri stivaletti nelle acque torbide del fosso dopo un temporale estivo.
Era un'atmosfera che, come me, credo tutti gli scolari avvertissero (e sicuramente anche ora avvertono), quando il Sole cominciava a scaldare le aie e nell'aria c'era quel profumo che veniva dai campi, quando una corsa ti bagnava la fronte di sudore e sentivi il bisogno di star fuori all'aria aperta.
Cos, se d'inverno le padulate (le piene del
Padule dopo molti giorni di pioggia) riempivano fossi e canali d'acqua gialla limacciosa, trasformando il Padule in un lago - suggestivo a vedersi ma impraticabile - in estate esso diventava un luogo meraviglioso, dove si poteva correre tra l'erba alta dei prati. Era stupendo per noi saltare di corsa i fossi quasi asciutti, affondare fino al ginocchio nel fango nascosto da un intreccio di crepe o andare in barchino nei fossi coperti dalle alghe verdi e dalle grandi foglie di ninfee.
Con il caldo, la Serrina, un bozzo d'acqua ai piedi di una piccola cascata lungo il ruscello che scorreva nei pressi del Palazzo del Bardi (e che ora  diventato un rigagnolo), o la Nievole, in fondo alla via del Padule che porta al Prato d'Amedeo, erano li ad accoglierci per un tuffo nelle loro acque limpide e fresche.
Ma non erano solo questi i luoghi d'incontro per i nostri bagni estivi.
Prendendo la stradina che passava davanti all'aia dei contadini dei Violi, in certi afosi meriggi, con una corsa di una decina di minuti, eccoci arrivati al bozzone di Barbadoro per una bella rinfrescata e per confrontarci in una gara di salti spericolati dall'alto della piccola cascata che il rio faceva in quel punto.
E poi c'era il mare di Viareggio che mi aspettava, un appuntamento che si ripeteva quasi ogni anno.
E la prima volta che lo vidi, il mare!
Ero arrivato li accompagnato dalla Paola del Cellini, che insieme ad altri ragazzi e ragazze avevano deciso una gita domenicale a Viareggio.
Nella tarda mattinata eravamo gi sulla spiaggia e il Sole picchiava forte. Insinuandomi tra le cabine e le sedie, che in file regolari ricoprivano l'arenile, arrivai l dove finivano gli ombrelloni, ma per l'eccitazione e forse per un po' di foschia che si stendeva sopra la superficie dell'acqua, non mi resi conto di primo acchito che il mare era li, proprio di fronte a me. Mi aspettavo una specie di grande fossato, un fiume enorme, qualcosa che avesse un argine al di l del quale scorresse un vortice d'acqua; invece mi trovai davanti una distesa grigia senza fine, immobile, immensa, senza confini che la contenessero. Non ero preparato a questo. Cos dovetti guardare e riguardare prima di realizzare che quello che mi stava davanti era veramente il mare.
E alla prima impressione non mi piacque granch: cos fermo, una vastit immobile, quasi senza vita. Ma poi, ritornandovi gli anni successivi con la mamma, lo conobbi per quello che veramente era e cambiai idea.
Con il suo moto senza fine, i suoi giochi sulla sabbia del bagnasciuga, il suo profumo che si sentiva da lontano (l'odore di salmastro che ora non si percepisce quasi pi), mi fece innamorare di lui. E allora scoprii la meravigliosa sensazione di essere avvolto dalle onde durante i bagni interminabili e l'emozione della lotta contro i cavalloni spinti dal libeccio. Ma anche nei giorni caldi di calma piatta divenne bellissimo prendere un patino e portarsi al largo per sentire il silenzio del mare.
Mi immergevo in acqua continuamente e vi rimanevo
per periodi lunghissimi lasciandomi cullare dalle onde, costringendo la mamma a intervenire pi e pi volte per farmi uscir fuori. L'acqua era diventata il mio elemento naturale, per questo in poco tempo imparai a nuotare come un pesce.
Ma si sa che i guai arrivano proprio quando ci si sente sicuri. E cos, un giorno che il libeccio spingeva sulla riva grossi cavalloni, essendomi allontanato un po' troppo, un'onda pi grossa delle altre mi travolse. Mi trovai ad annaspare sott'acqua e a cercare disperatamente un appoggio che mi consentisse di riprendere la posizione eretta e quindi di respirare; ma le onde erano pi forti di me.
E gi cominciavo a sentire un bisogno estremo di aria quando finalmente, non so come, mi ritrovai con la testa fuori dell'acqua e potei dare qualche bel respiro; subito dopo in poche bracciate raggiunsi la riva. Fu quella la lezione che mi convinse che sarebbe stato meglio non fare il bagno con il mare grosso.
Per qualche anno la mia accompagnatrice fu la zia Tina, sorella minore della mamma, che prendeva in affitto a Viareggio un piccolo appartamento per una settimana o due.
Lei, con quel suo viso dolce e quel corpo sottile e delicato, era di una sensibilit squisita; pur non avendo fatto scuole superiori era colta e appassionata di poesia e teatro. Faceva parte di una compagnia di attori non professionisti di Monsummano con cui andava in giro per i paesi della zona a recitare drammoni strappalacrime che facevano sempre il pienone (ne ricordo ancora uno, si chiamava Le due
orfanelle). Spesso mi portava con s e io assistevo alle recite seduto su una sedia delle prime file. A dire la verit non seguivo granch perch le storie d'amore mi facevano venir sonno e qualche volta mi sono anche addormentato.
Dotata di una bella vocina intonata, la zia Tina cantava spesso ed era piacevole ascoltarla.
A Viareggio, giovane e carina com'era, non le mancavano certo i corteggiatori e ricordo un bell'ufficiale di marina, il quale, impeccabile nella sua divisa bianca, veniva a casa a prenderci per accompagnarci al cinema o al caff Margherita dove, seduti davanti a un bel gelato, ascoltavamo il cantante del momento.
Allora, dato che la televisione non c'era e che la radio era roba da ricchi, era soprattutto attraverso i locali di questo tipo e il variet - l'avanspettacolo, cos lo si chiamava - che le nuove canzoni venivano fatte conoscere e diffuse tra la gente.
Li, a Viareggio, un irrinunciabile appuntamento l'avevo quasi quotidianamente con l'edicola che si trovava a due passi, proprio davanti al nostro appartamento, con tutte quelle immagini colorate e quell'odore di stampa fresca. Era qui che acquistavo i miei giornalini preferiti: Gordon Flash il signore dei mondi, Mandrake il mago gentiluomo, l'Uomo Mascherato e Cicio e Franco. Con le avventure di questi eroi mi perdevo nei sogni fantastici dell'adolescenza, quando il viaggiare con la mente tra realt e fantasia  una necessit fisica come il mangiare o il bere e, seppur immaginario, rappresenta uno dei momenti pi
veri della nostra esistenza.
Come molti bambini di quell'et ero piuttosto timido e molto sensibile di fronte a certi fatti che colpivano la mia immaginazione. Una persona zoppa con gravi difficolt a camminare, un vecchio che si trascinava lungo la strada o un bimbo con qualche grosso impedimento mi turbavano profondamente.
Sono sentimenti non facili da descrivere, ma pu aiutare a far capire quello che intendo dire ricordando un episodio.
Un giorno mi trovavo insieme ad altri ragazzi -avr avuto allora sette o otto anni - lungo il viottolo dietro la casa dei nonni che conduceva ai Violi, l nel tratto dove esso era interrotto da un fosso; per continuare il cammino bisognava spiccare un piccolo salto e raggiungere l'altro lato.
Mentre parlavamo tra di noi, in uno di quegli incontri improvvisati in cui spesso i ragazzi si ritrovano per confabulare, prendere accordi o stabilire iniziative di gioco, ecco giungere dal sentiero tra i campi un vecchietto, malandato anche nel vestire e quasi ripiegato su se stesso che, appoggiandosi ad un bastone si muoveva lentamente sul viottolo strascicando i piedi: doveva essere uno di quei mendicanti che ogni tanto passavano di casa in casa per chiedere un po' di elemosina.
Si avvicin senza dire una parola e, giunto al limite del viottolo, tent con un piccolo balzo di attraversare la fossa per immettersi sull'altra sponda.
Non vi riusc e cadde, o meglio scivol gi nel fossato, che per fortuna era poco profondo e asciutto.
Qualcuno di noi gli si fece subito vicino per aiutarlo e lentamente il vecchio si rialz. Tememmo che avesse riportato qualche danno, invece non si era fatto niente. Cos, sistemata alla meglio la borsa che portava a tracolla, riprese il suo bastone e, curvo come prima e senza una parola, s'incammin a passi strascicati gi verso la nostra casa.
Io rimasi scosso da questo episodio: stetti ancora un po' con gli amici e poi corsi a casa. Domandai del vecchio: non lo avevano visto, probabilmente era passato senza fermarsi.
Il mio pensiero ritornava a quanto accaduto e al poveretto solo, senza pi forze, senza aiuto. Un senso di sgomento mi angosciava come se io stesso fossi responsabile di quel triste avvenimento. Mi sentii oppresso da una sensazione di frustrazione e di impotenza, come se su di me improvvisamente gravasse tutta la piet del mondo per le sorti di un vecchio. Allora, senza farmene accorgere, col cuore gonfio scappai in camera, mi buttai sul letto e piansi.
Ma anche altri, oltre alla timidezza e la sensibilit, erano gli attributi che stavano al fondo del mio carattere, come per esempio la paura del buio e l'emotivit, anche se sono sicuro che essi siano facilmente riscontrabili, in misura diversa, in tutti i bambini.
Ascoltavo a bocca aperta le storie raccontate dalla nonna di orchi e lupi mannari, spettri e folletti e mi incuriosivano sempre le storie dei grandi che parlavano di strane presenze in questa o in quella vecchia casa, ma poi la sera, rannicchiato sotto le coltri
nel buio del mio letto, preso dallo spavento e dal batticuore, rimuginavo a lungo con la mente le fantasie che i racconti avevano suscitato.
A proposito di misteriose presenze ho ancora vivo il ricordo di un episodio che per un po' di tempo mi turb profondamente.
Da qualche tempo in casa nostra succedeva una cosa inspiegabile. Nella camera della mamma a una cert'ora della notte giungevano dei leggeri suoni metallici che duravano solo qualche istante e che si ripetevano di tanto in tanto. Era come un tintinnio appena udibile, ma ben distinto nel silenzio notturno, che non si riusciva a capire da dove venisse. Il babbo si era alzato pi volte per cercare di individuarne la provenienza, ma non c'era stato modo di venirne a capo, anche perch quando lui lasciava il letto, accendeva un lume e cominciava a muoversi per la casa tendendo l'orecchio in quella e quell'altra direzione, il tintinnio cessava.
I miei parlavano spesso sottovoce di questo misterioso suono e di quale spiegazione logica potergli dare e capivo che anch'essi erano turbati in quanto non riuscivano a trovare niente che potesse motivarlo.
In me, che ero sul chi vive e ascoltavo attento i loro frequenti accenni in proposito, dopo la prima curiosit cominci a subentrare una certa paura, ma nonostante ipotesi e congetture varie il mistero and avanti per molti giorni.
Che sar questo tintinnio dal timbro quasi melodico? Che cosa lo produce? Da dove viene?
Domande che per settimane rimasero senza risposta. Poi una sera...
Dopo cena eravamo seduti in cucina: il babbo era intento a fare le cartucce per la caccia e io ero li con lui e lo aiutavo porgendogli i vari componenti, Marcello era gi andato a letto e la mamma, come faceva spesso di sera, cuciva qualcosa.
D'improvviso nella stanza, immersa nel silenzio, giunse un debole suono metallico: tutti noi rizzammo le orecchie. Era appena percettibile ma chiaro e sembrava provenire dalla cantina li accanto.
Immediatamente il babbo si alz, prese dalla tavola il lume e si diresse verso la cantina (che sta proprio sotto la camera dei miei). Apr la porta e alla luce incerta della lanterna vide il responsabile del misterioso suono: un topo, un grosso topone che, correndo lungo la canna di un vecchio telaio di bicicletta appeso a un chiodo sul muro di fronte, ne provocava piccole oscillazioni con il conseguente sbattere del metallo sulla parete.
Il suono fantasma veniva da l: il mistero fu finalmente svelato e pass anche la paura.
Preso dalle fantasticherie delle imminenti vacanze, la terribile notizia della guerra per me, come per migliaia di altri ragazzi, pass quasi inavvertita e all'inizio mi resi vagamente conto soltanto delle preoccupazioni dei miei genitori per la possibilit che il babbo fosse richiamato alle armi. Ma era una eventualit che aveva per me un significato incerto, sfumato.
Richiamato alle armi? Che voleva dire? La guerra? Per me era solo una parola letta qualche volta sui libri o sui giornalini, riguardava fatti lontani nel tempo e avvenuti in luoghi sconosciuti, e il suo significato pratico stava tutto nei nostri giochi di ragazzi quando impugnavamo la spada o il fucilino di legno. Per noi un ferito era quello che aveva un braccio o una gamba fasciata e un morto quello che, dopo essersi accasciato lentamente a terra, si rialzava subito dopo per riprendere a correre. Le distruzioni, le rovine, le sofferenze e i dolori non facevano parte del gioco, quindi non esistevano.
L'estate pass rapidamente senza che le cose mutassero e ai miei occhi tutto restava come prima: il babbo che va al lavoro alla Grotta, la mamma che fa le solite faccende di casa, Marcello che mi segue come un'ombra in tutti i giochi e i divertimenti, la nonna che, poverina, si sforza di aiutare la mamma nei piccoli lavori domestici, il nonno che, nonostante gli anni, provvede, aiutato dal babbo, alla coltivazione dei nostri pochi campi.
Presto, per, dovetti rendermi conto che le cose stavano invece cambiando.
Gi l'anno successivo, il 1941, quando a ottobre ritornammo a scuola, ne vedemmo i primi segni: con attenzione insolita, che la stessa maestra ci richiese, vestiti del nostro grembiulino nero (le bimbe indossavano invece una camicetta bianca) ascoltammo la maestra Caramelli - che di nascosto per le sue forme generose tutti noi chiamavano maestrona - la quale ci parl di necessit storiche, di doveri e di patria,
concetti difficili che per la verit a noi sfuggivano. E infatti tutto fin l, e appena fuori dell'aula riprendemmo i nostri giochi, le corse, e le altre attivit di sempre.
Tuttavia gli avvenimenti stavano incalzando, e presto avrebbero trasformato anche il nostro modo di vivere quotidiano.
Intanto dopo qualche tempo comparvero, affissi alle pareti dell'aula, dei grandi manifesti che, con bella grafica colorata, ci invitavano a non raccogliere oggetti, tipo penne stilografiche, trovate per terra, perch poteva trattarsi di bombe disseminate dal nemico per provocare dolore, paura, mutilazioni e morte.
E in effetti molte volte avemmo notizia, non si sa quanto vera, di episodi gravi di questo genere avvenuti da qualche parte con conseguenze terrificanti.
Pi tardi alle pareti furono affissi anche altri orribili cartelli: raffiguravano le maschere antigas e il modo di usarle. L'impiego dei gas velenosi era gi avvenuto nella prima guerra mondiale e c'era la possibilit che ci potesse accadere ancora, per questo la gente doveva prendere familiarit con le maschere che evitavano di respirare i gas tossici.
Nella mia immaginazione di ragazzo per queste orrende figure diventavano teste di animali mostruosi e mi incutevano paura: io, semplicemente, evitavo di guardarle. Alcuni poster, come li chiameremmo oggi, illustravano come comportarsi al suono delle sirene di allarme che ci avrebbero avvertito dell'arrivo di aerei nemici: bisognava ordinatamente incamminarsi
verso i rifugi antiaerei, che, in realt, nei nostri piccoli paesi non c'erano affatto.
E non c'erano nemmeno le sirene di allarme, che erano riservate solo alle citt. Ma avemmo comunque occasione in seguito di sentirne il suono di queste lugubri voci: ti arrivavano all'orecchio da lontano, ti aggredivano e ti stordivano di terrore.
Fra i manifesti dedicati alla guerra ve ne erano alcuni che, al contrario, avevano un aspetto piacevole: erano quelli che si distinguevano per i colori e la regolarit delle linee che disegnavano vie, case, giardini, dando alle figure un piacevole senso di rigore geometrico che suscitava suggestioni di armonia e bellezza.
Ma l'armonia e la bellezza erano solo puramente d'immagine, perch la realt era molto diversa.
Allora, come ho detto, vivevamo in un mondo contadino, dove il duro lavoro della terra e la miseria lasciavano poco spazio all'abbellimento e al comfort delle case; i proprietari si guardavano bene dallo spendere in manutenzione dei fabbricati quello che ricavavano dai poderi e i mezzadri erano troppo poveri per migliorare l'arredamento delle loro case.
Il contatto costante e stretto con la terra e gli animali e il poco tempo disponibile da dedicare alla propria persona, facevano si che anche la pulizia personale venisse spesso trascurata.
Inoltre, la scarsit di risorse non consentiva alle province e ai comuni di investire, se non in modo ridotto,
in opere pubbliche (di edilizia scolastica o di sanit) o di attivare iniziative di carattere sociale.
Pochissimi disponevano in casa dell'acqua direttamente dai rubinetti, quasi nessuno aveva i servizi igienici all'interno dell'abitazione e per fare il bagno, di solito non pi di una volta alla settimana, normalmente si ricorreva a una grossa tinozza o a una conca piena d'acqua in cui si immergeva la parte inferiore del corpo.
Il viso, la mattina, si lavava con l'acqua della brocca che d'inverno era fredda da ghiacciare la pelle.
Come materasso i contadini pi poveri usavano ancora un saccone riempito di cartocci (cio foglie secche) di granturco che veniva disteso sopra una dura rete o un letto a molla che con il tempo si trasformava in uno scomodo giaciglio, o meglio, in una buca dove il corpo sprofondava.
Un sistema di fognatura praticamente non esisteva e le acque sporche venivano raccolte in cisterne in muratura interrate - le cosiddette botti - o smaltite a perdita nel terreno; le acque meno sporche, come quelle della cucina, erano fatte defluire in qualche fossa vicina che d'estate si trasformava in un rigagnolo puzzolente.
La quasi totalit dei vari tipi di macchine e macchinette elettriche che al tempo presente fanno parte dell'arredo di ogni cucina, erano ancora da inventare e tutti i lavori casalinghi venivano svolti manualmente; il telefono e la radio erano un lusso di pochi privilegiati, per non parlare della televisione, di cui non si conosceva nemmeno il nome.
Nel campo del sociale si era ancora all'anno zero e gli interventi di assistenza ai bambini e agli anziani, che oggi sono cos diffusi, erano in quei tempi del tutto (o quasi) sconosciuti.
La nostra famiglia, ricavando il necessario per vivere dal lavoro del babbo e solo in modo marginale dalla poca terra che si possedeva, riusciva a condurre un tenore di vita che si distingueva da quello travagliato e gramo dei contadini.
Quando abitavamo alla Vergine dei Pini avevamo avuto perfino una radio, non perch fossimo stati in condizioni di poterla comprare - i primi apparecchi costavano uno sproposito - ma perch ce l'aveva lasciata la zia Argia, quando era andata a stare a Roma. La sera, gli amici del babbo e i vicini venivano da noi e si sedevano intorno a quel cassettone di legno per sentire le notizie o qualche trasmissione interessante.
Quando poi andammo a stare dai nonni, non avendo loro ancora la corrente elettrica, la radio fu venduta o forse fu restituita alla zia: fatto sta che in seguito dalla casa spar e io non la vidi pi.
La rimpiazzammo per con una radio a galena che ci dette lo zio Raffaello. Era questa un aggeggio formato da una scatolina magica per mezzo della quale arrivava all'orecchio un suono cos flebile e lontano che pareva venisse dall'altro mondo; e dal momento che si ascoltava attraverso una cuffia auricolare poteva essere sentita soltanto da una persona per volta.
Io me le mettevo all'orecchio la sera quando andavo a letto, ed era eccitante ascoltare, solo solo, nel silenzio della notte, quella musica e quelle parole che venivano dal nulla. A volte mi ritrovavo a fissare stupito quella scatoletta prodigiosa, dove bastava girare una rotellina per udire suoni e voci incomprensibili, continuamente mutevoli, di gente diversa e lontana da noi.
Mi piaceva ascoltare la musica e alcune canzoni in voga, ma in particolar modo amavo sentire alcuni racconti fantastici che una volta alla settimana venivano trasmessi dalla radio nazionale. Al contrario, com' comprensibile, ero assai poco interessato alle notizie sugli avvenimenti politici e sulla guerra, che invece il babbo preferiva.
L'analfabetismo raggiungeva tra le nostre genti livelli molto alti. Non pochi ragazzi, a causa dell'urgente bisogno di manodopera da impiegare nei poderi, abbandonavano la scuola prima ancora della conclusione del ciclo elementare, e pochissimi nelle campagne arrivavano alle superiori. Molte delle persone adulte, specialmente tra i contadini pi vecchi, non sapevano leggere n scrivere, e se nessuno in famiglia era in grado di buttar gi due righe o di leggere una lettera portata dal postino, era d'obbligo ricorrere al letterato della zona, termine che stava a indicare non l'uomo colto ed erudito, ma pi semplicemente la persona che sapeva leggere e scrivere.
Al Cintolese svolgeva questa mansione Amedeo, il sagrestano, al quale comunemente si ricorreva anche nei casi pi difficili, quando si trattava di leggere -
e capire - un atto pubblico o di scrivere una domanda rivolta alla scuola o al comune.
Non vi erano asili per i pi piccini gestiti da istituzioni pubbliche, ma a Monsummano, prima della piazza, in cima a una larga scalinata, era aperto un asilo, tenuto dalle suore - di certo uno dei primi in tutta la zona - che accoglieva i bambini dai tre ai cinque anni.
Anch'io, con la mia brava borgetta (la borsa) di fibra marrone e la mia frittatina da mangiare a mezzogiorno, sono stato tra i suoi ospiti. Ma di sicuro quello stanzone pieno di bimbi sconosciuti almeno all'inizio non mi dovette esser piaciuto tanto, se  vero che il primo giorno le suore furono costrette a richiamare la mamma per calmarmi dai pianti incessanti.
E la frittata deve essere stato un piatto ricorrente nel mio men giornaliero, perch il suo odore mi ha poi perseguitato per anni, anche durante l'adolescenza: bastava che mi arrivasse un vago odore di frittata perch si accendesse nella mia mente il ricordo di quella grande sala e delle suore con i loro cappelloni bianchi.
L'assistenza sanitaria, come ho accennato, era limitata all'essenziale e le malattie infettive pi temibili (tubercolosi, paralisi infantile, difterite, polmonite ecc.) erano diffusissime specialmente tra i bambini, che spesso soccombevano, ma anche gli adulti ne erano di frequente colpiti. La sanit pubblica si limitava ad assicurare nel territorio del comune la presenza del medico condotto, del veterinario e della levatrice (i bimbi di solito nascevano in casa).
Ma era soprattutto la mancanza di idonei farmaci - antibiotici in primis - a creare situazioni di grave pericolo per cui era facile morire per una infezione banale, una appendicite o un parto. A causa del freddo, cui erano usualmente esposti, era molto frequente vedere un bambino col volto ornato da due lunghe candele pendenti dal naso; uno spettacolo del genere oggi farebbe subito invocare la visita di un dottore, allora non impensieriva pi di tanto.
In tutto questo, tuttavia, vi era anche un lato buono: per le condizioni igieniche precarie in cui vivevano, i giovani crescevano ben temprati alle avversit ambientali, per cui di rado venivano colpiti da malattie che oggi sono invece molto frequenti come l'asma e le allergie.


Povera gente.

Le abitazioni della gente del Cintolese erano, per la maggior parte, dimesse, umili, spoglie, in condizioni che lasciavano molto a desiderare sia all'interno che esternamente, e consistevano perlopi nella cucina dalle pareti annerite, con un tavolo e alcune vecchie sedie, e in qualche camera disadorna, con il letto e poche suppellettili. Tuttavia non era raro vedere case a cui le massaie, pur nella miseria, si sforzavano di far assumere un aspetto ordinato e dignitoso.
Le vie, ad eccezione della provinciale che attraversava il paese e che ogni tanto veniva ricoperta di asfalto ruvido e ghiaioso, erano piene di buche, polverose d'estate e fangose d'inverno. Nei periodi piovosi le ruote dei carri vi affondavano fino al mozzo e le gambe degli animali vi rimanevano immancabilmente impantanate: allora era un accorrere di gente che si metteva a spingere e dava una mano a far uscire il barroccio dalla mota, mentre il conducente tirava il cavallo per le briglie e lo incitava con la voce e con la frusta.
I buoi avevano una forza straordinaria: nella brutta stagione, nella via del Fossetto, questi splendidi animali aggiogati a paia, con le gambe infilate fino alle ginocchia nel pantano della strada, tiravano carri sprofondati nel fango colmi di rape da somministrare
alle bestie, con una facilit sorprendente.
Il fango, o mota, come comunemente si chiamava, specialmente nel periodo autunnale quando pioveva a lungo e d'inverno allorch il terreno dimoiava (cio si ammorbidiva per il disgelo), era una costante del nostro vivere quotidiano e, oltre che nei campi, si trovava dappertutto: nella via, nell'aia, nei viottoli; si appiccicava alle suole delle scarpe e inevitabilmente si portava in casa.
Era la disperazione della mamma che poi doveva toglierlo dal pavimento e lavare le scarpe. Quante brontolate: "Come le hai le scarpe? Puliscile prima di entrare". Oppure: "Ma non lo vedi che mi porti la mota dappertutto?"
Al Cintolese le case correvano ai due lati della via provinciale, salvo allargarsi all'incrocio con la strada che dal Pozzarello porta al Fossetto, per lasciar posto alla piazza su cui troneggiava, in posizione sopraelevata, la chiesa parrocchiale.
Di fronte a questa, sull'altro lato della strada, si allungava l'edificio della scuola elementare: grande e solido, costruito da non molti anni, con le sue ampie finestre e il suo cortile interno dove ci riparavamo dalla pioggia prima di entrare in classe e dove nelle belle giornate di primavera facevamo ginnastica.
Il paese era piccolo e per la gran parte disposto lungo la strada provinciale. Non aveva banche n uffici pubblici se non quello della posta, con il suo bravo telegrafo; poi c'era il circolo - allora si chiamava dopolavoro - che aveva anche una sala biliardo, e la fiaschetteria, o come si dice adesso il bar da Bongi.
Qui gli uomini si ritrovavano il sabato sera e la domenica per una partita a carte e bere un bicchiere di vino. C'erano inoltre un paio di piccoli negozi dove si vendeva di tutto e la bottega del barbiere (tenuta dallo zio Alfrisio, fratello maggiore della mamma), affollato luogo di ritrovo nel quale si commentavano gli avvenimenti sportivi, si parlava di caccia e di quello che accadeva in paese; ma la politica era esclusa dalle conversazioni, e della guerra stessa, da poco iniziata, si parlava pochissimo e solo per commentare le imprese dei nostri soldati. Era pericoloso parlare degli episodi negativi, si trattasse di una sconfitta in una battaglia o della perdita di navi o di territori, passati in mano al nemico. Il regime sorvegliava e controllava tutte le fonti d'informazione per cui le notizie arrivavano censurate ed era difficile capire quello che in realt stesse accadendo.
Molto frequentata era anche l'officina di Dante, posta all'inizio di Via del Treppio, dietro la chiesa: un locale ampio e buio dove egli riparava le biciclette, che erano allora il mezzo pi diffuso per spostarsi.
In ogni famiglia ce ne era almeno una, da uomo con la canna orizzontale, dove di solito si mettevano seduti i ragazzi da accompagnare in qualche posto, o da donna, che consentiva di pedalare senza che la gonna si alzasse, perch guai se la ciclista lasciava vedere un po' di gambe! Le ragazze, proprio per evitare che ci avvenisse, comunemente tenevano con una mano il manubrio e con l'altra tiravano gi di continuo la sottana. Naturalmente c'era sempre qualche ragazzo che sbirciava e qualche ragazzina che si
dimenticava di abbassare la veste.
La bici era usatissima da tutti quotidianamente, sia col Sole che con la pioggia, e addirittura anche con la neve.
Ricordo un solitario ciclista sotto una nevicata fitta fitta a larghe falde, che, passando un giorno lungo la strada davanti alla casa di Ivo di Zore, per la neve che lo ricopriva si era ormai trasformato in un candido fantasma; e noi a ridere e a prenderlo in giro dietro il vetro della porta di casa di Ivo.
Ma il problema maggiore, con la bicicletta, era quello di proteggersi dalla pioggia specialmente quando veniva gi con il vento, fitta e di traverso, perch era impossibile tenere l'ombrello aperto; un parziale rimedio consisteva nell'appoggiare sulle ginocchia e sul manubrio un telo incerato o un sacco da farina vuoto - come molti facevano - ma era comunque difficile non arrivare a casa inzuppati mezzi.
Quanti raffreddori mi sono preso dopo una bella doccia fatta in bici andando o tornando da scuola, specialmente se, come nel primo caso, rimanevo bagnato per ore! Per difendermi dalla pioggia la mamma mi aveva comprato una mantellina di tela cerata col cappuccio, ma contro le sferzate del vento che ti infilavano l'acqua dappertutto non c'era niente da fare; e con il freddo invernale che ti intirizziva, il mal di gola e la tonsillite erano pi che assicurati.
L'altro mezzo essenziale per spostarsi era il cavallo che veniva utilizzato per il traino della carrozza o del calesse e che, attaccato al barroccio o al carro, era usato comunemente anche per il trasporto delle merci.
Lungo la strada provinciale era un incessante via vai di carri a due ruote pieni di sacchi, balle, botti, damigiane e via dicendo, mentre pi rare erano le carrozze con qualche passeggero a bordo.
Al Cintolese c'era un servizio pubblico di questo genere, la carrozza di Antora - cos si chiamava il vetturino - che attaccata a un vecchio cavallo magro e sfiancato, trasportava a pagamento le persone che avevano necessit di recarsi alla stazione, all'ospedale, al mercato di Monsummano o in altri luoghi pi o meno distanti.
A volte i carichi da trasportare erano molto pesanti e sulle salite il tiro poteva trovarsi in difficolt, allora intervenivano i trapeli: uno o pi cavalli che normalmente stazionavano in stalle situate all'inizio delle salite e che, dietro compenso, accorrevano in aiuto.
Ogni tanto accadeva che un cavallo si liberasse e, scorrazzando per le strade con il suo galoppo senza freni, venisse a costituire un serio pericolo per la gente.
 quanto successe una volta a un puledro che Paolo del Cellini teneva nella vecchia stalla: sento ancora le grida dell'Armida Rafanelli che lanci l'allarme e ho davanti agli occhi le corse di Paolo - e di altri che erano venuti in aiuto - lungo la stradina di casa nostra per cercare di bloccarlo.
Un cavallo, specialmente se giovane, una volta libero ha voglia di correre per dare sfogo al suo innato senso di indipendenza, per cui non  facile riprenderlo.
Paolo ci riusc dopo una buona mezz'ora con tanta pazienza, toni carezzevoli e una generosa offerta di biada.
Per me, a dirlo fra noi, episodi come questi erano spettacoli da non perdere.
Talvolta tra proprietari di cavalli, specialmente all'osteria dove i barrocciai si ritrovavano per mangiare un boccone, si accendevano delle furiose discussioni sulla forza di questo o quel cavallo, perch ognuno si vantava di possedere un animale pi forte degli altri. Dopo polemiche a non finire, per stabilire chi avesse ragione, si ricorreva alla prova della martinicca: al barroccio venivano tirati i freni - la martinicca appunto - che ne bloccava le ruote, e poi con mezzi energici, adoperando anche la frusta, si spingeva il cavallo a muoversi. Se i freni non erano sufficienti allora due uomini, uno per lato, agivano sui raggi facevano forza sulle ruote per contrastare l'azione del cavallo.
Scene di questo genere avvenivano spesso nel piazzale antistante la trattoria dei Violi, dove ero solito andare su richiesta della mamma a comprare qualcosa da mangiare, dato che l si vendevano anche generi alimentari.
Anche nelle compravendite, quando si accendeva una disputa sulla capacit di tiro di un cavallo, si ricorreva al solito metodo del barroccio frenato.
A proposito di compravendita di animali mi viene in mente quella figura particolare, ora quasi scomparsa, ma che allora rivestiva un ruolo molto importante in queste circostanze, il sensale:
vero professionista del settore. Spesso egli stesso commerciante
di animali, il sensale - o mediatore, come pure veniva chiamato - con fare melodrammatico e con parole sempre sopra le righe, ora inveendo ora blandendo, cercava di mettere d'accordo le parti e far concludere l'affare, secondo un rituale che era un vero spettacolo.
Normalmente il venditore faceva la richiesta e di solito partiva con una cifra piuttosto alta, per presto ridurla dopo che il compratore, mostrandosi sdegnato e offeso, concludeva con un: "Allora posso anche andar via, perch mi pare che tu non voglia vendere" accompagnando le sue parole con la mano tesa per il saluto finale.
Mentre si allontanava, fingendo di volersene andare davvero, ecco entrare in scena il sensale che lo richiamava e poi, avvicinatosi di nuovo al venditore, con preciso tempismo, afferrava le mani dei due contendenti e, scuotendole su e gi con forza, pronunciava le fatidiche parole: "Tre carte e mezzo e l'affare  fatto".
Alle rimostranze, sempre pi deboli di uno dei due replicava offeso: "Mi venga un colpo se un  il prezzo onesto. Garantisco io, il prezzo  onesto!" Concludendo con: "Pisci sangue se un di'o il giusto. L'affare  fatto".
La pantomima spesso non finiva li e proseguiva a lungo fino al momento in cui, dopo un tira e molla senza fine, la vendita si concludeva con una solenne bevuta.
Le strade erano animate da viandanti, ciclisti,
carri e cavalli, ma una persona di oggi sarebbe di certo stupita dal silenzio che regnava nelle vie in quei tempi, essendo i possessori di motociclette rari e quelli di automobili rarissimi: credo che al Cintolese l'unico a disporre di un'automobile fosse il dottor Giovannoli, medico del paese e proprietario di una Balilla. I camion poi, con quell'aspetto di vecchia carretta che avevano, facevano allora la loro prima comparsa sulle vie.
Le attivit artigianali erano scarsamente sviluppate e primeggiavano quelle delle erbe palustri, quelle delle scope, del fabbro, del carraio, dove ci che contava erano soprattutto l'occhio, la mano e l'esperienza.
Il Secco aveva la sua officina di carraio dietro la chiesa, proprio accanto alla casa della nonna materna, la Beppa, o Beppina come di solito era chiamata.
Quando andavo a trovarla facevo sempre una capatina nella sua polverosa falegnameria per vederlo lavorare, affascinato ogni volta dalla facilit con cui il vecchio artigiano e il suo figliolo, l'Amico, maneggiavano l'ascia per modellare un aratro o un giogo da buoi. Stupito sempre nel vedere prender forma dai tronchi di legno le ruote, il pianale, le fiancate, il timone, l'assale e infine il carro completo. Bisognava vedere la sveltezza e l'abilit di questi maestri del legno nell'impiego della pialla, dell'ascia, della sega.
I nomignoli con cui venivano chiamate queste due persone non erano ovviamente i loro veri nomi,
ma i soprannomi dati loro per un particolare che li caratterizzava e che erano: l'aspetto asciutto della figura dell'uno e l'amabilit e la disponibilit dell'altro, il quale in effetti era un vero compagnone.
Era una consuetudine comune quella di attribuire alle persone, specialmente da ragazzi, nomignoli che poi rimanevano loro appiccicati per sempre; e cos oltre al Secco e all'Amico, al Cintolese c'erano: il Gamba, lo Zucchino, il Morino, il Maicche, il Culo, il Maestro, l'Arcano, il Bombolo, il Pisa, il Dido, il Biondo, il Magro e molti altri di cui il tempo ha cancellato il ricordo.
La chiesa, disposta sul piazzale rialzato a lato della Via del Pozzarello, era come tutte le chiese: imponente, con un largo frontale aperto sulla strada provinciale e il suo campanile dall'aspetto un po' tozzo. In cima erano collocate tre o quattro campane di dimensioni diverse. Erano queste che con i loro suoni, allegri nei giorni di festa, cupi nei momenti del dolore, scandivano la vita della comunit. Avevano un suono per ogni funzione religiosa, per ogni avvenimento: la mattina presto chiamavano alla messa con rintocchi staccati, la sera invitavano alle preghiere del vespro con suoni brevi ripetuti, a mezzogiorno annunciavano l'ora meridiana con un allegro scampanio, al tramonto segnalavano l'or di notte (un'ora dopo il calar del Sole) con uno scampanellio di breve durata e in fine, in occasione delle grandi feste, suonavano tutte insieme a distesa per annunciare la lieta solennit.
Il loro suono si spandeva tra le case e nei campi
portato dalla brezza estiva o dal maestrale impetuoso, variando d'intensit a seconda della direzione del vento, forte quando spirava lo scirocco, appena percepibile con la tramontana. Svolgevano una funzione importante perch era proprio su questi suoni che la gente regolava la propria vita.
All'interno, impregnato dal tipico odore di tutte le chiese - un misto di chiuso e di incenso - un bell'altare di marmo bianco con venature rossastre dominava la parte di fronte all'entrata principale, mentre due grandi riquadri posti a mo' di altari secondari sulle pareti laterali erano dedicati a Ges e alla Madonna. Sulla destra, sopra la porta di entrata laterale, era collocato un piccolo pulpito di legno, da dove nel periodo della quaresima o delle feste di Natale un prete, o un frate venuto da fuori, teneva le prediche e si sforzava di toccare l'anima dei fedeli con le parole della Bibbia o dei Vangeli, modulando i toni che divenivano ora pacati e carezzevoli, ora vibranti e infuocati.
Le donne di chiesa apprezzavano molto le prediche e quando un predicatore riusciva a imporsi per la foga oratoria, la sua fama si diffondeva e richiamava una folla insolita, era ammirato e se ne parlava in giro un po', con i dovuti distinguo, come i divi della televisione di oggi.
I preti allora avevano grande influenza su tutto e tutti, non sfuggiva loro niente di ci che succedeva nella comunit e specialmente da parte dei parrocchiani pi devoti non veniva dato il via a un progetto, o intrapresa una iniziativa di una certa importanza, se
non dopo aver sentito il parere del parroco. D'altra parte vi era tra la gente semplice un diffuso sentimento religioso e molti riconoscevano nel prete una guida - non solo spirituale - attraverso il cammino non facile della vita di allora.
A lui ci si rivolgeva per un consiglio, un parere, una raccomandazione, e la povera gente - i contadini in particolare - quando subivano un'intimidazione o un sopruso da parte del fattore o del padrone, spesso non aveva altro appoggio se non quello del prete.
D'altro canto egli rappresentava l'ordine costituito ed era sempre pronto a ridimensionare e a ricondurre nei giusti limiti qualsiasi iniziativa che andasse al di l del consentito: i tentativi di emancipazione, o peggio di ribellione al sistema, non erano tollerati e quindi venivano subito scoraggiati e isolati.
Insieme al medico, al farmacista e ad altre figure eminenti, rappresentava l'autorit del paese, a cui erano dovuti rispetto e considerazione.
Mi piaceva tanto entrare in chiesa nei momenti in cui era chiusa ai fedeli quando era deserta e silenziosa; e cos approfittavo talvolta delle occasioni che mi si offrivano durante i ripassi scolastici estivi per farvi una rapida visitina.
Per mantenermi in allenamento, durante le vacanze, la mamma mi faceva frequentare le lezioni di italiano e aritmetica che Amedeo, il sagrestano chiamato da tutti maestro, teneva in una grande stanza della canonica. Da qui, attraverso una porticina quasi nascosta in fondo alla sacrestia, raggiungevo quel luogo sacro con grande timidezza e devozione.
Mi soffermavo in quella zona che sta dietro l'altare maggiore curiosando nello spazio riservato ai coristi il quale, forse perch buio e nascosto quindi misterioso, aveva per me un fascino particolare. Qualche volta mi spingevo proprio fino all'altare maggiore per osservare la grossa croce che lo sovrastava con la figura dolente di Ges.
In fondo alla stanza del coro vi era una porticciola che immetteva nella torre campanaria. Suonare le campane era un'arte ed era una mansione riservata a gente esperta, diceva il maestro. E di sicuro lo era l'aiutante sagrestano, Renato dello
Zucchino, detto Culo per via di una specie di brusco saltello che a causa di una gamba pi corta il suo didietro faceva a ogni passo. Da piccolo era stato travolto da un cavallo e l'infortunio lo aveva lasciato zoppo.
Pare appunto che Culo, seppur storpio e mingherlino com'era, sapesse suonarle come nessun altro. "Oltre alla sua esperienza ci mette anche tutto il cuore" diceva Amedeo sorridendo furbescamente.
Quella dello Zucchino era una famiglia nota a tutto il Cintolese per la sua miseria. Tutti conoscevano il vecchio padre che se ne andava con un carretto, un badile e una vecchia scopa lungo la strada provinciale a raccogliere le cacche dei cavalli, che rivendeva come concime per guadagnare due soldi.
Da tempo covavo dentro di me un desiderio che credo sia (o sia stato) di quasi tutti i ragazzi: quello di suonare le campane. Cos un giorno ci provai. Fu un'esperienza terribile: non avendo lasciato in tempo la presa della fune, come mi era stato
raccomandato, fui sollevato in alto fin quasi a toccare con la testa il soffitto della piccola stanza, dove le funi arrivavano penzolando dall'alto attraverso due fori nella volta. Aggrappato alla fune mi sentii trascinare su da una forza violenta quanto improvvisa e tutto fin bene solo perch alla discesa successiva riuscii a lasciare in tempo la presa. Non ci provai mai pi.
Fuori dal centro del paese si spargevano per la campagna le case, che si riaggregavano qua e l, a formare delle grandi corti: Meazino, il Carro, i Violi ecc., dove abitavano diverse famiglie.
Proprio al Carro aveva la sua casa e la sua officina Cecco il fabbro: un tipo originale, grosso di corporatura, con un faccione grande e gli occhi nascosti dietro due piccole lenti rotonde, una specie di Archimede. In realt pi che un fabbro, era un insuperabile riparatore di qualsiasi oggetto rotto o guasto, ma la sua specialit erano le sveglie e gli orologi. Andavo ogni tanto a trovarlo nel suo antro: uno stanzone con le pareti affumicate, buio e strapieno di oggetti pi disparati, con al centro una forgia che quando era in funzione vomitava faville tutt' intorno. E lo guardavo mentre smontava una sveglia o riparava un paio di occhiali, ammirato dalla sua ingegnosit e meravigliato di come una persona priva di qualsiasi istruzione, e forse senza aver imparato da nessuno, riuscisse a essere cos abile nel fare quelle cose. Era conosciuto da tutti, e tutti si rivolgevano a Cecco per la riparazione di oggetti casalinghi.
In paese in un certo senso aveva un concorrente,
Arcano lo stagnino, il quale per limitava i suoi interventi solo ad alcuni oggetti ben definiti: le pentole, le brocche, le conche e i secchi. Lui lavorava anche a domicilio e ricordo che una volta, con la sua cassetta stracolma di attrezzi di ogni genere, venne a mettere alcuni punti alla nostra conca che si era fessurata.
La conca era un oggetto molto importante nell'economia della famiglia perch serviva a fare il bucato. In mancanza delle lavatrici di oggi, naturalmente si faceva tutto a mano. Come detergente, oltre alla liscivia (sostanza utilizzata soprattutto per la sua propriet sbiancante) e al sapone spesso fatto in casa per economizzare, si usava anche la cenere che veniva sparsa tra i vari strati di panni.
Con questo sistema, dopo aver scaldato ben bene l'acqua, si otteneva un bel bucato candido e dal profumo di pulito; come residuo, rimaneva il cosiddetto ranno, un liquido saponoso dalle ottime propriet pulenti che era utilizzato separatamente per i panni pi delicati.


Famiglie contadine.

Quelle della campagna del Cintolese erano per lo pi, come ho detto, case di contadini. Case grandi con stanze enormi, specialmente la cucina che era poi il locale dove si svolgeva la maggior parte della vita familiare. Al centro era piazzata la grande tavola di legno, sporca e consunta, circondata da vecchie sedie impagliate. Su un lato, spesso di fronte alla porta d'ingresso, si trovava il focolare, enorme, sormontato dalla sua cappa nera. Qui, da una parte, era piazzata una vecchia poltrona di legno normalmente riservata al capoccia (cos era chiamato il capofamiglia, che di solito era la persona pi vecchia di casa) o a un malato; dall'altra erano collocati i fornelli a carbone utilizzati per far da mangiare. In quasi tutte le case, vicino al focolare, si trovava il forno per fare il pane con la sua bocca affumicata chiusa da un pannello di ferro. Su un altro lato della stanza una madia serviva a impastare la farina per il pane e a conservare, oltre al pane vecchio, il lievito e le uova che venivano sprofondate nella farina per mantenerle meglio. Vicino era collocato l'acquaio di pietra scura, dove si lavavano i piatti e che serviva anche per un sommario lavaggio delle mani e del viso; l'acqua solitamente si attingeva da una brocca di rame posta l a lato.
Per pulire le pentole e i tegami, mancando i saponi liquidi di oggi, si usava un po' di cenere o del terriccio stropicciato ben bene, ci era sufficiente a
eliminare i residui della cucina ma non a far scomparire del tutto lo strato nero di fuliggine che la fiamma e il carbone avevano impresso sulla loro superficie.
Una panca di legno addossata alla parte libera di un muro completava l'arredamento e il tutto era contornato da quattro pareti scalcinate e affumicate.
Vi era anche il salotto, ma era pi un ripostiglio per le cose importanti della casa piuttosto che una stanza abitata e frequentata perch, essendo riservato alle occasioni speciali come l'arrivo di un ospite di riguardo, il pranzo per la battitura del grano, il prete quando veniva a dare l'acqua santa e cos via, rimaneva chiuso per la maggior parte del tempo. Qui si trovavano qualche seggiola buona, la credenza con i serviti da tavola e le belle tovaglie da mettere sulla mensa nelle occasioni speciali; vi era riposto anche il fucile da caccia insieme alle cartucce. Siccome era di solito anche un luogo fresco, fungeva anche da dispensa: vi si conservavano le coppie di pane appena sfornate, il burro (immerso in un vaso pieno d'acqua fresca rinnovata di frequente), il prosciutto e gli altri prodotti di maiale che venivano appesi al soffitto con un robusto spago.
La casa colonica delle nostre campagne aveva una sua tipicit.
Orientata comunemente a mezzogiorno, era disposta di solito su due piani avendo al piano terreno la cucina, il salotto e qualche altra stanza che svolgeva anche la funzione di ripostiglio o di granaio; al piano superiore le camere da letto, le quali erano in comunicazione
diretta tra di loro, sicch mancando un corridoio di servizio, si passava dall'una all'altra attraverso un'apertura spesso priva di porta. Ci toglieva alla camera la sua peculiarit di luogo riservato e intimo.
Dalla cucina una porticciola collegava l'abitazione con la cantina piena di tini, botti, damigiane e fiaschi dove si conservava il vino. Da qui, a meno che non fosse situata in un edificio separato come accadeva per i poderi delle grandi fattorie, si passava alla stalla dove erano ricoverate le bestie: un paio o due di buoi, qualche mucca, un vitello da ingrasso e in qualche caso un ciuchino o un cavallo.
Il pollaio e il porcile, dove trovavano posto uno o due maiali, erano collocati su di un lato dell'aia, sempre molto ampia, ben pulita e limitata da alcuni pagliai. Il fienile, chiamato barco, con la sua facciata esterna in mattoni messi in modo da lasciar passare l'aria per la necessaria ventilazione, sovrastava la stalla. Infine una grande capanna, spesso con le pareti fatte di canne palustri, era addossata a un lato della casa e accoglieva il carro, l'aratro, il giogo per i bovi e gli attrezzi per il lavoro dei campi.
Di pi bell'aspetto erano le case dei poderi delle grandi fattorie, poich presentavano una facciata ornata da una scala esterna e da una piccola loggia che al primo piano immetteva nella cucina. Le camere erano situate sullo stesso piano, mentre al piano terreno erano disposti il granaio e le cantine. Spesso a lato dell'abitazione un bell'arco fungeva da entrata per un grande locale in cui erano riposti il carro dei
buoi e tutti gli attrezzi agricoli. Un edificio separato era riservato alla stalla e al ripostiglio per la paglia.
Due parole in pi bisogna spenderle per l'aia chiamata anche corte. Luogo di grande rilievo nell'economia della famiglia contadina, essa si apriva spaziosa davanti alla facciata della casa, con la sua superficie liscia, ripulita di frequente dall'erbaccia e dai sassi.
Ospitava i pagliai che con i loro stolli, lunghi pali verticali infissi nel terreno per sostenere il mucchio di paglia, sormontati alla sommit da un bussolotto di latta, caratterizzavano le corti dei nostri poderi. Non di rado era contornata da alcuni alberi di gelso che nell'estate formavano un luogo ombroso dove ci si ritemprava delle fatiche dei campi; a volte era l'ombra di una pergola di viti davanti alla casa che creava un angolo fresco dove riposarsi.
L'aia era lo spazio dove si lavoravano la gran parte dei prodotti della terra. Qui il grano veniva raccolto e battuto e per l'occasione e l'aia subiva un maquillage del tutto particolare: per tutta la sua estensione veniva ricoperta da uno strato di uno speciale impasto, detto buina, fatto con sterco bovino sciolto in acqua a formare una poltiglia che, stesa con una scopa, una volta seccata rendeva il terreno levigato e privo di polvere.
Il granturco subiva qui la scartocciatura, cio la ripulitura delle pannocchie dalle loro foglie secche, poi l'essiccazione. Sempre sull'aia l'uva era sottoposta alla strizzatura, i fagioli e i ceci alla battitura e alla pulitura. Insomma la maggior
parte delle derrate alimentari coltivate nel podere trovavano in
questo ambiente il luogo pi adatto alla loro preparazione.
Era un po' la piazza della famiglia e del vicinato, dove ci si ritrovava per le necessit di lavoro ma anche, al ritorno dai campi, ci si raccoglieva per godersi il meritato riposo al fresco della sera.
In un angolo era sistemato il pollaio, anche se molto spesso le galline erano lasciate in completa libert a razzolare intorno alla casa. Non di rado vicino a esso si trovava un piccolo stagno o scorreva un ruscelletto dove sguazzavano alcune anatre e qualche papero.
Elemento essenziale di ogni casa contadina infine era il pozzo dell'acqua usata per tutte le necessit familiari e di lavoro, comunemente ubicato in fondo o di lato all'aia. Uno degli inconvenienti pi frequenti e temuti dalle massaie era quello di perdere la brocca o il secchio, che sganciatosi dalla catena o dalla fune, talvolta finiva in fondo al pozzo. Allora si ricorreva a un aggeggio speciale detto raffio, che munito di uncini di ferro, si gettava, legato a una corda, nel fondo del pozzo per cercare con varie manovre e diversi tentativi di agganciare e tirar su il recipiente perduto. Se si era fortunati il recupero avveniva ai primi sforzi ed era un vero successo, ma non sempre era cos facile perch poteva accadere che, dopo essere riusciti a uncinarlo, si sganciasse di nuovo proprio quando si stava per afferrarlo. Ripescare la brocca finita dentro il nostro pozzo era compito mio: con il raffio dragavo il fondo manovrando pi e pi volte nel tentativo di attaccare con il gancio il
manico del recipiente. Il trionfo arrivava quando, dopo poco, mi presentavo alla mamma con la brocca in mano, ma succedeva anche che, dopo aver provato e riprovato per qualche mezz'ora, dovessi darmi sconfitto e ritornare deluso a mani vuote.
I contadini avevano poco tempo per tutto ci che non fosse il lavoro dei campi. Per tradizione e cultura, ma prima di tutto per necessit pratiche dovute al contatto quotidiano con la terra e gli animali, prestavano scarsa attenzione alla cura delle proprie abitazioni, anche se le donne cercavano di abbellirle come potevano. Ci non deve stupire perch il loro modo di vivere traeva continuit con il lontano passato del periodo medioevale, continuit che non si era mai interrotta.
I modi e i mezzi con cui il mondo agricolo procedeva erano infatti ancora quelli dei secoli precedenti, rimasti immutati attraverso i tempi.
Solo di recente la fatica dell'uomo era stata alleviata dall'introduzione di alcune macchine come ad esempio l'aratro di ferro, il trattore, la trebbiatrice; anche se per i lavori della terra erano ancora determinanti i buoi (i cavalli da noi erano poco usati per questi scopi), con i quali si arava, si erpicava, si facevano i solchi, si trainava il carro per trasportare l'erba, il fieno, il grano maturo. Non c'era famiglia di contadini, specialmente delle fattorie pi grandi come quella dei Poggi Banchieri o del principe Borghese, che non avesse almeno un paio di grossi buoi bianchi dalle lunghe corna. La gente tuttavia non si lamentava e lavorava dall'alba al tramonto tirando avanti alla
meglio, accontentandosi di far festa la domenica andando a messa la mattina e al cinematografo o al circolo per una partita di carte al pomeriggio.
Era un lavoro duro il loro, perch si trattava di tenere in mano la zappa o la vanga per ore e ore o di maneggiare l'aratro per campi lunghissimi, o ancora di brandire senza posa la frullana, la grossa falce per tagliare l'erba, oppure di star chini per un giorno intero con il falcetto in mano a mietere il grano.
I lavori pi duri erano riservati naturalmente agli uomini, di solito erano loro che zappavano, aravano, tagliavano l'erba per la fienagione, vangavano le prode (strisce di terreno ai margini del campo lungo i filari delle viti), davano il rame alle viti ecc. Anche le donne, tuttavia, erano chiamate a dare il loro contributo, specialmente in occasione di evenienze particolari come la semina, il taglio del grano maturo, la trebbiatura. Bisogna ricordare che a loro spettavano molti altri compiti e che a ben guardare le pi sacrificate erano proprio le mogli dei coloni. Accudire la casa, preparare da mangiare, pensare agli indumenti (le maglie, i calzini e altri panni di lana che erano fatti con i ferri dalle vecchie di casa), allevare i bambini, governare i polli e i conigli e spesso anche le bestie della stalla, e fare mille altre cose dentro e fuori casa erano compiti che spettavano esclusivamente a loro. Per questo si alzavano la mattina prima di tutti e andavano a letto la sera dopo gli altri, stanche morte e con nessun altro desiderio che buttarsi sul letto a riposare. Non avevano pace neanche la domenica, perch tra il prendere la messa la mattina
presto, preparare il pranzo per il giorno di festa e rimettere a posto la cucina, per riprender fiato non gli rimaneva che qualche ora nel primo pomeriggio.
I campi erano curati come i giardini di oggi, non c'era una pur piccola parte di terra che non venisse coltivata e nessuna zona, anche se marginale, era lasciata all'incuria. Le piante ricevevano una attenzione particolare: non solo quelle da frutto, numerose e di vario genere in ogni podere (peschi, susini, fichi, mandorli, meli, noci ecc.); anche quelle meno pregiate erano ben curate per ricavarne i salci per legare le viti, pali per sostenere i filari, legna da ardere e cos via. Per non parlare poi delle viti e degli ulivi tenuti sotto un'attenta cura e al momento giusto puliti, potati, concimati e innestati. Le parti tagliate erano poi utilizzate per accendere il fuoco e scaldare il forno e la cucina nell'inverno. La coltivazione principale era quella del grano, che doveva sfamare la famiglia e se avanzava, come succedeva nei grandi poderi, il fattore provvedeva a venderne la parte eccedente.
Anche il vino, l'olio, il granturco (per la polenta e per alimentare gli animali), le barbabietole da zucchero, l'orzo, l'avena, la saggina e i foraggi costituivano altre importanti risorse per i mezzadri.
I contadini lavoravano sodo, ma anche gli operai delle poche fabbriche addetti alla produzione di scarpe, scope, ceste o impiegati in altre attivit industriali, erano sottoposti a un duro lavoro per una decina di ore al giorno, e non avevano di certo le garanzie e la tutela sindacale di cui oggi godono i lavoratori. I soprusi e le imposizioni non solo venivano raramente
puniti, ma spesso erano taciuti da chi li subiva per non correre il rischio di essere licenziati, perch non era facile trovare un'altra occupazione.
Negli anni della mia et giovanile per fortuna la disoccupazione era diminuita e non c'era pi, o si era di molto ridotto, il bisogno di emigrare all'estero, come invece avevano dovuto fare un fratello e una sorella del babbo, Orlando e Ada, che qualche decina di anni addietro erano partiti per l'America del nord. In quello stesso periodo anche la zia Elide e il marito Raffaello avevano preso la dura decisione di espatriare, allettati anche dall'offerta di un buon posto presso un istituto scientifico italiano con sede ad Atene. Non furono i soli: intorno al 1920 pure il nonno Paris era emigrato per lavoro negli Stati Uniti, dove era rimasto per un certo periodo e contemporaneamente la nonna Beppina, sua moglie, faceva la balia presso una ricca famiglia di italiani residenti a Tunisi. L'andare a balia era in quei tempi un'estrema necessit, imposta alle nostre donne dalle condizioni di povert in cui versavano le famiglie. Dopo aver allattato il proprio figlio per i primi mesi, partivano per dare il latte a un bimbo di gente ricca, lasciando il loro a una balia di secondo latte: una donna del paese che gi aveva allevato il proprio bambino ma che era in grado di allattare ancora. Fu con i soldi guadagnati lavorando all'estero che al loro rientro in Italia, i nonni Pagnini poterono costruirsi la casa dei Violi, dove aprirono la bottega di generi alimentari e la trattoria che loro stessi gestirono per diversi anni.
A causa delle difficolt dovute alla grande crisi
economica del 1929, i cui effetti gravavano sulle famiglie impoverendole, e in seguito alla perdita di grosse somme di danaro per il coinvolgimento nel fallimento di una azienda olearia lucchese, furono indotti a cederla e a passarne la gestione alla mamma e al babbo. Questi, rendendosi conto dopo qualche tempo che le perdite di gestione continuavano e che la situazione economica e sociale non dava segni di miglioramento, dovettero gettare la spugna e a loro volta lasciare la conduzione della bottega. Racconta la mamma che, in quegli anni, la gente non trovava pi lavoro e che molte famiglie, specialmente quelle operaie o che comunque vivevano con lo stipendio del capofamiglia, erano alla fame. Molte donne si recavano alla sua bottega per comprare il pane e altri beni di prima necessit, ma per mancanza di soldi s'indebitavano e saldavano il conto solo se e quando riuscivano a mettere insieme un po' di denaro. Per alcune per il debito cresceva in modo spropositato, mettendo in seria difficolt i miei genitori nel pagare i fornitori, e non era infrequente, racconta la mamma, sentirsi addirittura rispondere da una cliente morosa, a seguito di una timida rimostranza, che lei i soldi non ce li aveva e che d'altra parte non poteva certo lasciare morire di fame i suoi figli. "E questo  sacrosanto. Ma, scusa la franchezza, i tuoi figli devo camparli io?" aggiungeva la mamma.
La messa delle sei chiamata da tutti la prima messa, era quasi esclusivamente riservata alle donne. Per il resto della mattinata esse dovevano essere
libere da altri impegni per aver modo di preparare il pranzo domenicale e mettere mano a tutte le altre faccende di famiglia, alle quali gli altri giorni il lavoro dei campi non consentiva di dedicare tempo. Per gli uomini e i ragazzi invece c'era la messa delle undici, un'ora pi adatta agli incontri sul sagrato della chiesa per salutarsi e scambiare qualche chiacchiera. Io e Marcello difficilmente ne perdevamo una, perch la mamma era inflessibile a tale riguardo. Assistevamo con l'attenzione e il rispetto dovuti, anche se qualche volta ci lasciavamo prendere dalla voglia di fare un dispetto a un ragazzo vicino a cui ora si tirava la giacca o il cappotto, ora si metteva nella tasca qualche piccolo sasso raccolto prima di entrare, ora si pungeva il collo con la punta di una foglia di ulivo. Puntavamo sul fatto che, essendo in chiesa, le reazioni non potevano che essere limitate, anche se eravamo pi che sicuri che queste non sarebbero mancate alla fine della messa una volta usciti all'aperto.
Al pomeriggio i pi anziani si ritrovavano da Bongi o al circolo per una partita a scopa, a briscola
o tressette. Questi giochi con le carte di solito avevano in palio un caff o qualche caramella, ma talvolta la posta era pi alta e i due giocatori vincenti - si giocava a coppie -potevano portarsi a casa una scatola di biscotti, un panforte o anche un fiasco di vino; in realt se lo bevevano durante la partita, ed era per questo una partita del genere era detta fare il fiasco.
I giovani preferivano giocare al biliardo, ma non tralasciavano di fare un ramino o una semplice scopa per tentare di vincere
qualche caramella, una gazzosa, o una pasta alla crema, quanto di pi squisito allora si potesse desiderare.
Tra i passatempi preferiti dei pomeriggi di festa c'erano poi le gare con le girelle, termine con cui venivano chiamati dei dischi di legno ricavati da un tronco d'albero, grandi quanto una mano, cerchiati nella parte esterna da un anello di ferro. Queste girelle venivano impugnate con la mano e lanciate lungo la strada del cimitero che dalla piazza porta al Fossetto, per mezzo di un filo robusto fissato al dito indice e avvolto intorno al cerchietto di ferro: il filo svolgendosi imprimeva al disco una velocit straordinaria. Stava all'abilit del lanciatore riuscire a indirizzarla bene lungo la via e farla giungere il pi lontano possibile, in modo da arrivare al traguardo fissato col minor numero di lanci. Naturalmente, noi ragazzi facevamo a gara per avere quanto di meglio si potesse trovare in fatto di girelle, esaminando bene ogni particolare e intrecciando un vivace scambio tra di noi.
Non c'erano ferie o feste al di fuori di quelle comandate, cio stabilite dalla chiesa o dallo stato, giorni nei quali si approfittava della messa della domenica o del mercato del luned mattina a Monsummano non solo per incontrarsi, informarsi sui prezzi delle merci, scambiarsi qualche parola sull'andamento delle culture, ma anche per interrompere la faticosa continuit dei giorni di lavoro, specialmente durante la bella stagione allorch la piazza era gremita di contadini.
Oggi il mercato  il luogo dove si fanno compere, allora era il luogo dove ci si incontrava. Qui ci si
ritrovava col sensale se si voleva mettere in vendita o comprare un paio di buoi, si trattava col commerciante di suini se si desiderava acquistare un maialino da allevare, ci si intratteneva col fattore per decidere dell'acquisto delle sementi, si parlava col veterinario per una visita alla mucca, e cos via. Qui ci si dava appuntamento con gli amici per due chiacchiere e si parlava ovviamente dei lavori, dei raccolti e della caccia.
Nei brutti mesi d'inverno per il vero luogo di ritrovo della gente era intorno al fuoco di un vicino, dove la sera ci si riuniva a veglia per commentare quello che succedeva nel paese, raccontare barzellette, scherzare, ascoltare storie, o anche incontrare la ragazza, giocare a carte o a tombola, prendere accordi o combinare qualche affaruccio.
Nelle lunghe e fredde serate invernali si spettegolava sulle vicende di questo o di quella, ci si informava su quanto era successo a Tizio o a Caio e si veniva a sapere delle disavventure di Sempronio. Era insomma intorno al camino, al tepore di una allegra fiamma che illuminava la stanza, che la gente viveva una parte importante della sua vita sociale, passando le serate in compagnia.
Spesso tra una chiacchiera e l'altra si sgusciava una frugiata, la castagna arrostita sulla brace con un'apposita padella dal fondo pieno di buchi; o si assaporava un neccio servito bello caldo, fatto con la farina dolce che il padrone di casa accortamente aveva preparato. Un buon bicchiere di rosso poi non
mancava mai per rendere il tutto pi gradito. La veglia era il
modo pi efficace per socializzare e consolidare lo spirito di amicizia e di solidariet che univa i vicini.
A guardare quello che accade oggi, in una societ ricca quale la nostra  diventata, un pessimista non potrebbe fare a meno di pensare che siano la povert e il bisogno a unire gli uomini, e che invece la ricchezza e il benestare li dividano e li allontanino. Ma questa sarebbe forse una considerazione troppo superficiale.
Durante l'anno gli unici momenti di vero riposo, di cui i contadini potevano godere, erano quelli di brutto tempo nelle stagioni del tardo autunno e dell'inverno quando, ormai portata a termine la semina del grano e finita la potatura delle viti e degli ulivi, c'era tempo per stare dietro con maggior cura alla stalla, sistemare il vino nelle botti, dedicarsi a qualche riparazione della capanna o del fienile, intrecciare una cesta coi vimini di salice. Con l'inizio della primavera per si alzavano alle prime luci dell'alba per essere presto nei campi. Ci si accontentava di una rapida colazione sul posto di lavoro in mattinata con pane, un pezzetto di formaggio o due fette di mortadella. Dopo mezza giornata di fatiche si faceva un salto a casa per il pranzo di mezzogiorno con gli immancabili fagioli; infine, dopo un lungo pomeriggio, il ritorno alla sera per una cena frugale, che spesso si limitava a una frittata di cipolle, qualche patata, o altro cibo raccolto nell'orto o nei campi. Una cena parca, ma almeno i contadini non pativano la fame, come invece
succedeva nel secolo precedente. Raccontava la nonna Assunta che quando lei era giovane, quindi verso la fine dell'ottocento, la miseria di certe famiglie era tale che a cena ci si doveva accontentare di un'aringa affumicata messa in mezzo alla tavola. L'aringa non veniva mangiata ma solo strofinata con un tozzo di pane per dare ai bocconi un po' di sapore. Per noi, oggi, questo ha veramente dell'incredibile.
D'estate poi non vi era tregua: si doveva zappare le prode, tagliare l'erba, segare il grano, fare i pagliai, vendemmiare e fare il vino, e tutto o quasi a forza di braccia. Con l'autunno infine veniva il momento della raccolta del granturco e delle ulive, dell'aratura e delle semine.
Attivit complementare, ormai in disuso quando io ero piccolo ma floridissima nel passato, era l'allevamento del baco da seta. Ricordo ancora, in una stanza puzzolente della casa dell'Armida Rafanelli, i cannicci stesi sopra una specie di telaio di assi di legno, ricoperti di bozzoli che i bachi tessevano e di foglie di gelso di cui essi si nutrivano. "Anche noi nel passato abbiamo fatto questo tipo di allevamento per ricavarne un po' di soldi, e allora avevamo nei nostri campi molti alberi di gelso. Col venir meno di questa attivit i gelsi furono tagliati e ora ne rimangono solo due o tre l, nella vigna" mi diceva la nonna Assunta. Erano quelli su cui io salivo per fare scorpacciate di dolcissime more bianche.
Dovendo fare un lavoro cos duro le famiglie contadine erano composte, necessariamente, da molte
persone adulte. Come ancora oggi accade, le giovani ragazze si sposavano e uscivano di casa, mentre i maschi rimanevano in famiglia con le loro mogli e ovviamente coi figli di solito assai numerosi. Se si considera che una famiglia contava generalmente pi fratelli adulti e che questi restavano per tutta la loro vita insieme ai vecchi genitori,  facile intuire come non fosse raro trovare nuclei composti da quindici, venti o pi membri. I miei nonni avevano avuto ben sette figli che per il podere, per le sue piccole dimensioni, era insufficiente a sfamare, per cui una volta raggiunta la maggiore et si erano dovuti allontanare disperdendosi per il mondo, ciascuno alla ricerca di una propria strada. All'ultima figlia avevano imposto il nome, che  tutto un programma, di Finimola; la poveretta per era vissuta assai poco, essendo morta giovanissima per una grave malattia. Bisogna sapere infatti che molti dei figli che nascevano in una famiglia non arrivavano alla vecchiaia, dato che la mortalit infantile era molto alta. Era comune sentire le campane suonare ad angelo, cio a rintocchi staccati, monotoni, che si spandevano cupi sulla campagna: era un piccino che volava in cielo. Le bimbe di quasi tutte le famiglie avevano un abitino bianco fatto apposta da indossare quando partecipavano ai funerali di questi angeli, alla testa del corteo funebre che si snodava lento lungo le vie del paese. Le malattie infettive e le carenze alimentari, senza rimedi farmaceutici validi (gli antibiotici furono scoperti dopo la guerra), erano la causa pi frequente di molte morti precoci. Quando accadeva uno di questi tristi eventi,
tutto il paese prendeva parte al lutto della famiglia e partecipava al trasporto del bimbo, sfilando commosso dietro la piccola bara, attraverso la via principale del paese, mentre i pochi negozi abbassavano la saracinesca o chiudevano la porta. E quale tristezza stringeva i cuori di tutti quando, avvicinandosi il corteo funebre alla chiesa, la campana scandiva lentamente i suoi rintocchi! Del resto la solidariet, come ho accennato, era un sentimento molto profondo e radicato, in quel mondo dominato dalla miseria e dagli stenti dove ciascuno aveva bisogno del contributo altrui. Bastava che una madre di famiglia si ammalasse, che stesse per partorire o che una sventura si abbattesse sulla sua casa, perch i vicini accorressero pronti a darle una mano senza che nessuno chiedesse niente. Spontaneamente si offrivano per fare da mangiare, per guardare i bambini, per fare il bucato, per lavorare nei campi. Il mutuo aiuto, per i lavori agricoli, era tradizione consolidata e al momento della raccolta del grano, della trebbiatura o della vendemmia ci si scambiava coi vicini l'opra, cio l'opera di almeno un uomo per il tempo necessario a finire il lavoro.
Le famiglie numerose erano le pi fortunate, non solo perch il lavoro e la fatica venivano suddivise tra molte persone, ma anche perch per loro era pi facile trovare una sistemazione, la quale consisteva soprattutto nella conduzione di un podere a mezzadria. In questo tipo di poderi, che erano la gran parte - le terre a conduzione diretta da parte del proprietario erano piuttosto poche - il padrone del fondo
aveva un potere enorme perch da lui dipendeva in sostanza la sopravvivenza di una famiglia. Se i figli erano piccoli, se c'erano dei vecchi o le braccia da lavoro erano poche, era difficile che il proprietario le affidasse il podere. La mezzadria era una antica istituzione di origine latifondista e consentiva al proprietario di trarre il massimo profitto dalla sua terra facendola coltivare dalla famiglia di un contadino, famiglia che risiedeva sul fondo e in cambio del suo lavoro riceveva met del raccolto. Da noi i frutti che la terra produceva consistevano soprattutto in grano, vino, olio, mais, orzo, segale, avena e foraggi. Anche le spese per l'acquisto delle sementi e degli animali erano divise a met, mentre gli attrezzi da lavoro erano a carico del proprietario. Questi ogni anno aveva diritto anche a un certo numero di animali da cortile: polli, conigli, oche e alla met del maiale che veniva allevato e macellato dal colono. In un contesto di tal genere la sopravvivenza della famiglia dell'agricoltore era in gran parte soggetta al tipo di rapporto che essa riusciva a instaurare col proprietario, il quale in pratica diventava anche il padrone del mezzadro.
Fino a qualche decennio addietro dei tempi di cui stiamo parlando, solo il capofamiglia e la massaia avevano il permesso di andare al mercato a Monsummano il luned mattina. Quando il Bechini dei Violi, dopo tante rinunce, riusc finalmente a mettere insieme i soldi per comprarsi una bicicletta, fu convinto dal fattore che non era una buona cosa per un contadino farsi vedere in giro in bicicletta, ognuno doveva stare al suo
posto e che il posto per un contadino erano i campi. Cos fu costretto a rivenderla: la bicicletta era un segno di progresso e di indipendenza che non poteva essere consentito. Erano ancora i tempi in cui il padrone si salutava con l'inchino accompagnato da un: "Buongiorno signoria signor padrone". Tempi in cui a lui - o a chi per lui come il fattore o l'amministratore - spettavano tutte le decisioni riguardo alle semine, ai raccolti, alle vendite e agli acquisti. Era l'epoca in cui i libri contabili delle entrate e delle spese della conduzione del podere erano tenute esclusivamente dal fattore, il quale alla fine di febbraio, termine dell'anno agricolo, chiamava i mezzadri nello scrittoio e li metteva al corrente della loro situazione: tanto entrato con la vendita del grano, del vino e dell'olio; tanto uscito per acquistare le sementi e le bestie; tanto il capitale giacente nella stalla; meno la mucca morta di parto, meno i soldi anticipati ecc. Risultato: il povero contadino era in debito perenne verso il padrone, debito che spesso cresceva di anno in anno e che lo metteva in condizioni di totale dipendenza.
Il modo di vestire della gente, e in particolare dei contadini, era molto semplice e gridava tutta la povert di allora. L'abbigliamento tipico consisteva in una vecchia camicia lisa, spesso priva del colletto, un giubbetto scuro altrettanto vecchio e scucito, un paio di pantaloni con qualche toppa qua e l, un cappellaccio in testa e un paio di zoccoli ai piedi. Gli indumenti migliori venivano riciclati fino all'usura totale facendoli passare di ragazzo in ragazzo mano a mano che crescevano. Gli adulti rinnovavano i loro
capi riutilizzando le vecchie camicie cui era stato girato il colletto, il primo a consumarsi, e riusando i cappotti malandati dopo che ne era stata cambiata la faccia con il rivoltare la parte interna verso l'esterno. Normalmente i contadini - ma non solo loro - calzavano grossi zoccoli, formati da una tomaia di cuoio e una suola di legno con i chiodi che impedivano il consumo del legno e ne miglioravano la presa sul terreno. Erano calzature rigide e pesanti, ma costavano assai meno delle scarpe, le quali erano riservate alle feste e alle occasioni speciali. Usavano anche un tipo di zoccoli pi leggeri detti aperti, perch fatti a mo' di ciabatta. D'estate poi non avevano bisogno di niente perch andavano scalzi. Queste rozze calzature erano fatte da artigiani che spesso avevano il loro laboratorio all'interno della loro stessa abitazione. Uno di questi era Gicchino che, abitando non lontano dai nonni, andavo qualche volta a trovare per ammirare la sveltezza con cui lavorava. Dopo aver montato la tomaia sulla suola di legno tirandola con le apposite pinze, la fissava tutto intorno con i chiodi che si metteva in bocca a pizzicotti, prendendoli poi dalle labbra uno ad uno, interponendo una striscia di latta che serviva a fissare uniformemente la tomaia al legno e a dare maggior robustezza allo zoccolo. Pochi minuti e gli zoccoli erano pronti.
L'alimentazione della gente che viveva su un podere, come detto, era quanto di pi sobrio potesse esserci, tutto proveniva dalla coltivazione della propria terra. Le uniche cose che si compravano erano la pasta, un po' di formaggio, qualche etto di
mortadella, le aringhe, il baccal. La carne si mangiava di rado e si riduceva quasi sempre al manzo bollito, il cosiddetto lesso con cui si faceva un buon brodo, mentre i polli, i conigli e le oche di solito erano allevate non per mangiarle, ma per venderle il luned mattina, insieme alle uova, al mercato dei polli a Monsummano. La terra forniva tutto e non si buttava via niente, neppure le cose meno importanti, che erano comunque necessarie. Dalle erbe ai fiori, tutto era utilizzato. Era insomma a tutti gli effetti una agricoltura di sussistenza.
Un esempio banale ci pu essere dato dalla camomilla: quando in luglio la nostra aia si tappezzava di capolini gialli, era il momento della raccolta dei fiori. Essi poi venivano essiccati al Sole e conservati in un apposito sacchetto di tela. Al momento del bisogno bastava buttarne un cucchiaino in un po' di acqua bollente per avere un'ottima tisana. Altro alimento fatto in casa era la conserva di pomodoro: la mamma la preparava con paioli e paioli di pomodori maturi fatti bollire e poi passati attraverso un apposito colino. Il passato, a cui venivano aggiunte le bustine di acido salicilico come conservante, era poi disteso su alcune tavole munite di bordi laterali e messo al sole per qualche giorno. Ne risultava un concentrato dal sapore straordinario, che veniva conservato in appositi vasi di vetro.
Anche cose di uso comune come il sapone e le candele spesso venivano fatte in casa. Io stesso ricordo di aver visto la nonna mettere da parte i residui di cera rimasti sul fondo dei
candelieri, poi fonderli all'interno di un tegamino e versarli
in uno stampo fatto con un pezzo di canna. All'interno di questa canna la cera, rassodandosi attorno ad un filo di lana che fungeva da lucignolo, ricreava la nuova candela; una volta raffreddata bastava togliere con delicatezza l'involucro esterno di canna con un coltello e il gioco era fatto.
La frugalit della tavola contadina svaniva quando arrivava il momento di festeggiare alcune grandi solennit: il Natale, la Pasqua e alcune ricorrenze speciali legate al raccolto dei prodotti come la trebbiatura del grano o la vendemmia. In quei giorni non si badava a spese e si metteva in tavola tutto quello che il cortile offriva: la gallina per il brodo, il papero per la pasta asciutta, il coniglio per l'arrosto, il pollo giovane per il fritto, e cos via.
Accanto a questo mondo contadino che aveva modi, usanze, comportamenti e tempi propri, viveva anche un altro mondo, quello degli operai. Trovavano impiego in diverse attivit tra cui primeggiavano quelle legate alla lavorazione dei prodotti del Padule.
Era questa un'attivit molto diffusa nella zona del Cintolese, nella quale erano impegnate soprattutto le donne che, con il sarello, confezionavano le trecce e i cappelloni: bastava andare in una qualsiasi casa per vedere alcune donne intente a intrecciare fili di sarello sulle cosiddette forme. Queste non erano altro che delle mezze sfere di legno fissate ad altezza d'uomo a un paletto di legno verticale. Il risultato di questo
lavoro era una specie di cappello cinese forato al centro.
Questi cappelloni, insieme alle trecce e alle ceste che gli uomini costruivano con i giunchi, servivano per la protezione delle damigiane e dei fiaschi, allora molto usati come contenitori sia per il vino che per l'olio. Bisogna ricordare che a quei tempi la plastica non c'era e che per conservare le derrate alimentari si usava soprattutto il vetro.
La zia Tina per guadagnare un po' di soldi aveva trasformato il salotto di casa in un laboratorio e qui, insieme a un paio di amiche tra cui ricordo l'Elda di Ghigo, faceva cappelloni girando e girando per ore intorno alla forma di legno che le stava davanti. Anche lo zio Aldo, fratello minore della mamma, era occupato a quei tempi in una attivit analoga: quello delle ceste. Attivit che svolgeva insieme a un amico nella capanna che si trovava dietro la casa della nonna Beppa. Qui, dopo che con un apposito aggeggio di legno detto quartino aveva diviso i giunchi nel senso della lunghezza in modo che da ognuno ne derivassero tre o quattro lunghe strisce facilmente pieghevoli, intrecciava le ceste per le damigiane con una maestria e una sveltezza insuperabili. Nelle brutte giornate piovose andavo spesso a trovarlo e mi piaceva dargli un aiutino facendo qualche piccolo lavoretto: avvicinavo i fondi di legno - che poi sarebbero diventati la base delle damigiane - spostavo le ceste finite e le infilavo una dentro l'altra per farne delle alte pile, inumidivo i giunchi perch non seccassero troppo e cos via.
I Barni e i Criachi all'Uggia, il Magrini e il Pazzini al Cintolese avevano sviluppato imprese di
una certa importanza per la lavorazione delle erbe palustri che davano occupazione a diverse decine di persone. La nonna Beppa stessa, sempre intraprendente, aveva da tempo avviato, per conto del suo cugino Rizieri del Barni, una piccola attivit di questo genere dando ordinazioni di cappelloni e trecce a diverse donne, le quali lavoravano nelle loro case e consegnavano poi a lei il lavoro finito. La domenica mattina era il momento dei conti e allora puntuale ecco che arrivava Rizieri con cui la nonna, davanti a un quadernetto dalla copertina nera su cui aveva annotato i dati che riguardavano i comuni affari, dava inizio a un serrato conciliabolo. E l li trovavo tutti e due a parlottare e scribacchiare seduti uno di fronte all'altro quando, dopo la messa festiva, andavo a far la consueta visita alla nonna.
Un'altra fonte di guadagno per molti che vivevano intorno al Padule era la raccolta del fiore della cannella che, nel mese di agosto, copriva i fossi e le listre di lunghi pennacchi grigi e marroni e che, simili a piume, venivano utilizzati per fare morbide spazzole. La raccolta veniva fatta di nascosto perch toglieva ai proprietari dei fondi un certo guadagno, di conseguenza i padulini dovevano stare attenti a non farsi vedere. Era per questo, ma anche per evitare la gran calura che sul mezzo del giorno incombeva sui canneti, che molti erano gi all'opera alle prime luci dell'alba.
Vi era anche qualche piccola industria come la Polli alle Case che produceva, e produce tuttora, conserve alimentari
utilizzando soprattutto manodopera femminile; era attiva inoltre qualche azienda artigianale per la produzione di scope, ma le persone che vi trovavano lavoro erano una piccola minoranza. Le fabbriche di un certo rilievo erano poche e si limitavano ad alcuni calzaturifici che occupavano qualche centinaia di operai.
Il terziario, con i suoi servizi diffusi, praticamente non esisteva e il commercio era limitato alle attivit legate ai piccoli negozi e al mercato settimanale. Generalmente la gente che viveva di queste attivit non agricole aveva un livello di vita un po' pi elevato di quella legata esclusivamente alla terra, sia culturalmente sia come condizioni di vita quotidiana. Per questo l'aspirazione di molti era di affrancarsi dal lavoro dei campi e di trovare occupazione in qualche piccola industria, ma non era cosa facile specialmente per le famiglie numerose o per quelle che, a causa della loro condizione debitoria nei confronti del padrone, non avevano la possibilit di liberarsi dai vincoli della mezzadria. Ecco allora che le stesse famiglie rimanevano per generazioni e generazioni sugli stessi poderi, tanto che questi con il tempo venivano a prendere il nome della famiglia: cos per indicare le terre e la localit in cui si trovavano si diceva i Romani, i Malucchi, i Simoni e cos via.


I nonni.

Avevamo la fortuna di abitare da qualche anno in una casetta pulita e decorosa costruita diversi anni addietro dal nonno Neno. La mia famiglia - composta, oltre che dallo scrivente, dal babbo Paolo, dalla mamma Lola e dal mio fratello minore Marcello - vi era andata a vivere per non lasciare soli i nonni che si avviavano verso la vecchiaia.
I miei, infatti, avevano lasciato la casa della Vergine dei Pini, all'inizio della Via del Segalare, e si erano trasferiti al Cintolese.
I nonni erano riusciti a costruirsi una casa propria quando, sposati di fresco, ai pochi risparmi del nonno avevano potuto aggiungere i soldi che la nonna aveva ricevuto per la parte di eredit che le era spettata alla morte dei suoi genitori. Il cuore della casa, pur modesta nelle sue quattro stanze, era una cucina spaziosa. Sulla parete di fondo troneggiava un enorme camino che su un lato - il cosiddetto canto del fuoco - aveva sistemata una vecchia poltrona dove sedeva il nonno.
Alla cucina, situata sullo stesso piano terra, era annessa una cantina altrettanto grande, accessibile sia dall'esterno che da una porticciola posta in fondo alle scale. Oltre che da magazzino per le botti e le damigiane del vino, essa serviva anche da ripostiglio per i diversi attrezzi. Di notte, in un piccolo spazio
chiuso con una rete, dava ricovero a qualche gallina e due o tre gabbie ospitavano i pochi soggetti della nostra conigliera. Al piano superiore, cui si accedeva attraverso una scala di pietra posta tra la cucina e la cantina, c'erano due camere. In una trovavano posto, a quel tempo, il letto per i nonni e un lettino per me; mentre l'altra conteneva il letto per i miei genitori e il singolo per Marcello. Pi tardi, alla morte dei nonni, la loro camera pass a noi ragazzi. Il centro della nostra vita era come ho detto la cucina, dove la famiglia si ritrovava a pranzo e a cena, dove la nonna lavorava coi ferri per fare camiciole, guanti e calzini e dove la mamma cuoceva il pane e preparava i suoi piatti saporiti. Qui il nonno sedeva nel canto del fuoco a fumarsi il solito toscano, qui io e Marcello facevamo i nostri disegni e i compiti di scuola, qui il babbo preparava le sue cartucce per la caccia.
L'acqua per le necessit di cucina o per lavarsi si attingeva con la brocca dal pozzo situato in fondo all'aia, ma per bere si usava quella della fontana pubblica che si trovava sulla via provinciale vicino alla casa della Pia.
Ci facevamo luce con un lume a petrolio appeso al soffitto sopra la tavola. Diffondeva nella stanza una luce fievole e un fumo puzzolente che anneriva i muri; pi tardi, quando il petrolio divenne introvabile, si ricorse al carburo di acetilene. La corrente elettrica arriv solo dopo la guerra e fu una festa di luci e di suoni perch allora il babbo compr anche una radio. Con il carburo, che aveva l'aspetto e la consistenza di certi pezzi di roccia, si otteneva una
buona luce ma era un sistema pericoloso, perch una pressione eccessiva all'interno del lume del gas acetilene, che si formava lasciando cadere alcune gocce d'acqua sul composto chimico, poteva farlo esplodere. Per questa ragione andava maneggiato con cautela. C'era poi il problema del beccuccio, l'ugello sottile da cui fuoriusciva il gas, che si ostruiva facilmente costringendoci a continui interventi con un ago e a frequenti sostituzioni; anch'esso per col tempo divenne difficile da trovare, per cui sempre pi spesso si ricorreva alle vecchie e fumose candele. Si pu immaginare che luce ci fosse la sera in quella grande cucina! Per andare a letto si usava un lumino a olio che ci consentiva di vedere appena i gradini della scala, ma a noi bastava perch la luce serviva solo per salire la scala e spogliarci, dal momento che a letto non si leggeva.
Nei ghiacci inverni di allora, molto pi freddi di quelli che viviamo oggi, c'era invece la necessit di scaldare un po' le stanze, cosa che si cercava di fare col fuoco del camino o coi tizzoni di un braciere piazzato in mezzo alla cucina. Lo scaldino di coccio - noi si chiamava caldano - tenuto in mano per il manico o appoggiato a terra tra le gambe, era indispensabile per scaldarsi le mani e i piedi. I vecchi, e soprattutto le donne, non l'abbandonavano un momento e lo tenevano comunque sempre a portata di mano. Questi sistemi primitivi di riscaldamento, se erano sufficienti a non farci patire troppo il freddo, riempivano inevitabilmente le mani e i piedi di noi ragazzi di geloni che ci gonfiavano le dita facendole diventare rosse e dolenti;
mettere i guanti o infilare le scarpe diventava un inferno, per non parlare poi di camminare! Quando dopo qualche settimana o qualche mese finalmente il freddo passava, ecco arrivare il supplizio del prurito che diventava insopportabile appena cercavi di scaldarti le mani o i piedi: se non altro era di buon augurio perch annunciava la fine dei geloni. Tuttavia, nelle fredde notti di gennaio, le camere erano gelate e al momento di alzarsi la mattina, per lavarsi un po' alla meglio la faccia, capitava a volte di dover rompere il velo di ghiaccio che si era formato sull'acqua del brocchetto durante la notte. Il nostro era comunque il letto pi caldo che si potesse desiderare, ma che montagne di coperte e di coltroni! La sera era premura della mamma o della nonna intiepidire le lenzuola con lo scaldino: veniva agganciato allo scaldaletto, un sostegno di assicelle di legno arcuate, e poi inserito nel letto. Se per qualche ragione lo scaldino non c'era, allora con la testa infilata sotto le coltri, ci si scaldava con il nostro fiato. La nonna Assunta ci voleva un bene dell'anima e per me e Marcello aveva un'attenzione senza pari: la sera quando andavamo a letto veniva a rimboccarci le coperte e a raccontarci qualche novella. Ne sapeva tante, tutte bellissime. Con quanto stupore e con quanta gioia, dopo tanti anni riscoprii, a scuola, una delle favole pi affascinanti che lei era solita raccontarmi e che mi incantava:
"Sette paia di scarpe ho consumate
di tutto ferro per te ritrovare;
sette verghe di ferro ho logorate
per appoggiarmi nel fatale andare: sette fiasche di lacrime ho colmate, sette lunghi anni, di lacrime amare: tu dormi a le mie grida disperate, e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare". Sono i versi di Davanti a San Guido del Carducci che ci ricordano la bella favola del Re porco. Io, come tante altre novelle, la conoscevo bene perch la nonna, nelle buie serate d'inverno davanti al fuoco, mi prendeva in braccio e cominciava a narrarmi: "C'era una volta..." raccontando ora di un principe, ora di una buona fata, altre volte di Pinocchio, o dell'orco, o del lupo. Quante ne sapeva di queste storie! Era inesauribile: novelle, proverbi, detti, scioglilingua. E pensare che non sapeva n leggere n scrivere! Era un patrimonio di poesia e di cultura popolare che lei aveva appreso dalla sua nonna e dalla sua mamma, e che si tramandava oralmente di generazione in generazione. La mattina, d'inverno, quando la brina ricopriva la campagna come se fosse nevicato, prima ancora che io e Marcello ci alzassimo, veniva in camera, sollevava dalla sedia i nostri calzini, la camicia e la maglia e li infilava sotto le lenzuola per scaldarli un po' prima di farceli indossare. Poi prendeva gli zoccoli, li portava gi in cucina, vi metteva dentro qualche tizzone e li scuoteva perch il calore si diffondesse all'interno rendendo le calzature gradevolmente tiepide e, infine, ci preparava la colazione con latte, caff d'orzo e pane. Al pomeriggio non si scordava mai di darci la merenda che di solito era fatta di
pane e olio, o di pane bagnato ricoperto di zucchero. Molto
spesso ci preparava un tuorlo d'uovo frullato nella tazza con lo zucchero e nelle calde serate estive non mancava di prepararci uno dei piatti pi graditi: la panzanella. Era la prima a prendere le nostre difese ogni volta che la mamma ci sgridava. E le sgridate della mamma erano quasi cosa di tutti i giorni, inevitabili dopo una disubbidienza o una birbonata. I suoi comandi, di solito perentori, non ammettevano deroghe e da noi ragazzi, come si pu immaginare, erano tutt'altro che graditi. "Vai alla bottega a prendere un etto di mortadella". "Vai dalla Leonetta a sentire se c'ha un po' di pane". "Vieni che dobbiamo lavare il collo". Molte volte cercavo di scaricare l'ordine su Marcello, ma dal momento che anche lui spesso recalcitrava, era inevitabile che ne nascesse una disputa del tipo: "Vai te che sei pi piccino". "No, vai te, la mamma l'ha detto a te". Disputa che spesso finiva con qualche scappellotto da parte della mamma, quando riusciva a prenderci, perch nei momenti difficili Marcello di solito andava a chiudersi in camera e io scappavo tra i campi. Per l'operazione lavaggio, che riguardava personalmente me, non potevo tirare in ballo Marcello. Per cui ero costretto a sottopormi a tale tormento; lo chiamo tormento non tanto perch io fossi allergico all'acqua, ma perch quello che lei chiamava lavare il collo era in realt una raspata sulla pelle. Mi metteva a testa china sul catino, poi con un pezzo di sapone nella mano mi sfregava con tutta la foga di cui era capace. D'estate era invece molto gradevole fare il bagno nella conca. Sistemata in mezzo all'aia fin dalla mattina,
immergersi in quell'acqua intiepidita dai raggi solari era un vero piacere.
Mio nonno, secondo un vecchio termine latino, chiamava ligit il gabinetto; in realt la parola giusta credo fosse licet, che in latino vuol dire:  permesso. A volte lo chiamava anche il logo, abbreviazione di luogo comodo. Questo era situato all'esterno a lato della casa. Faceva parte di un piccolo edificio che comprendeva anche il porcile, allora adibito a ripostiglio. Avere bisogno del bagno, come si chiama ora, quando tirava la tramontana era una vera tortura perch, essendo riparato sul davanti solo da una vecchia tenda, il vento entrava dappertutto e in pochi minuti ti intirizziva.
Anche se nell'insieme l'abitazione era solida e sicura, gli infissi lasciavano molto a desiderare. Nell'inverno il babbo incollava due grandi fogli di carta da pacchi tutt' intorno alle finestre delle camere che davano a nord. Questi si gonfiavano come palloni quando la tramontana faceva fischiare le canne. Erano i momenti in cui noi ragazzi, nei nostri lettini dalle cento coperte, mettevamo il capo sotto le lenzuola per non sentire le urla del vento. Anche le serrature erano assai precarie: la porta della cantina, per esempio, aveva per chiusura una semplice nottola, rincalzata da un bastone posto a forza di traverso da uno stipite all'altro. Ma a quei tempi non c'era gran bisogno di serrature perch i furti erano rarissimi, e dato che la gente si fidava del prossimo, di giorno le porte delle abitazioni erano quasi sempre lasciate aperte. D'altra parte bisogna anche dire che
nelle case di allora c'era ben poco da rubare.
La nostra casa era affiancata da altre due abitazioni dove risiedevano le famiglie Cellini e Rafanelli, con cui noi condividevamo l'area comune dell'aia. Al limitare di questa erano i pagliai del fieno e della paglia, e le capanne fatte di cannelle di Padule che fungevano da fienile e nello stesso tempo da ripostiglio per ogni genere di attrezzi. Tra la nostra e l'abitazione dei Rafanelli si trovavano alcune vecchie stanze adibite a ripostiglio e a stalla, ma che un tempo erano state l'alloggio dei Cellini. Sia con l'una che con l'altra famiglia intrattenevamo ottime relazioni di buon vicinato e anzi, fra i tre nuclei familiari, c'era uno scambio continuo di atti concreti di amicizia e di solidariet che andavano anche al di l dei semplici rapporti tra vicini.
La famiglia - che qui la indicher con l'iniziale della casata C. - abitava non lontano da noi e con essa eravamo in stretta familiarit. Ha una storia che merita di essere raccontata perch strettamente legata alla vita della nonna Assunta, e perch pu dare un'idea di come andavano le cose a quei tempi, intorno alla met dell'ottocento. Ve la racconto cos come l'ho sentita dalla mia mamma Lola: "Un giorno che eravamo sole in casa la nonna Assunta mi prese per un braccio e mi disse: "Lola, prendi una sedia e mettiti a sedere qui accanto a me: voglio che tu senta una storia e che tu la senta da me, perch altri potrebbero raccontarti cose non vere o vere solo in parte.
Tu sai che R C. e il nostro Paolo sono cugini. P. C. infatti  figlio di un mio fratello e, pur avendo un
cognome diverso, essendo io una Mariotti, tutti e due proveniamo dalla stessa famiglia. Quella dei Mariotti appunto, che allora aveva casa nei dintorni di Meazino. Il cognome C.  frutto di una storia dolorosa di cui fu protagonista la mia mamma che si chiamava Annunziata ma che tutti chiamavano Nunziatina. Quasi adolescente si era fidanzata con un giovanotto della casata Mariotti di Cintolese di cui presto rimase incinta, cosa vergognosissima per quei tempi. Il giovane, nonostante le preghiere di lei, non volle riconoscerne il figlio, n tanto meno sposarla. La poveretta, considerata ormai da tutti come una sgualdrina, per evitare le dicerie della gente fece nascere il suo piccino all'ospedale. Una volta partorito, considerate le enormi difficolt in cui si sarebbe trovata - sola, senza l'aiuto di alcuno, con l'amarezza di chi sente abbandonata da tutti - disconobbe il figlio appena nato. Un comportamento del genere non si pu capire se non si tiene conto del modo di pensare della gente di allora ben pi retriva di adesso, che considerava la gravidanza di una donna non sposata uno scandalo e la ragazza una donnaccia. La societ e la chiesa tendevano a colpevolizzare ed emarginare chi incorreva in peccati di questo genere. Cos, dovendo l'ospedale dare al bimbo un nome e un cognome, come succedeva allora per i figli di NN, ovvero di nessuno, fu battezzato col nome B. C.: questo divenne il suo nome ufficiale, valido a tutti gli effetti. Il bimbo venne affidato a una famiglia della montagna pesciatina, ma non molto tempo dopo la mamma, pentendosi di averlo abbandonato, riconobbe il figlio e volle riprenderlo con
s. Anche il padre, dietro le insistenze e le pressioni dei propri genitori che lo rimproveravano di avere abbandonata quella povera ragazza col suo bimbo, le si riavvicin e la port con il figlio nella casa dei Mariotti; per l'anagrafe tuttavia il piccino continu ad essere B. C. La situazione allora si normalizz: i due si sposarono e nacquero altre due figlie, la minore delle quali ero io. Questa travagliata storia, per, non finisce qui, perch il destino volle che poco dopo il babbo morisse e la mamma, ancora giovane, rimase con noi tre bimbi nella casa dei suoceri. Qui evidentemente non si trovava bene, perch un bel giorno decise di andar via, lasciando me, mia sorella e mio fratello soli con i nonni. Mi sono molte volte chiesta il vero motivo di questo abbandono e ho anche raccolto varie voci su questo, ma niente di certo. Quello che  sicuro  che un giorno scomparve improvvisamente. Nessuno di noi la rivide pi. Fu detto poi che vivesse nelle campagne di Firenze in una famiglia contadina dove lavorava e che avesse avuto un altro figlio. I suoi tre bambini - mio fratello B., io e mia sorella - fummo allevati dai nonni Mariotti: qui crescemmo, divenimmo grandi e ci sposammo".
Dopo la mattina passata a scuola e il poco tempo del pomeriggio dedicato a fare i compiti che la maestra mi assegnava, occupavo le ore rimanenti in quelle attivit nelle quali tutti i ragazzi di allora s'intrattenevano: giocare a carte seduti sul marciapiede davanti alla casa o sul viottolo dietro dove l'ombra del caseggiato faceva un bel fresco, andare in cerca
di frutta nei campi dei vicini, nascondersi nei fienili, rincorrersi tra il granturco o la saggina, duellare con spade di legno, costruirsi un carretto o una spiombola, come noi chiamavamo la fionda per lanciare i sassi.
Quello di avere un carretto degno di questo nome era un desiderio ricorrente perch, potendo avere a disposizione soltanto delle ruote di legno ricavate da un tronco d'albero, i carretti che riuscivamo a costruire - e il babbo ci dava sempre una mano - erano faticosissimi da spingere e non acquistavano velocit, per cui dopo qualche giorno li mettevamo da parte. Anche perch non vi erano nei dintorni delle discese e era quindi giocoforza mettersi alle spalle del pilota e spingere a pi non posso. Il massimo sarebbe stato dotarlo di ruote fatte con cuscinetti a sfera, ma questi congegni allora erano difficili da trovare, ragion per cui un vero carretto, come noi lo sognavamo,  sempre rimasto un desiderio inappagato.
La spiombola era la nostra arma e la nostra difesa che tenevamo sempre a portata di mano, ma comunemente l'usavamo per fare gare di tiro al bersaglio; lo stollo di un pagliaio, il tronco di un albero o un uccellino su un ramo (che non prendevamo mai) erano i nostri soliti obbiettivi, anche se non era raro che il proiettile - un sassolino o una pallina di carta - raggiungesse il di dietro di qualche amico.
Costruirla era facile, bastavano una piccola forca di legno ricavata da un rametto d'albero, due elastici ritagliati da una vecchia camera d'aria di bicicletta e un pezzo di pelle di una vecchia scarpa.
Il gioco con la palla di gomma era uno dei passatempi
preferiti, ma al contrario di quanto fanno i ragazzi di oggi che stravedono per il calcio, noi usavamo la palla soprattutto con le mani passandocela l'un l'altro; oppure la facevamo rimbalzare sul muro della facciata della casa quanto pi in alto possibile cercando, mentre saliva e ricadeva gi, di battere insieme le mani alternativamente davanti e dietro la schiena, il maggior numero di volte, riprendendola prima che toccasse il suolo.
Certo, si giocava anche al calcio, in tre o quattro ragazzi, scartandoci a vicenda per arrivare a buttare la palla in una porta fatta con due bastoni piantati in terra, ma questo fu un gioco che praticai soprattutto quando fui pi grande.
L'aquilone! Vederlo volteggiare lass, mentre col filo in mano assecondavamo il vento che cercava di portarlo via, era una gioia che si rinnovava ogni volta. I primi aquiloni ce li costru il babbo poi, dopo qualche iniziale tentativo fallito che aveva portato a esemplari che non intendevano assolutamente alzarsi da terra, imparammo a farceli da soli.
Un paio di fogli di carta velina rossa comprati alla bottega, due bacchette di canna legate insieme a formare una figura a rombo, un po' di colla fatta con della farina sciolta in acqua, un rotolo di spago rubato alla mamma: ecco tutto quello di cui avevamo bisogno. Il difficile era dare la giusta lunghezza alla coda, perch una coda troppo lunga lo appesantiva eccessivamente, una troppo corta ne rendeva il volo instabile.
Poi le prime corse per farlo alzare in aria e
infine, dopo qualche incertezza, sentivi da come tirava che aveva preso il vento e che era il momento di dargli il filo: allora lo vedevi lass nel cielo quasi immobile, con la lunga coda distesa. Spettacolo magnifico. A questo punto era anche il momento di mandargli una letterina, un foglietto con un buco in mezzo attraverso cui si faceva passare il filo e che il vento, spingendolo sempre pi su, si incaricava di portargli.
Ma eccolo, dopo un volteggio improvviso, forse per un colpo di vento, venire gi a capofitto come un uccello ferito, e allora cominciavano le recriminazioni di Marcello o di Ivo di Zore: "Hai visto, te lo dicevo che ci voleva pi coda". Oppure: "Per forza  caduto, non gli hai dato filo".
Il filo! Quello era il vero problema: nonostante requisissimo tutto lo spago che era in casa, non se ne trovava mai abbastanza.
Poi c'era il gioco detto della settimana. Si faceva sul marciapiede davanti casa e consisteva nel tenere il piede sinistro sollevato da terra e contemporaneamente spingere con il lato interno del destro una piccola pietra piatta, cercando di farla passare da una casella all'altra disegnate in terra con il carbone.
E ancora il gioco del cibb: si giocava in due o pi ragazzi usando un bastoncino appuntito che, messo a terra, si faceva saltare in aria con un colpetto dato a una estremit con un secondo bastone, poi, mentre si sollevava, con un colpo pi forte si scagliava lontano. Vinceva chi con un certo numero di colpi riusciva a lanciarlo pi lontano.
Ma cento altri ancora erano i modi in cui io e
Marcello trascorrevamo le nostre giornate: dal gioco del cavallo e il guidatore, nei quali immaginavamo di trasformarci facendo passare una corda sul collo di uno di noi, mentre l'altro con le estremit della fune in pugno guidava il suo destriero tra i pagliai dell'aia; al gioco del treno costruito mettendo in fila le sedie distese sul pavimento della cucina.
E poi le figurine fatte con il sabbione, come noi chiamavamo la creta. C'era nella vigna, sul ciglio di una fossa, un posto in cui il terreno era formato da argilla pura: noi scavando nel terreno ne prendevamo un bel pezzo, lo portavamo sul marciapiede di casa e con questo, dopo averlo impastato con un po' d'acqua, si modellavano figure di animali o il volto di uomo o ancora, la forma di un treno, di un aeroplano o di altro. Figure che poi esponevamo al Sole per farle seccare.
Qualche volta l'argilla ci serviva per fare i cosiddetti colpi. Si costruivano delle specie di tazze con orli bassi, che scagliavamo poi con forza contro il suolo con l'orlo rivolto in gi. In questo modo l'aria racchiusa all'interno, per lo schiacciamento della tazza contro il suolo, strappava l'argilla uscendo con violenza dal fondo della tazza facendo un grosso botto, quasi come un colpo di fucile. Ma per fare i colpi c'era un sistema ben pi efficace: le piccole pasticche bianche di clorato di potassio che si usavano contro il mal di gola. Si prendeva una mezza pasticca -bisognava stare molto attenti a non esagerare nella quantit - si triturava fino a ridurla in polvere e vi si aggiungeva un pizzico di zolfo; se ne faceva un
mucchietto in terra e poi vi si appoggiava sopra un pezzetto di pietra di marmo. A questo punto bastava sferrare un colpo deciso col tacco della scarpa e il botto era assicurato, e che botto! Siccome ognuno voleva dimostrare di riuscire a realizzare i colpi pi grossi, spesso si eccedeva nella dose con la conseguenza che ora il tacco di una scarpa saltava via, ora il piede rimaneva dolente per giorni.
Le carte da gioco avevano per me un'attrazione particolare, mi piaceva maneggiarle, giocare con gli altri ragazzi o col babbo; mi piacevano tanto che me le portavo anche a letto. Presto imparai i vari giochi, dalla scopa al tressette, dall'asso pigliatutto alla briscola, da rubamazzo a sette e mezzo. Dal babbo me ne facevo riportare ogni tanto dal circolo qualche vecchio mazzo ormai dismesso: io le ripulivo strusciandole con un po' di cotone bagnato col latte e le facevo ritornare come nuove.
Mi piaceva molto disegnare e nei pomeriggi d'inverno questo era il mio passatempo preferito. Con i colori prendeva magicamente forma sul foglio di carta una bella nave con i suoi fumaioli, un aereo volteggiante in un cielo tutto azzurro, una casetta col suo camino fumante circondata da qualche albero e dalle montagne lontane. In primavera l'oggetto preferito del disegno era un rametto di pesco in fiore, una giunchiglia, o una viola che qualche volta, come fanno i ragazzi, portavo anche a scuola. Tenevo tra le cose pi care il mio astuccio di legno contenente la penna (con i pennini di ricambio), un lapis, l'appuntalapis e una gomma per
cancellare. Per nessuna ragione avrei potuto separarmi dalla
scatolina Giotto con le sei matite colorate che la mamma mi comprava a ogni ritorno a scuola, insieme al quaderno a righe e a quello a quadretti. Cominciare il quaderno nuovo o sfogliare il libro di lettura appena acquistato con il suo profumo di stampa ancora fresca era un momento gradito e piacevole. La scuola di allora teneva molto a che i ragazzi imparassero a memoria le poesie. Questo per me pi che un compito dovuto era un piacere: mi bastava leggerle un paio di volte per ripeterle senza problemi. Ne ho imparate tante che poi recitavo con orgoglio alla mamma e alla nonna. Tra queste ne ricordo una di Gozzano che allora mi parve tanto bella e che la mamma mi faceva declamare la sera di Natale:  La notte Santa. "Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell'osteria potremo riposare, ch troppo stanco sono e troppo stanca sei. Il campanile scocca lentamente le sei". E un'altra, del Pascoli: "Fiocca la neve lenta, lenta, lenta senti, una zana dondola pian piano, un bimbo piange, il picciol dito in bocca, dorme la nonna il mento sulla mano". La domenica mattina, vestiti a festa, la mamma ci mandava alla messa delle undici: normalmente era assai sbrigativa, durando infatti solo una mezz'ora. A meno che non si trattasse di una messa cantata, come in certe ricorrenze festive particolarmente importanti,
quando il rito liturgico diventava lento e solenne; allora tra canti e Osanna si andava avanti fino a mezzogiorno e mezzo. Erano i momenti in cui i preti sfoggiavano i loro paramenti pi belli tra damaschi e velluti variopinti, mentre l'organo, di solito muto, faceva sentire la sua voce in un crescendo di note che raggiungevano il fondo dell'anima. Le donne di casa e noi ragazzi partecipavamo regolarmente alla messa domenicale, mentre non ho ricordo di qualche funzione religiosa a cui il nonno Neno abbia assistito; mio padre vi prendeva parte solo in occasione delle feste pi importanti dell'anno e soprattutto perch spinto dalle insistenze della mamma. Durante la funzione religiosa ero affascinato dalle letture del Vangelo che narravano le vicende di Ges: immerso in un'atmosfera mistica mi lasciavo trasportare col pensiero in quei luoghi e in quei tempi. Per me Erode, il faraone, Pilato diventavano allora figure reali.
E come ascoltavo rapito le parabole che il prete ci raccontava! Quella per esempio delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre o quella di Lazzaro erano per me magiche realt di mondi e tempi lontani.
Qualche volta la suggestione era tanta che mi immedesimavo in Ges e soffrivo per le sue sofferenze lungo la Via Crucis. In chiesa, sulla parete di fronte all'entrata secondaria c'era (e forse c' ancora), un Cristo dolorante con la testa circondata da una corona di spine e il volto macchiato da stille di sangue: quanto mi ha fatto star male quel Cristo! Mi tormentavo per il suo martirio come se la croce l'avessi
patita io. Qualche volta la mamma ci portava a vedere la
processione del Gioved Santo a Montevettolini: per noi era uno spettacolo straordinario. I cavalli bardati, i soldati armati di lance, i tamburi; e poi Ges con la corona di spine sulla testa che si trascinava penosamente sotto il peso di una grossa croce. L'immedesimazione era totale e il turbamento profondo. Col prete del Cintolese - prima con il rettore anziano e scorbutico, poi con il giovane don Renato disponibile e malizioso - eravamo in ottimi rapporti anche se non tutti della famiglia, come ho detto, potevamo dirci dei partecipanti assidui alle funzioni sacre. La nostra era una famiglia dai saldi principi morali, ma con una visione del mondo del tutto laica e nessuno era un mangiapreti, ma nemmeno un bigotto baciapile.
Rapporti pi frequenti, per quanto riguardava me e Marcello, c'erano invece con Amedeo il sagrestano, che tutti chiamavano maestro perch, come prima ho accennato, durante l'estate ci dava ripetizioni nella sagrestia della chiesa. Amedeo era un ometto basso di statura, con la testa quasi pelata, sempre con le ciabatte ai piedi che portava con andatura donnesca movendosi a piccoli passi svelti; ci guardava da sopra gli occhiali e teneva a portata di mano una bacchetta di canna d'india con cui ogni tanto accarezzava le mani di qualche ragazzo svogliato o impertinente. Girava intorno alla grande tavola a cui noi ragazzi stavamo seduti, comparendo ogni tanto d'improvviso dietro uno di noi per una correzione o un suggerimento, che faceva in modo stizzito, quasi
di sopportazione e di noia, come per dire: "Ma quanta pazienza mi ci vuole con degli zucconi come voi". Aveva la mania di dare dei pizzicotti micidiali soprattutto sulla schiena, infilando la mano dal collo sotto la camicia. Era quello che temevamo di pi, per cui stavamo sempre all'erta, pronti al suo avvicinarsi per sottrarci ai suoi tentativi. Anche se le sue ripetizioni sono state poche e saltuarie mi ha sempre considerato un suo allievo e quando, molti anni dopo, mi sono laureato mi ha mandato una bella lettera di congratulazioni.
Finita la messa e usciti di chiesa, era diventata un'abitudine a cui non si rinunciava mai quella di comprare, per pochi soldi dall'ortolano, una carota per mangiarsela subito li sul momento, dopo averla lavata alla meglio con l'acqua della fontana della piazza. Sul sagrato della chiesa infatti, la mattina della domenica, c'erano sistemati nelle loro ceste ben allineate ortaggi e frutta che due ortolani di Monsummano venivano qui a vendere. Ricordo che uno si chiamava Morini. I contadini intanto col vestito della festa, rigorosamente scuro, e gli scarponi chiodati tirati a lucido con il grasso, si fermavano in piazza a chiacchierare del tempo, delle semine, dei raccolti, del bestiame. Il programma per il pomeriggio dei giorni di festa era obbligato: o al cinematografo a Monsummano, oppure a giocare a carte o a tombola dalla Isolina di Zore. Come per tutti i ragazzi le mie preferenze andavano ai film comici e a quelli di avventura, mentre le storie d'amore mi annoiavano mortalmente.
Partivamo a piedi in tre o quattro amici di primo pomeriggio e facevamo quei pochi chilometri quasi di corsa cercando di arrivare presto per accaparrarsi i posti migliori, non troppo vicini n troppo lontani dallo schermo. Durante il film, se avevamo i soldi, sgranocchiavamo un po' di semi salati di zucca o un cartoccio di lupini cotti, nel mentre si rideva a crepapelle per le trovate di Ridolini o di Charlot. Nelle storie di azione poi era impossibile non farsi coinvolgere dalle avventure dei nostri eroi: ci esaltavamo per le imprese aeree del grande pilota di guerra Luciano Serra e soffrivamo per l'ingiustizia subita dal Fornaretto di Venezia; tremavamo per la sorte dei personaggi presi nel vortice di Uragano ed eravamo rapiti dall'incanto di Orizzonti perduti. Dopo il film l'appuntamento immancabile era da Natalino, dietro la chiesa, per mangiare una bella fetta di castagnaccio se era inverno o gustarsi un buon gelato alla crema d'estate.
I pomeriggi festivi e le serate del sabato dalla Isolina di Zore erano famosi e a essi prendeva parte tutto il vicinato. Non so come avvenisse, ma tutti sapevano se per quella data domenica o per quel certo sabato sera fosse in programma la consueta riunione che, tra l'altro, non avveniva a cadenze fisse. Evidentemente l'informazione passava di bocca in bocca, di vicino in vicino, lungo una interminabile catena. Fatto sta che, nel primo pomeriggio o dopo cena del giorno stabilito, la gente del vicinato si ritrovava intorno al tavolo di cucina dell'Isolina per giocare a sette e mezzo o a tombola, a
seconda del desiderio dei pi. Indimenticabili le tombolate
della vigilia di Natale, prima della messa di mezzanotte: il chiasso, le battute, l'allegria, l'aria di festa pervadeva tutti e tutto. Tirar su i numeri era operazione ambita e spesso qualche spiritoso giocatore faceva seguire al numero estratto, gridato a voce alta e stentorea da chi teneva il banco, un motto burlesco: "Undici!" "Le gambe delle donne", "ventotto!" "Il numero di casa". E cos via. I fagioli o i lupini coprivano intanto piano, piano le cartelle tra un commento, un motto, una risata. Poi, quando la tombola era vicina, dopo i primi: "Tiramelo!" E i: "Me l'hai strozzato!" Un silenzio assoluto scendeva nella stanza e la tensione raggiungeva il massimo; fino a che qualcuno urlava il fatidico: "Fatta!" Al che seguiva inevitabile e immediato il commento, non riferibile ma intuibile, di un giocatore deluso. La posta per la tombola, in serate speciali come questa, era il pi delle volte un cappone o una gallina e parimenti ricca era la cinquina; nelle occasioni normali invece si poteva vincere un panforte, un sacchetto di cavallucci, una scatola di gianduiotti e altre ghiottonerie del genere.
Finita la tombola, infagottati nelle sciarpe e nei cappotti, si usciva nel freddo della notte e tutti insieme ci si avviava verso la chiesa per la messa di mezzanotte, presi da quella euforia fisica e mentale che la particolare atmosfera natalizia suscitava in tutti, ma che esaltava particolarmente noi giovani.
Andare a scuola mi piaceva, ci andavo sempre volentieri, ma quando una febbre improvvisa o un
forte mal di gola, di cui soffrivo spesso, mi costringevano a rimanere a casa non mi mettevo certo a piangere. Anzi a esser sincero ero preso da una sottile intima gioia, perch questa era una buona occasione per diventare oggetto della massima attenzione da parte di tutti e per essere coccolato dalla mamma. Mi mettevo nel lettone dei miei genitori e sfogliavo la raccolta della Domenica del Corriere che il babbo aveva fatto rilegare in un grosso fascicolo, oppure leggevo le novelle di un librone che mi ha fatto compagnia per tanti anni. Le immagini, si sa, rimangono a lungo impresse nella mente dei bambini specialmente se suscitano emozioni forti, ed  perci comprensibile che a tanti anni di distanza abbia ancora davanti agli occhi la figura di un palombaro che, immortalato in un disegno di Beltrame con il suo mostruoso scafandro, stava per immergersi in mare alla ricerca di non so che cosa; un'immagine alla quale ho sempre associato un senso di paura profonda, quasi di angoscia. Con lo sguardo al soffitto di cui conoscevo tutto, dalla forma delle travi al numero dei travicelli, mi soffermavo a guardare le figure che le macchie di umidit avevano disegnato sui mattoni del tetto e che evocavano ora il profilo di una persona, ora il muso di un animale. Capitava spesso che, quando mi ammalavo, col dire che era una indigestione, mi lasciassero a digiuno per un giorno o due, ma il peggio era che a questi seguivano alcuni altri giorni di una dieta a base di semolini e minestrine. A me gi al secondo giorno veniva una fame da lupi, cos mi arrangiavo all'insaputa della mamma, approfittando del fatto che il pane,
disposto su una lunga tavola, dopo la cottura veniva portato in camera, e qui lasciato coperto da una tovaglia. Alla mamma naturalmente non sfuggiva, magari dopo qualche giorno, che una coppia di pane era ridotta a met, ma era troppo tardi e io ormai ero guarito.
Un giorno per il dottore e la mamma, inconsapevolmente, trovarono il modo di rendermi odiosi questi bei momenti di pigro far niente: fu quando per guarirmi della solita indigestione mi fecero bere un bicchiere colmo di olio di ricino. Nessuno potr mai immaginare la sgradevolezza di questa sostanza, che allora si usava come purgante, se non la si  ingerita almeno una volta, e una volta basta e avanza.  qualcosa di repellente a cui tutto l'organismo si ribella e che, soprattutto, ti rimane in bocca e nel naso con un odore e un sapore nauseabondo. Anche dopo mesi, se ci ripensi, ti d la nausea. Me lo imposero una volta sola, ma mi bast per sempre.


Il balilla.

A scuola la cultura di guerra ci veniva propinata, oltre che con i libri e le esercitazioni del sabato pomeriggio, anche attraverso i manifesti murali. Alcuni erano di aspetto gradevole, altri decisamente terrificanti. Molti di essi sono ormai scomparsi dalla memoria, ma di uno di essi ho un ricordo preciso: quello in cui campeggiava in primo piano la figura orrenda, da orco delle favole, di un viso coperto da una maschera antigas.
In seguito ne comparvero anche altri, tra cui ne spiccava uno che mostrava la faccia di una persona che con un dito davanti al naso intimava: "Taci, il nemico ti ascolta". Come se i nostri segreti di ragazzi potessero interessare in qualche modo al nemico.
In seguito, ogni settimana, la maestra cominci a distribuire in classe il Balilla: giornalino graficamente simile al Corriere dei piccoli inneggiante al duce, al fascismo e alla guerra. Tanto per dire, in prima pagina, riportava sarcasticamente le imprese di "re Giorgetto d'Inghilterra", il quale "per paura della guerra chiede aiuto e protezione al ministro Ciurcillone", una ridicola parodia del re Giorgio, del primo ministro Churchill e dell'Inghilterra, nostri nemici. A noi sfuggiva il significato politico di tutto questo e ci divertivamo un mondo a leggere le pagine del Balilla. Con questo nome, che il fascismo prese a
prestito dal ragazzo genovese che nel 1746, lanciando un sasso, dette inizio alla rivolta contro gli austriaci, furono indicati i giovani dagli otto ai quattordici anni. Da sei a otto anni erano chiamati figli della lupa, oltre i quattordici avanguardisti. Tutti venivano inquadrati in formazioni paramilitari che avevano lo scopo di prepararli alla guerra. Infatti ogni balilla aveva l'obbligo di partecipare alle esercitazioni che il sabato pomeriggio - il cosiddetto sabato fascista - si svolgevano nel cortile della scuola. Cos anch'io, vestito dell'apposita divisa, passavo un paio di ore alla settimana marciando insieme ai miei compagni e facendo esercizi ginnici. Per la verit ce la spassavamo, perch noi ragazzi vedevamo tutto questo soltanto sotto l'aspetto del gioco e lo consideravamo un'occasione in pi per un piacevole divertimento.
La scuola per era una cosa molto seria e la nostra maestra - che mi ha seguito fino alla quinta elementare - non ammetteva pigrizia o negligenza n tanto meno baccano o schiamazzi, ma naturalmente non mancavano i momenti di allegria. Immaginate le risate che seguirono a questo episodio: il mio vicino di banco era il Cocchi di Dante e un giorno svolgemmo in classe il tema dal titolo "Parla del tuo compagno di banco". Fatto il tema la maestra li ritir e poi li lesse davanti a tutti noi. Quando arriv a quello del Cocchi la prima frase che recit con voce stentorea perch tutti intendessero fu: "Il mio compagno di banco si chiama Luciano e a me mi piace morto". Quello che segu, naturalmente, fu uno sghignazzo generale.  facile capire che il Cocchi, a parte la ripetizione a me
mi, voleva scrivere molto. Nelle nostre zone, nel parlare comune, la lettera elle veniva (e ancora viene) in genere sostituita dalla erre: per esempio  frequente sentir dire cortello invece di coltello.
Il mio rapporto con i compagni di scuola era di familiarit e confidenza aperta e leale, ma i nostri contatti erano limitati alle ore di lezioni ed erano rare le occasioni per incontrarsi in altre circostanze. Comunque il mio carattere gioviale e sincero, anche se un po' timido, mi procuravano facilmente amicizia e simpatia. Come di solito accade tra i giovani, a volte emergeva tra di noi anche competitivit e contrasto. C'era un ragazzo dell'Uggia, chiamato per la sua stazza Bombolo, che passava per uno prepotente e sbruffone. Io per la verit lo conoscevo appena. Un pallone di cui lui si era impossessato mentre giocavamo davanti alla scuola e che non voleva restituire fu l'occasione per uno scontro tra noi. Iniziato come di rito, con qualche spintone, degener poi in botte vere e proprie. Credo di poter dire sinceramente che non ci fu n un vinto n un vincitore, ma il solo fatto di aver affrontato coraggiosamente quello che era considerato un capetto fece aumentare di molti punti la considerazione degli altri ragazzi nei miei confronti. "Sai, ha fatto a cazzotti con Bombolo e l'ha buttato gi!" dicevano tra loro con tono di rispetto. Ricordo anche un'altra scaramuccia con il mio coetaneo Ivo del Bechini, sull'argine della Nievole, durante la quale abbracciati nell'impeto della gara di forza per buttare a terra l'avversario, rotolammo lungo l'argine fin dentro l'acqua: fu quello che ci voleva per farci
smettere di litigare.
Cos passavo le mie giornate tra la scuola, la famiglia e gli amici. Gli echi della guerra giungevano raramente fino a noi e le poche notizie erano affievolite dalla distanza dei luoghi dove gli avvenimenti bellici si svolgevano. Per quanto mi riguardava, essa rimaneva comunque come qualcosa di sfumato, impalpabile, aleggiante sulla nostra vita, ma lontano.
Mi affascinavano il Padule, le sue distese piatte a perdita d'occhio, i prati verdeggianti, i fossi dove l'acqua nascondeva tra le alghe mille creature, l'intrico dei cesti di
sarello e di canne dove le sparacannelle, piccoli uccelli sempre in movimento, si nascondevano incuranti della nostra presenza ripetendo all'infinito il loro verso. In estate andavo spesso in Padule con il mio compagno Ivo di Zore. Insieme a lui e a qualche altro amico, nei meriggi afosi, partivamo di corsa da casa e arrivavamo, sempre correndo, alla Nievole. Qui, tutti sudati, buttati via i pantaloncini che erano il nostro unico indumento, ci buttavamo nell'acqua ghiaccia a fare il bagno. Pare impossibile: mai una volta un raffreddore o una bronchite. Altre volte la nostra meta erano i bozzi d'acqua limpida e fresca del fosso di Barbadoro o della Serrina, vicino alla casa del Pierini, dove eravamo sicuri di trovare sempre altri ragazzi con cui gareggiare nei tuffi.
La primavera si annunciava con i mille profumi che venivano dai campi dove il grano crescente ondeggiava al maestrale, e allora veniva il tempo delle prime uscite per una pescata nel Fossone della
Bassa o nei fossi del Prato d'Amedeo. Insieme al nonno o al babbo mettevo il cerchio sulle spalle - una rete a sacco distesa intorno a un sostegno semicircolare di legno munito di un lungo manico - e via lungo il Vione verso la Bassa. Qui la rete, affondata nelle acque limpide dei fossi, imprigionava luccetti, pescatelli e persici guizzanti dai colori sgargianti insieme ad alghe verdi e a ditischi frettolosi di riguadagnare l'acqua, pesci che io lesto prendevo con le mani e infilavo nella zucca che faceva da contenitore. Ma i persici, con le loro pinne spinose, come bucavano! Ogni volta che il cerchio veniva immerso era prima un aspettare fremente che il nonno lo tirasse di nuovo su, poi un affannoso rimestare con le mani nel fondo della rete tra fango e alghe, alla ricerca di pesci rimasti intrappolati. Ma un giorno non tutto and per il verso giusto. Il nonno Neno mi aveva portato con s a pescare nel Prato d'Amedeo e qui, dopo aver preso un bel po' di pesci, ci eravamo seduti sull'erba a fare una merenda con della pancetta e del salame che, insieme a qualche fetta di pane, avevamo portato con noi. A un certo punto comparvero sull'argine due uomini in bicicletta, uno dietro l'altro; da lontano parevano due normali ciclisti ma quando si avvicinarono li riconobbi. Erano due carabinieri. Il nonno, appena glielo feci notare, svelto prese la zucca con i pesci e la nascose dietro un cesto di sarello li vicino, poi allontan da noi il cerchio buttandolo tra l'erba alta della listra. Il Neno (che in realt si chiamava Nazareno), una bella faccia appena nascosta da una corta barba bianca di qualche giorno, folti baffi
bianchi, occhi chiari vivaci, risoluto nel parlare, sembrava se lo aspettasse. Continu a mangiare tagliando il pane a pezzetti col suo coltello da caccia, come se nulla fosse. Io cercavo di fare lo stesso ma ogni tanto buttavo un'occhiata di traverso per vedere quello che facevano quei due. Questi, lasciate le biciclette sull'argine, scesero gi e, raggiuntici, subito ci chiesero che cosa facessimo. Io non avevo molta esperienza in fatto di pesca e di carabinieri, ma capii subito che eravamo nei guai. Il nonno cerc di dare ad intendere che eravamo li per una merenda, poi volle far credere che noi con quel cerchio, che le guardie videro subito, non c'entravamo per niente; e infine che quella zucca piena di pesci, che subito dopo trovarono, non era nostra. Naturalmente la licenza di pesca, che gli chiesero di mostrare, il nonno non l'aveva. Capivo anche che il nonno cercava una onorevole via di uscita ed ero pronto, se ce ne fosse stato bisogno, a confermare le sue parole anche se le sue bugie, conoscendo la sua onest e il suo rigore morale, mi lasciavano un po' perplesso. Non era lo stesso Neno che, ai nipotini Giulio e Arturo venuti dall'America, aveva perentoriamente ordinato di riportare subito al legittimo proprietario le pannocchie di granturco di cui avevano fatta razzia. Con quanta contentezza dei due ragazzi si pu facilmente immaginare. Naturalmente i carabinieri non la bevvero e io, intimorito guardavo il nonno che nonostante l'evidenza continuava a negare tutto. Non mi misi a piangere perch pensavo che lui avrebbe certamente saputo come uscirne. Ma intanto fortissimo mi opprimeva
un dubbio: saremmo andati a finire in prigione? Fortunatamente, mentre ci dibattevamo in questa spinosissima situazione, arriv il babbo che, come eravamo d'accordo, veniva in bicicletta per aiutarci a riportare la rete troppo pesante cos bagnata, per un vecchio e un bambino. Lo vidi arrivare e fu per me come se arrivasse il salvatore. Naturalmente fu anche lui coinvolto e dovette ammettere, cercando delle impossibili attenuanti, quello che il nonno aveva ostinatamente negato. Per me fu un sollievo enorme. La presenza di mio padre mi aveva completamente rassicurato. Fin che il babbo dovette si, prendersi il cerchio sulla spalla e riportarlo indietro, ma non a casa, bens alla caserma dei carabinieri di Monsummano, dove rimase sequestrato fino al pagamento della multa.


Il Padule.

Dal Morino, figliolo di quel Pisa che conosceva il Padule come le sue tasche e di cui aveva fatto la ragione della sua vita, avevamo imparato un modo di pescare del tutto speciale: prendere le anguille direttamente con le mani. Sul finire dell'estate, quando il Padule era in secca e nei fossi l'acqua era ormai confinata a qualche piccola pozza qua e l, io e Marcello insieme al solito Ivo di Zore, come ho pi volte detto nostro inseparabile amico, facevamo ogni tanto una puntatina nei fossi della Bassa per mettere in pratica gli insegnamenti del Morino.
Armati di un secchio e di un badile, l dove le cannelle lasciavano spazi liberi, ammucchiavamo del fango alle due estremit di un piccolo tratto di un fosso. Isolato cos con due argini improvvisati, lo svuotavamo a secchiate. Non ci voleva molto perch di acqua nei fossi, data la prolungata siccit estiva, ne era rimasta veramente poca. Poi, lesti e smaniosi, immergevamo le mani in quell'acquaccia torbida e dalla mota tiravamo su un'anguilla o una tinca, poveri pesci che, costretti dalla siccit, dovevano sopravvivere in quel pantano fino all'arrivo delle prime piogge. Pu sembrare facile una pesca di questo genere, in realt per afferrare le anguille in quelle condizioni ci voleva destrezza, rapidit e buona presa, perch a causa del fango e del muco che
avvolgevano il corpo, sgusciavano via con facilit dalle mani
e con guizzi repentini si immergevano di nuovo nella fanghiglia.  facile immaginare in quali condizioni ci ritrovavamo noi alla fine: coperti di mota dalla testa ai piedi. Fortunatamente li vicino c'era la Nievole, in cui anche d'agosto scorreva un ruscelletto d'acqua limpida che si trasformava in uno stagno largo e profondo sotto il ponte in fondo al Vione.
E la pesca dei ranocchi, di prima notte, sulla barca in quel mare di erbe galleggianti sulla superficie degli stagni, in mezzo a quell'assordante gracidio! Si arrivava in bicicletta alla capanna del Pisa in fondo al Vione appena buio e qui, muniti di un sacco e di un lume a carburo, montavamo su un barchino stretto che oscillava al minimo spostamento; poi puntando sul forcino (lunga pertica terminante con una specie di forchetta usata per spingere il barchino), ci spostavamo lentamente in mezzo al fosso e li, immobili e muti, aspettavamo il momento propizio. Al nostro arrivo il gracidare delle rane si zittiva di colpo e un silenzio assoluto, irreale, calava intorno a noi. Dopo un po' eccolo ricominciare: prima un era era poco lontano e isolato, poi un altro pi vicino, poi un altro ancora e ancora. Fino a che tutta la superficie dell'acqua si rianimava. Allora il gracidio diventava un fragoroso concerto che si diffondeva nella notte, mescolandosi a un altro uguale che veniva dal fossato vicino e dai mille stagni del Padule. Era maggio, il periodo degli amori e i ranocchi disseminati sulle larghe foglie di ninfea e sulle alghe dei fossi, abbagliati dalla luce, si facevano prendere cos, con le mani, senza alcuna
reazione, sicch era facile per noi riempire in pochissimo tempo il fondo del sacco. Prendere i ranocchi in queste condizioni era semplicissimo; meno semplice, una volta ritornati a casa, era trovare il modo di sistemarli in attesa di pulirli e cucinarli. Di certo il sistema usato dal fratello della nonna Anna, Lido, qualche anno pi tardi non era molto consigliabile. Il racconto ha qualcosa di surreale: ecco cosa gli successe: di ritorno a notte fonda dalla pesca, come aveva fatto altre volte, rovesci il sacco dei ranocchi dentro una conca abbastanza ampia che teneva in cucina. Era un'operazione necessaria perch gli animali non soffocassero, pigiati uno sull'altro all'interno del ristrettissimo spazio di quell'informe contenitore di iuta. Fatto questo, distese sopra la conca lo stesso sacco vuoto in modo da coprirne l'apertura. Poi and a letto. Potete immaginare come rimase l'Ida, la sua mamma, quando l'indomani mattina, aperta la porta della cucina, vide la stanza che saltellava, o meglio la stanza piena di ranocchi che saltellavano. Erano dappertutto: sul pavimento, sopra e sotto l'acquaio, dietro la madia, sulle seggiole, sotto la panca; la cucina ne era strapiena, ma non si limitavano a questa. Attraverso la porta rimasta aperta avevano sciamato anche nel salotto attiguo. A centinaia saltavano da una parte all'altra senza tregua: era un brulichio di zampe, uno slanciarsi di corpi nel vuoto per ricadere poco pi in l, un balzare caotico di esseri impazziti; il tutto in un silenzio assoluto. Sembrava un sabba infernale. Ma quello che veramente fu infernale fu il riprenderli uno ad uno per rimetterli nel sacco; sacco che nella notte,
evidentemente per i balzi degli animali, era scivolato a terra scoprendo l'apertura della conca. In questo modo i ranocchi, con i loro salti, avevano facilmente guadagnato la libert. Ve li immaginate Lido e i suoi, sbigottiti e agitati aggirarsi per la stanza, facendo bene attenzione a dove mettevano i piedi in mezzo a quel ribollio di teste verdastre, intenti a cercare di afferrare degli esseri guizzanti, i quali appena la mano si avvicinava se la svignavano con un bel salto? Non finivano mai di prenderli. Forse l'Ida rimase un po' scioccata da questa faccenda perch, come mi disse, anche dopo qualche giorno le sembrava di udire ogni tanto un era era venir fuori da qualche angolo nascosto della cucina.
La caccia era l'altra grande passione del nonno e del babbo e sarebbe di certo diventata anche la mia passione se quest'ultimo non fosse stato richiamato alla guerra. Sapevo tutto sugli uccelli, avevo imparato a riconoscerli dal modo di volare, dal verso del canto e soprattutto dal colore delle piume. Il cardellino sfoggiava una bella livrea variopinta con la tipica macchia rossa sulla testa, il fringuello un corpo roseo con ali a strisce bianco nere e capo cinerino, il passero aveva dorso e ali marroni e ventre grigio chiaro, e cos via. Con la lontananza del babbo venne a mancare la guida e lo stimolo principale alla caccia, perch il nonno, per la sua et e per gli acciacchi che lo affliggevano, aveva gi da tempo rinunciato a prendere in mano il fucile. Fino a che rimase a casa, nelle belle mattinate di primavera inoltrata e d'autunno, il babbo non mancava mai, appena fatto giorno, di recarsi al capanno che aveva costruito, con canne e frasche, lungo il filare di viti in mezzo al nostro campino, a una decina di metri da un alto pioppo. Io, appena alzato e prima ancora di fare colazione, con quattro salti ero li. Assonnato ma curioso, lo investivo con le solite domande: "Passano stamani i fringuelli? Quanti tiri hai fatto? Di uccelli quanti ne hai presi? I capannelli vicini hanno sparato?" C'era sempre una gara agguerrita, seppur tacita, a chi faceva pi tiri tra i capannelli della zona. Il babbo rispondeva a mezza voce alle mie domande, mostrando orgoglioso il mazzetto di uccelletti che aveva preso. Non era infrequente, nelle giornate nere in cui il carniere rimaneva vuoto, il ritornello giustificativo: "Stamani le cartucce non lavorano". Spesso stava eufemisticamente a significare che la mira in pi occasioni aveva lasciato a desiderare. Ma non bisognava dirlo. Mentre eravamo li, immobili e muti come pesci - dovevamo star fermi e parlare il meno possibile e comunque sottovoce - ecco improvvisamente un richiamo, un povero fringuello in gabbia che aveva il compito di cantare e saltellare per richiamare l'attenzione dei suoi consimili in volo, dare inizio a un melodioso francescomio: il caratteristico verso canoro dei fringuelli. A esso immediatamente facevano eco gli altri richiami disposti intorno al capanno. Era il segnale che un fringuello, o filinguello come veniva comunemente chiamato, stava avvicinandosi o che gi si era posato su un albero o su un filare di viti li vicino. Ecco infatti subito dopo il suo canto di risposta. Era il momento di aguzzare lo sguardo sul pioppo di fronte per
vederlo posare su un ramo e lentamente, senza il minimo rumore, avvicinare il fucile alla finestrina del capanno, pronti a sparare. Spettava a me, subito dopo, il compito di andare a recuperarlo, il ch a volte era tutt'altro che facile perch il grano ancora verde ma gi alto, o il trifoglio rosso che coprivano il campo, li nascondevano agevolmente. Visto con gli occhi di oggi tutto ci pu apparire barbaro e incivile, ma allora era soltanto un uccellino morto che poteva rappresentare un'ottima colazione. Per un buon carniere i richiami erano decisivi, ma avere richiami con le qualit richieste - bel canto, tempestivi nell'iniziare a cantare e nel chetarsi, non timidi o paurosi all'avvicinarsi dell'uomo - non era facile. I cacciatori preferivano allevarli e prepararli personalmente e l'addestramento richiedeva arte e pazienza. Intanto si dovevano impiegare uccelli presi alle reti comprandoli da chi faceva questo tipo di caccia, poi si rendeva necessario ammaestrarli perch imparassero a cantare e ci si otteneva mettendoli in compagnia di altri gi esperti. Bisognava anche trattarli con un'alimentazione speciale, per cui oltre al panico loro abituale alimento, si doveva somministrare loro anche la farina di vermocchi, una puzzolente farina di origine animale di cui andavano ghiotti. Infine in autunno bisognava metterli in chiusa, tenerli cio al buio nel sottoscala per qualche mese, coperti con un telo nero per evitare che filtrasse anche solo un po' di luce. Con questo sistema, ingannati dal lungo periodo di buio, quando al momento di iniziare la caccia venivano riportati alla luce del giorno, riprendevano il loro canto come se
fosse primavera, che come si sa  il periodo degli amori, e dispiegavano allora la loro voce in accenti squillanti e modulazioni melodiose. Era di sicuro un trattamento crudele, ma allora gli animali pi che esseri viventi erano considerati strumenti di utilit per l'uomo, e questa pratica era cosa normalissima a cui tutti ricorrevano e su cui nessuno aveva niente da dire.
E questo non era il peggio. In quei tempi, in autunno, le rondini si riunivano in Padule in stormi immensi prima di prendere il volo per ritornare a svernare nei luoghi caldi. Qui si davano appuntamento a migliaia e migliaia, rimanevano per due o tre giorni, poi improvvisamente a un segnale sconosciuto partivano. In quei giorni era un intrecciarsi di voli fittissimi in ogni direzione, un carosello aereo di uccelli impazziti che ora cercavano di posarsi su un alberello o su una cannella, ora riprendevano il volo verso l'alto, ora facevano giravolte sfiorando il terreno, e il cielo, letteralmente abbuiato da questa immane presenza, era riempito da uno stridore continuo, senza soste e assordante. Erano alla ricerca di un appoggio dove riposare prima del grande balzo. Le rondini non si posano a terra perch, a causa delle corte zampette, hanno difficolt poi a riprendere il volo. L'uomo, sempre abile ad approfittare dei momenti di difficolt degli animali, eccolo pronto a ghermire la preda con decine di piccoli stecchi coperti di vischio, chiamata pania, inseriti sopra un corto ramo o un bastone piantato in terra. I poveri animali vi si posavano sopra ed era fatta: rimanevano appiccicati con le zampe e con
le ali e, impossibilitati a volare, cadevano a terra svolazzando qua e l. La mano dell'uomo era lesta a prenderli e a infilarli in un sacco. La carne della rondine non  molto buona, ma in mancanza di meglio... Cos allora ragionava la gente. A me questa caccia non interessava anzi, la consideravo assolutamente crudele: vedere quei piccoli esseri presi nella morsa del vischio dibattersi fra l'erba per liberarsi, mi faceva proprio star male,  per questo che non ho mai voluto prendervi parte nonostante gli inviti ripetuti degli altri ragazzi. Al contrario mi sarebbe piaciuto molto accompagnare il nonno all'aspetto: per molto tempo per questo rimase solo un desiderio. L'aspetto era un tipo di caccia riservata ai cacciatori esperti ed era rivolta soprattutto ai beccaccini. Ci si appostava all'imbrunire fra le frasche o le canne della gronda del Padule e si rimaneva in attesa del rientro di un uccello al ricovero notturno. Era pi difficile di quella al capanno perch bisognava sparare al volo, ma il babbo era un abile tiratore e anche il nonno, nonostante gli anni, aveva ancora una mano ferma, tanto che a ottant'anni, poco prima della morte, riusc a prendere una bella lepre. "L'ho vista che schizzava via davanti a me e gli ho lascio and la prima fucilata appena ha attraverso la parte scoperta del campo" raccontava per magnificare la prontezza di riflessi a chi si complimentava con lui. Una sera finalmente mi invit ad andare con lui: "Mettiti una bella maglia, prendi un giacchetto e vienimi dietro, si va all'aspetto". Era l'imbrunire di una bella serata di primavera. Ci incamminammo lungo il viottolo che portava al Mariani, lui
con il fucile in spalla e la cartuccera alla vita, davanti; io avvolto nel giaccone troppo grande che la mamma mi aveva fatto indossare, dietro. Per la Viaccia arrivammo al Fossetto e subito dopo alle prime listre delle Province: cos erano chiamati alcuni poderi di propriet dell'amministrazione provinciale, che li aveva ricevuti in lascito da un possidente. Qui una specie di siepe naturale fatta di canne e cespugli di sarello formava un luogo ideale per l'appostamento. Mentre ci riparavamo dietro le frasche sentii in lontananza suonare l'or di notte, i rintocchi della campana del Cintolese che un'ora dopo il tramonto annunciavano l'approssimarsi della notte. Le ombre della sera gi nascondevano le case e imbrunivano le colline lontane, allora un po' di sgomento cominci a serpeggiarmi dentro; cos per farmi coraggio cercai di dire qualche parola, ma il nonno stronc subito ogni mio tentativo in proposito. "Non parlare, se no gli uccelli non vengono". E io, muto come un pesce, l fermo ad ascoltare i piccoli rumori che nel silenzio assoluto del Padule scrosciavano con il fragore di rami spezzati. Il tempo passava, le ombre si facevano pi cupe e il freddo umido cominciava a insinuarsi sotto la giubba. All'improvviso, mentre con gli occhi vagavo frugando intorno alla ricerca di qualche segno di vita, ecco un frullar d'ali, un fruscio, quindi uno scoppio che mi rimbomb negli orecchi facendomi sussultare. Il nonno aveva sparato ma io non avevo visto niente. "Andiamo a prenderlo,  un beccaccino" disse il nonno. Uscimmo allo scoperto e ci mettemmo alla ricerca della nostra preda, ma un po' per il buio che stava
sopraggiungendo, un po' per l'erba alta che nascondeva facilmente un uccello, del beccaccino non trovammo traccia. Forse ferito, era riuscito a nascondersi tra i cesti di sarello e le cannelle o forse era volato via. Fu una vera delusione, perch quello fu l'unico sparo. Rimanemmo ancora un po', ma poi la notte che stava avanzando rapidamente ci indusse a rientrare. Ci furono tuttavia, in seguito, altre occasioni in cui ci rifacemmo ampiamente del magro carniere di quella prima volta.
Riuscire a prendere qualche passerotto vivo era per noi ragazzi un obiettivo molto ambito ma difficile da raggiungere. Questo nonostante in quei tempi, intorno alle case dei contadini, vivessero stormi di passerotti sui tetti, tra i pagliai e gli alberi, che trovavano facilmente da mangiare nei campi, sulle aie, nelle concimaie. Allora la campagna non era inquinata da erbicidi o pesticidi e il terreno era un pullulare di vermetti e di insetti; nell'aria volteggiavano nugoli di moscerini e ovunque - purtroppo per noi - erano mosche e zanzare. Inoltre l'attivit contadina facilitava la diffusione delle granaglie - cibo prediletto degli uccelli - sia direttamente con le semine, sia attraverso le culture delle piante e l'allevamento degli animali. Inoltre gli alberi da frutto erano ovunque e ben curati. Per noi l'unica possibilit di acchiappare un uccellino vivo si presentava d'inverno dopo una nevicata, quando l'aia era ricoperta da un soffice strato bianco e i passerotti, a gruppetti, andavano alla ricerca di qualcosa da mangiare nei punti un po' scoperti,
vicini ai pagliai o alla concimaia. Allora io e Marcello ci mettevamo al lavoro: liberato dalla neve un piccolo spiazzo, spargevamo sul terreno dei chicchi di grano tritati o delle briciole di pane e poi li mettevamo una specie di trappola atta allo scopo. Era molto semplice: consisteva in un pezzo di rete fissata a una cornice di legno sollevata su un lato da un bastoncino appoggiato a terra, a questo era legato un filo che arrivava fino a noi. Nascosti dietro un pagliaio, con il filo in mano, si aspettava che qualche uccellino saltellando saltellando arrivasse a beccare il grano sotto la trappola. Poi, uno strappo al filo ed era fatta. A parole, perch in realt non ho ricordo di qualche passero che fosse rimasto nella trappola: facevano sempre in tempo a volar via. Cos la nostra gabbietta, che avevamo preparato per il nostro ospite costruendola noi stessi con assicelle di legno e filo di ferro, rimaneva momentaneamente vuota, in disparte, ma pronta per un altro tentativo. Oppure veniva usata pi tardi, in primavera, per rinserrarvi qualche piccolo passerotto caduto dal nido. Quando sentivamo un pigolio insistente venire da un cespuglio di un fossato o dalle erbe di un prato, sapevamo che si trattava di un uccellino in difficolt ai suoi primi tentativi di volare e noi, dopo essere riusciti finalmente ad afferrarlo tra uno svolazzo e l'altro, lo prendevamo sotto le nostre cure mettendogli subito a disposizione una pappa di latte e pane. Erano quasi sempre piccini non ancora in grado di volare e di procurarsi il cibo, noi li imboccavamo con una piccola canna usata a mo' di cucchiaino. Queste piccole
creature come spalancavano il becco per farsi nutrire!
Purtroppo per molte volte non riuscivano ad adattarsi a questa alimentazione poco appropriata per loro, andando incontro a malattie mortali.
Il Padule non era solo il luogo dove si sparava e si uccideva, era anche il posto dove si celebrava una delle pi belle e partecipate feste di quei tempi. Non v'era famiglia che il luned di Pasqua non si ritrovasse su un prato, un argine, in un capanno o all'aria aperta, per una allegra scampagnata. Quella era la prima occasione dell'anno in cui noi ragazzi ci mettevamo di nuovo i pantaloncini corti. Nel periodo invernale portavamo invece i pantaloni alla zuava abbottonati sotto il ginocchio e un paio di calzettoni che ricoprivano la gamba. Il giorno di pasquetta partivamo di primo pomeriggio a piedi o in bicicletta, carichi di sporte e fagotti e, attraversato il Fossetto, imboccavamo il viottolo lungo l'argine del Fossone, arrivando rapidamente alla nostra meta: la Bassa o la capanna del Pisa, dove altri gruppi giunti poco prima, erano sparsi qua e l. La prima cosa da fare era stendere una coperta sull'erba, preliminare che ci dava diritto al posto. Subito dopo, in attesa del momento per iniziare la merenda, salutavamo i conoscenti vicini, poi mentre gli adulti si mettevano in circolo a chiacchierare o a giocare a carte, noi ragazzi ci organizzavamo per una partita di pallone. Cominciata come una cosa seria, con tanto di regole e arbitro, finiva irrimediabilmente in urla, sgambetti, spintoni e ruzzoloni. Seduti tutti intorno sull'erba, veniva il momento di mangiare e allora ti accorgevi che, pi che una
merenda, la mamma aveva preparato un pranzo vero e proprio: uova sode, prosciutto e salame, braciole alla milanese e coniglio fritto. Poi i dolci, di due o tre qualit, fatti in casa dalla mamma. Mentre si dava sotto a tutto quel ben di dio gli scherzi, i motti, le barzellette accendevano gli animi e suscitavano il riso in un'atmosfera di piena allegria. Intorno i prati erano disseminati qua e l da gruppi di persone venute da tutta la zona, intenti a compiere questo stesso rito che si ripeteva ogni anno. Quando iniziavano i canti e i cori che si levavano intorno, significava che la merenda era finita. Era il momento delle gite in barca.
Qualche centinaio di anni fa il Padule era molto pi esteso di oggi e un intreccio di vie d'acqua consentivano la navigazione di grosse barche, tanto che dal porto delle Morette o da quello dell'Uggia, non per nulla avevano l'appellativo di porto, si poteva arrivare fino a Pisa. Questo era possibile perch i corsi d'acqua del Padule sfociavano nel fiume Arno. Al tempo del nostro racconto l'area palustre, pur essendosi notevolmente prosciugata, consentiva tuttavia ancora ai barconi di solcare i canali per trasportare il sarello e le cannelle fino alle capanne del Borghese o alle Morette, da dove con i barrocci e i carri erano portate nei posti di lavorazione. In occasione della merenda i navicelli, grosse barche da carico utilizzate appunto per il trasporto delle erbe palustri, diventavano il mezzo pi usato per una gita lungo i fossi. Allora si potevano vedere questi barconi stracolmi di gente spinti dai lunghi forcini, che si incrociavano sull'acqua con barche e barchini come se si fosse
a Venezia, e udire i canti e le grida che risuonavano dal canale alla Bassa fino a sera. Non era raro assistere a un bagno fuori stagione, perch il vino rendeva euforici e poteva accadere che qualcuno sul barchino perdesse il gi instabile equilibrio cadendo nell'acqua. Era insomma una festa paesana a cui partecipava la gente dei luoghi che contornavano il Padule: Cintolese, Castelmartini, Monsummano, Pieve a Nievole, Montecatini, e che finiva solo con il calar del Sole, allorch ognuno faceva ritorno alla propria casa.
Al Padule  legato anche un altro ricordo, un episodio accaduto qualche anno dopo. Frequentavo in quei tempi la prima o la seconda media presso la scuola di Monsummano. Un caldo pomeriggio di prima estate, mentre con la bicicletta e la cartella fissata alla canna stavo andando a scuola - allora in alcuni giorni le lezioni si svolgevano al pomeriggio - passando davanti alla sua casa incontrai Ivo di Zore, l'amico del cuore, il quale mi fece una proposta a cui non seppi dire di no: fare insieme una puntatina in Padule. Sulle prime rifiutai categoricamente, dicendogli che stavo andando a scuola e che quindi, quel giorno, il Padule era da scordarselo. Poi, dietro le sue insistenze e allettato dall'idea di una gita in barchino, accettai di fare buco, come si diceva allora quando si marinava la scuola. Non lo avevo mai fatto prima e credo di non averlo pi fatto dopo: quando per qualche ragione non mi sono sentito di andare a scuola l'ho detto apertamente alla mamma e, con la scusa di non star bene, sono rimasto a casa. Saliti dunque tutti e due
sulla mia bici - lui sulla canna, io sul sellino - ci avviammo verso la capanna di Arturo, dove sapevamo che c'era sempre un barchino non legato, pronto per un giretto nei fossi li intorno. Giunti nel Fossetto all'imboccatura del Vione del Padule mi venne la malaugurata idea di disfarmi temporaneamente della ingombrante cartella coi libri e i quaderni che avevo con me. "E inutile portarsela dietro" mi dissi. Ma dove nasconderla? Guarda di qua, guarda di l, mi parve che il nascondiglio migliore potesse essere sotto un piccolo ponte sulla via del Fossetto, ponte che ricopriva un largo fossato che permetteva lo scolo delle acque verso il Padule. La sistemai li con l'intenzione di riprenderla al ritorno, sicuro che mai nessuno avrebbe potuto trovarla. Invece mi sbagliavo: il diavolo evidentemente ci mise lo zampino. Dopo aver girato per un bel po' di tempo con il barchino qua e l tra i canali intorno alla capanna in quel momento deserta, visto che il Sole era vicino al tramonto, decidemmo di avviarci verso casa. Eravamo giunti all'altezza del Prato di Amedeo quando vedemmo un uomo in bicicletta venire gi lungo l'argine nella nostra direzione. Io sulle prime non ci feci caso, poi guardando bene mentre si avvicinava mi accorsi che quello che stava venendoci incontro era il babbo. Il cuore mi fece un tuffo e mi sentii morire. Sarei sprofondato. La vergogna mi sopraffece e il senso di colpa mi dette le vertigini. "Oddio, e ora?" Mi mancava il respiro, mi sentii perduto. Solo allora mi resi conto di averla fatta grossa, perch avevo tradito la fiducia dei miei. Il babbo non disse nulla. Questo mi umili ancora di pi
e mi fece sentire una nullit. "Ecco, prendi la cartella e vienimi dietro: andiamo ai Mariani" disse soltanto, porgendomi la mia borsa. Non fece altra parola. Dai Mariani, dove lui si trovava per sistemare certi lavori per conto della zia Elide, tornammo poi a casa e allora la mamma mi disse tutto quello che il babbo non mi aveva detto.
Ma non chiar una cosa che mi tormentava: com' che la cartella era venuta nelle mani del babbo? Io non mi azzardavo a tornare sull'argomento ma poich tutti tacevano, decisi di mettere da parte la vergogna e, passati due o tre giorni, rivolsi alla mamma la fatidica domanda. "Come ha fatto il babbo a trovare la mia cartella?" E finalmente seppi come si erano svolti i fatti. I Baranti, contadini che avevano la loro casa sulla via del Fossetto, poco oltre il Vione per il Padule, ogni sera lavavano le zucche di rapa per le bestie proprio nel bozzo d'acqua che era sotto quel ponte. Venendo qui nella serata per il loro consueto lavoro avevano trovato la cartella abbandonata, vi avevano guardato dentro e dal nome sui quaderni erano risaliti a me.
Buoni amici del babbo, ignorando come e perch questa borsa si trovasse li, l'avevano portata a lui. Quando si dice la scalogna!


Il richiamo del babbo.

E intanto la guerra, seppur indirettamente, stava per arrivare fino a noi. Il babbo, come molti altri suoi coetanei, fu richiamato alle armi: era l'autunno del 1940 e io avevo nove anni.
Per fortuna fu mandato a Bologna. Siccome aveva dimestichezza con la penna e la cura fisica delle persone, gli fu affidato un posto e una mansione che in tempo di guerra molti avrebbero voluto avere. Fu messo in un ufficio presso l'Ospedale Maggiore, abbastanza vicino a casa e in un luogo da cui la guerra, almeno per il momento, era lontana e con un compito che tutto sommato gli piaceva. Purtroppo non vi rimase per molto. Mio padre era un bell'uomo dai lineamenti fini, occhi neri e sinceri, aspetto distinto e comportamento discreto; di poche parole, semplice nei modi e come il nonno impulsivo, era di animo generoso, molto attaccato ai suoi genitori e buono e indulgente con noi. Aveva allora trentatr anni.
Sotto la guida della zia Argia, sua sorella maggiore, gi da adolescente aveva imparato l'arte della fisioterapia, mestiere che lo elevava al di sopra delle condizioni medie di vita della gente comune di allora: lavoro pulito, rispettato e che gli consentiva di instaurare rapporti amichevoli anche con persone colte e agiate che frequentavano la Grotta Giusti. La zia da giovinetta era divenuta cieca per una malattia agli
occhi non curata o curata male - sembra addirittura che la cecit fosse stata causata da una medicina sbagliata che le avrebbe bruciato le cornee - e cos aveva intrapreso questo mestiere diventando una massaggiatrice apprezzata. Dal carattere fermo e determinato e tuttavia di una dolcezza squisita, perdendo la vista aveva acquistato una sensibilit straordinaria sia sul piano fisico che su quello psicologico. Dice la mamma che l'ha conosciuta bene, che le bastava toccare il viso di una persona cara per conoscerne lo stato d'animo. Ricorda la mamma: "Una volta mi regal un vestitino, lo indossai e lei passando le mani sopra la veste mi disse: "Come ti sta bene, s'intona perfettamente al tuo viso!" Proprio come se vedesse". Svolgeva il suo lavoro presso lo stabilimento termale della Grotta Giusti, dove aveva fatto andare anche il babbo che, appassionato del suo lavoro, era diventato presto anche lui bravo e stimato da tutti. Il fascismo non permetteva di lavorare senza l'iscrizione al partito, sicch il babbo fu pi volte minacciato di essere allontanato dalla Grotta Giusti. Non volendo piegarsi a questa imposizione alla fine fu licenziato. Per mesi e mesi cerc di resistere, ma poi dovette cedere: la famiglia aveva bisogno del suo lavoro. Cos fu assunto alla Grotta Parlanti, dove rimase fino alla pensione.
Richiamato alle armi, rimase presso l'ospedale di Bologna fino all'inizio dell'estate del 1941, facendo di tanto in tanto una scappatina a casa. Tutto sommato li ci stette bene, egli
stesso si riteneva fortunato di esser stato mandato in un
ufficio e in Italia, anzich al fronte chiss dove. Per le cose anche per lui stavano cambiando rapidamente. Prima si ammal di paratifo e si trov in pericolo di vita. La mamma per stargli vicino si rec a Bologna e prese in affitto una camera presso un privato. Ogni giorno si recava all'ospedale per assisterlo, con il rischio di ammalarsi anche lei. Vi rimase per circa un mese. Poi una notte gli alleati bombardarono la citt e in parte fu colpito anche l'ospedale. Per fortuna il babbo ne usc indenne e poich era ormai guarito fu mandato a casa per la convalescenza. Al suo rientro, dopo una ventina di giorni, fu decentrato ad altro ufficio militare, ma rimase a Bologna.
Per poco per, perch dopo qualche mese fu inviato al fronte.
Poco prima che questo avvenisse la famiglia fu devastata da una crudele morte: quella del mio fratellino Adriano di appena quindici mesi.
Conobbi per la prima volta il dolore sul viso della mamma e del babbo. Adriano era un bel bimbo, coi riccioli biondi e gli occhi di un azzurro chiaro che sicuramente aveva preso dai Pagnini. Aveva cominciato appena il suo ingresso nella vita quando si ammal di difterite, una grave infezione che allora mieteva tante vittime tra i pi piccini. L'infezione si complic con una broncopolmonite che non lasci scampo, perch allora non c'erano rimedi per questi mali e si poteva sperare solo sulla resistenza dell'organismo. Purtroppo la giovane fibra non resse e dopo una decina di giorni il male ebbe il sopravvento. Fu una cosa
straziante e non ci fu nulla da fare, se ne and in cielo tra le lacrime di tutti. La morte di Adriano lasci nella casa prima un'atmosfera di opprimente angoscia, poi un senso di rassegnata disperazione che annient le persone per mesi. La mamma ne rimase sconvolta e non riusciva a darsi pace. In quella occasione, come in molte altre del resto, ci aiutarono moltissimo la presenza assidua, il conforto e la partecipazione dei vicini, che a gara portavano aiuto e solidariet, non solo dopo la morte ma anche e soprattutto nel corso della malattia. Ora veniva la Leonetta del Cellini a prepararci da mangiare, ora Paolo suo marito per darci una mano in qualche lavoro dei campi, ora la Matilde del Pisa a fare nottata al bimbo mentre i miei genitori non lasciavano per un momento il letto di Adriano. Quando se ne and, la nostra casa fu un pellegrinaggio continuo di gente venuta a partecipare al nostro lutto. La vita della nostra piccola comunit quel triste pomeriggio si ferm per accompagnare Adriano alla sua ultima dimora.
Nei primi mesi dell'estate 1941 insieme a migliaia di altri italiani il babbo fu mandato sul fronte russo. Noi fummo disperati, poich sapevamo che l i nostri soldati presto si sarebbero trovati a combattere non solo contro i russi, ma anche contro il freddo.
Come al momento della chiamata, anche questa volta la fortuna lo aiut perch, per i suoi precedenti e per la sua professione, fu assegnato a un ospedale da campo, dove le condizioni di vita non erano certamente quelle dei soldati in
prima linea. L il cibo e un ambiente caldo non mancavano e
non c'era pericolo, dal momento che questi ospedali erano
ubicati nelle retrovie, di essere colpiti dalle cannonate n di venir bombardati dagli aerei, perch i russi rispettavano questi luoghi. A casa per, per undici lunghi mesi, non sapemmo n dove si trovasse n cosa facesse; non arrivavano notizie di nessun genere, n per posta n portate da qualche soldato di ritorno. La censura era totale. Eravamo disperati anche perch, senza il guadagno del babbo, le nostre condizioni economiche si erano fatte veramente critiche. La mamma riceveva un piccolo sussidio e con quello dovevano tirare avanti oltre a lei, due ragazzi e due vecchi: da non sapere a che santo votarsi. Si andava incontro all'inverno e anche se un po' di grano l'avevamo messo da parte, cinque persone non si sfamavano con le chiacchiere del regime fascista, che andava scrivendo sui muri delle case dei paesi e delle citt il motto ogni giorno sempre meno credibile: "Vincere e vinceremo". I generi alimentari pi importanti cominciavano a scarseggiare e la gente era costretta a tirare la cintola. Ma anche in una situazione precaria come quella, grazie al poderetto del nonno Neno, riuscimmo a vivere senza troppe difficolt. Si trattava di pochi ettari di terra: un paio di campi situati dietro la casa del Cellini, dove si seminava il grano e il granturco; una vigna separata dall'altro terreno e posta sul rio dello Scolo, da cui si ricavava quel poco di vino che si consumava in casa. Il pane, data l'insufficienza di frumento prodotto in Italia e l'impossibilit di acquistarlo all'estero, era stato messo a tessera, cio
se ne poteva acquistare, per mezzo di un bollino giornaliero da consegnare al venditore, soltanto una quantit minima appena sufficiente per il sostentamento: centocinquanta grammi a testa. Dopo il pane furono razionati anche altri generi alimentari come l'olio e lo zucchero. Essendo il pane l'alimento base, si capisce come molti facessero la fame mentre noi, grazie al grano che cresceva nei nostri campi, riuscivamo a evitare almeno in parte questa penosa condizione. In parte, perch i giorni brutti arrivavano all'inizio dell'estate quando la farina di grano finiva, dal momento che quella che riuscivamo a produrre nei nostri campi non bastava per tutto l'anno. Per nostra fortuna avevamo a disposizione anche un altro campo, molto grande che chiamavamo infatti il campone, situato ai Mariani lungo la Viaccia di propriet dello zio Raffaello. Mancando dall'Italia, lo zio ci aveva consentito di seminarlo e prenderne i raccolti in cambio dei servizi che la mamma gli faceva gestendo i suoi poderi. Lui infatti insieme alla moglie, la zia Elide sorella del babbo, allo scoppio delle ostilit contro la Grecia si trovava ad Atene dove svolgeva la mansione di fotografo alla Scuola Archeologica Italiana. Non potendo tornare perch trattenuto dai greci che come italiano adesso lo consideravano un nemico, aveva dunque lasciato alla mamma il compito di amministrare i suoi due poderi del Mariani lavorati da mezzadri. Qualche anno addietro lo zio, un Parlanti, li aveva comprati grazie anche ai risparmi, ventimila lire, che il nonno gli aveva messo a disposizione, con l'impegno della restituzione appena gli fosse stato possibile.
Non so se la restituzione sia mai avvenuta, ma nelle rare discussioni con mia nonna a questo riguardo, spesso lui le rimproverava di avere un debole per il genero. "Santa Madonna, lo ricordi cosa diceva tuo genero? "Tanto siamo una famiglia sola, il che  mio  vostro, appena posso ve li restituisco". Il fatto  che quei soldi io non l'ho pi visti. Ma per te va bene cos, tu non dici mai nulla: di gi ci sei sempre stata innamorata tu con quello" alludendo al genero. Il periodo duro dunque arrivava con l'estate, quando ci trovavamo davanti un mese o due durante i quali potevamo contare solo sul pane della tessera, e in quei giorni qualche volta lo stomaco reclamava insoddisfatto la sua parte. Erano i giorni in cui la mamma e la nonna per sfamarci ricorrevano alla polenta e al pane di granturco. Per la verit gi da tempo il pane che si faceva in casa aveva perso quel bell'aspetto bianco di un tempo per assumere quel tipico colore scuro, dovuto alla presenza nella farina di una non trascurabile percentuale di crusca. Noi lo chiamavamo il pane nero, che faceva il paio in senso spregiativo con quello giallo. Quest'ultimo, fatto preminentemente di farina di granturco, era una specie di pagnotta dal sapore indefinibile che si sbriciolava a toccarla. A dire il vero anche la polenta, altro piatto speciale che di frequente in quei periodi fumava sulla tavola, non  mai stato il mio piatto preferito. La polenta era una specialit della nonna. Specialit che, soprattutto d'inverno per risparmiare la farina di grano e nei periodi di magra della tarda primavera, lei preparava con un ginocchio appoggiato sui mattoni del focolare, secondo una procedura
ormai collaudata: scioglieva la farina gialla nell'acqua calda del paiolo messo sul fuoco lasciandosela passare delicatamente tra le dita perch non si formassero i gracidi. Rumava poi a lungo l'impasto - cio lo girava con quella specie di bastone chiamato rumone - fino a che rassodava a sufficienza. Quando era arrivato al giusto punto di cottura, dopo aver ravvivato il fuoco con una bella manciata di paglia per evitare che si attaccasse alla superficie interna del paiolo - "Gli faccio fare la vescia" diceva lei - lo rovesciava su un tovagliolo bianco messo in mezzo alla tavola apparecchiata. A questo punto, con un filo di refe, tagliava le fette fumanti che ognuno si metteva nel piatto, intingendole nel buon sugo di baccal. Era in questi tribolati giorni che, pur non patendo la fame, la mancanza di pane si faceva sentire. La mamma e la nonna cercavano di sostituirlo spesso anche con riso e patate, ma per noi non era facile rimpiazzarlo con altri tipi di cibo. Intanto per la voglia di pane rimaneva insoddisfatta, fino a che finalmente si riusciva in qualche maniera a trovare la farina di grano per fare una nuova infornata. E come lo faceva profumato e croccante il pane mia madre!
Dai capelli castani ondulati, una bella faccia, carnagione chiara, bocca che nel ridere mostrava denti bianchissimi e perfetti, due occhi che lasciavano intravedere volont e decisione; la mamma era l'anima della famiglia. Portamento fiero, svelta, sempre pronta a nuove iniziative, pratica, realistica. Voleva molto bene ai suoceri a cui ha sempre cercato di non far mancare mai nulla, e li ha assistiti nella loro vecchiaia come una figlia. Quando dopo la guerra, la zia Ada sorella del babbo venne dall'America a farci visita ricordo che, pur non avendola mai vista, l'andai a prendere a Genova e assistei dal porto all'arrivo dell'Andrea Doria. Che commozione quando lei, guardando di lass dal parapetto altissimo della nave, mi vide e mi riconobbe, mentre io sbracciandomi a salutarla dalla banchina gridavo il suo nome. Quando la zia, parlando con la moglie di Gicchino seppe con quanto amore filiale la mamma aveva curato i suoi genitori, la ringrazi e la colm di belle parole, facendogli anche una preziosa collana in regalo. Era lei che mandava avanti la casa, lei che si preoccupava perch avessimo tutto il possibile, lei che ideava e intraprendeva nuove iniziative, lei che si dava da fare per affrontare e superare le inevitabili difficolt, lei infine che sbrigava tutte quelle pratiche amministrative e burocratiche con cui una famiglia con due ragazzi a scuola aveva a che fare. Una volta alla settimana si alzava che era ancora buio, impastava la farina col lievito conservato in un angolo della madia, e poi mesta e rimesta con le mani per dare consistenza alla pasta; finch, fatti i pani (una decina di coppie, come si chiamavano, che ci bastavano per sei o sette giorni), li allineava su una tavola lunga e stretta e li copriva con una coperta: il caldo era necessario perch lievitassero. Intanto con le fascine di stipa scaldava il forno, che era situato li in cucina, sul lato sinistro del focolare. Quando dal colore delle pareti giudicava che avesse raggiunto la temperatura giusta, era pronta con la pala a infornare i pani; una giusta cottura
richiedeva poi un paio d'ore di forno. Al nostro risveglio si trovava li pronta anche una profumatissima focaccia croccante farcita di ulive o di chicchi d'uva, su cui ci buttavamo con quell'appetito che di prima mattina i ragazzi hanno. Se escludiamo quel paio di mesi lunghi e difficili di inizio estate, non ho sofferto granch per la mancanza di questo bene primario. D'altra parte mio nonno era sempre li pronto a rinunciare a un pezzetto del suo pane della tessera per passarlo a noi. "Santa Madonna. Questo dallo ai ragazzi" diceva porgendolo alla mamma. Burbero, scontroso e impulsivo si arrabbiava facilmente, ma era di animo buono, generoso e gentile con noi bambini.
Erano tante altre le cose che, grazie alla terra, avevamo a disposizione specialmente nei mesi di primavera e d'estate: uova, polli e conigli; poi frutta di vario genere: fichi e susine soprattutto. In qualche anno si macellava pure il maiale che, bont sua, ci riforniva di carne per mesi: prima i ciccioli, il mallegato, i fegatelli, le bistecche e le salcicce; poi il lardo, l'arista, i salamini; infine la spalla e il prosciutto. Che festa era con tutto quel ben di Dio! Anche se non posso scordare con quanta crudelt questi poveri animali venivano sacrificati e gli stridii che riempivano l'aria di casolare in casolare quando in dicembre, prima delle feste di Natale, con la Luna giusta, a cui i contadini guardavano con scrupolo, dava il via a questi orridi riti. Specialmente se la mano, non molto esperta, del norcino dilaniava le carni del povero animale il quale, trattenuto dalle braccia di due o tre uomini, si dibatteva cercando inutilmente di sottrarsi alla sua triste sorte.
L'olio di oliva non mancava mai sulla nostra tavola. Quando durante l'anno ne avevamo necessit, oltre che da un contadino nostro vicino che aveva degli uliveti nei dintorni di Montevettolini, l'acquistavamo anche da un omino che era solito fare ogni tanto il giro della zona. Questa persona aveva un aspetto caratteristico che mi ha sempre fatto pensare all'Orco Piripicchio, il personaggio di una favola che la mamma mi leggeva, quando ero pi piccino, da un grosso librone di novelle dalla copertina giallastra. "Io son l'Orco Piripicchio, che non sgrido e che non picchio, amo i bimbi laboriosi e disprezzo quegli oziosi". Era questa la filastrocca ripetuta ogni momento da questo orco benigno.
Piccolo, rotondetto, calvo, con la testa a pera e vestito di scuro, l'oliaio, cos lo chiamava la nonna, aveva la stessa figura dell'orco disegnato sul librone. Compariva con il suo cavallino morello in cima alla strada, seduto su un calesse che portava nella parte di dietro una specie di recipiente di latta lucido e pulito contenente l'olio. "Quanto ne volete, massaia?" chiedeva alla nonna che si avvicinava con un fiasco. Senza farne cadere una goccia lo riempiva lentamente con quel suo bidoncino dal becco d'oca, da cui scendeva un bel filo verde e lucente. Dopo aver preso i soldi rimontava lentamente sul calesse, slegava le redini e: "Via" sussurrava al morello. Il quale senza farselo dire due volte partiva mettendosi subito al trotto, con un andatura a piccoli passi rapidi che in un battibaleno lo portava fuori vista.
Allevare e star dietro ai polli e ai conigli era soprattutto compito della nonna e ogni settimana, alla domenica, facendo eccezione alla regola generale dei contadini che voleva che questi animali venissero allevati per essere venduti, uno di loro finiva nel tegame. Del coniglio non si buttava via nemmeno la pelle: com'era abitudine si riempiva di paglia e si metteva a seccare al sole. Alcuni contadini, per far prima, appena tolta al povero coniglio la scagliavano con forza contro il muro della casa, dove rimaneva appiccicata fino a seccare. Macabri trofei che, ricoperti dalle mosche, pendevano dalle facciate delle stalle per settimane. E come noi ragazzi stavamo attenti a conservarle, le pelli! S perch i soldi che si ricavavano dalla vendita spettavano a noi: ogni tanto passava per le aie con un sacco sulle spalle un ometto magro dall'aspetto trasandato che, con il suo solito grido: "Pellaio, donne c' il pellaio, compro pelli e cenci" ritirava le pelli in cambio di qualche lira. Caratteristica figura questa, ora del tutto scomparsa, come del resto molte altre, che girava di podere in podere alla ricerca di qualche indumento vecchio e di pelli di coniglio. Le rivendeva poi a qualche industria di Prato guadagnandoci il tanto per campare. Erano poche lire che a noi servivano per andare al cinematografo o per comprarci un gelato da quel gioviale vecchietto che con la sua sorbettiera montata su un triciclo, al grido di: "Gelato, gelato! Ragazzi c' il gelataio!" passava d'estate quasi ogni giorno gi nella via provinciale. Se non era gelato erano semi di zucca essiccati o lupini cotti venduti per strada dal lupinaio,
un omino zoppo conosciuto da tutti i ragazzi: con un mestolo di legno tirava su da un pentolone un pugno di lupini, li metteva in un cartoccio di carta gialla che avvolgeva a cono l per l con rapida maestria, poi ce li porgeva insieme a una spruzzata di sale. Proprio per questo, oltre alla nonna Assunta, anche noi ragazzi eravamo impegnati a portar da mangiare ai conigli andando giornalmente nel campo a raccogliere un po' d'erba o a prendere in capanna una manciata di fieno. Avevamo alcune gabbie di questi animali sistemate nella cantina ed era un vero piacere per me accarezzare i piccoli delle nuove covate, soffici e lisci com'erano.
Per raggranellare qualche soldo io e Marcello avevamo trovato anche un altro sistema: andavamo nel campo del trifoglio che il babbo aveva seminato e che ora era alto fino al ginocchio, ne tagliavamo con la falce un bel fascio e poi lo portavamo in fondo alla stradina, sulla via provinciale, dove passavano i barrocciai con i loro cavalli; lo vendevamo a loro ricavandone qualche lira. Quando il trifoglio non c'era, lo sostituivamo con l'erba medica o con la gramigna, anch'esse molto gradite dai cavalli.
Le galline ci fornivano un alimento preziosissimo: le uova. In quei tempi uno dei cibi pi consumati, sia dagli adulti che dai bambini. Erano il mio piatto quasi quotidiano e mi venivano preparate, specialmente dalla nonna, in tutti i modi possibili: fritte nel padellino da sole oppure con la pancetta, sode cio bollite nell'acqua, cotte a frittata con le cipolle o le patate, fresche a bere, frullate a zabaione,
poi la pallina rossa messa nel brodo, le chiare montate con la
forchetta e chi pi ne ha pi ne metta. L'uovo, questa grande invenzione della natura, era insomma un alimento fondamentale nell'economia della famiglia di allora e tutti ne facevano grande uso. In casa nostra non mancavano mai, sia perch le galline nel periodo primaverile ne producevano in abbondanza, sia perch recuperarle in nidi insoliti era diventato uno dei miei passatempi preferiti. Alcune galline infatti, disertando il loro solito covo, avevano fatto un nido tra il fieno che riempiva la capanna del Cellini e qui depositavano le uova. Dopo la prima volta che vi ero incappato per caso mentre cercavo un nascondiglio, bastava ogni tanto andare furtivamente a farvi una visitina per riportarne a casa un panierino colmo, o meglio una camiciata perch, per non farmi vedere, le mettevo in seno sotto la camicia o il blusotto. Se poi al solito posto non ne trovavo, rovistavo qualche altro fienile e difficilmente tornavo a mani vuote. Era come andare a raccogliere le monete d'oro dall'albero di Pinocchio. Per non farmi sgridare dalla nonna per l'indebita appropriazione, le raccontavo una piccola bugia: il fienile in cui le avevo trovate era il nostro, cos lei era contenta e io soddisfatto.
Le uova erano anche la materia prima per confezionare i dolci. Quella dei dolci fatti in casa era parte importante della sagra pasquale e, in occasione della grande festa di primavera, ogni famiglia faceva a gara a chi ne facesse di pi. La Pasqua, la seconda festa dell'anno per importanza, era celebrata da tanta gente che affollava le chiese per
partecipare alle funzioni religiose. Le celebrazioni
iniziavano il Gioved Santo con la legatura delle campane: per ricordare col degno rispetto al sacrificio di Ges fino alla Domenica Santa le campane delle chiese non venivano pi suonate. Erano appunto legate e, al loro posto, era usanza impiegare dal sagrestano uno speciale arnese di legno che, fatto ruotare sul sagrato della chiesa, faceva un forte rumore di legni battuti che si sentiva anche da lontano. La sera del Gioved Santo i fedeli si ritrovavano in chiesa per onorare il santo sepolcro, abbellito di splendidi addobbi e di magnifici fiori che impregnavano di un profumo acre tutto il luogo sacro. Assoluto era il precetto del digiuno del venerd che in genere tutti rispettavano, per abbuffarsi poi la domenica al grande pranzo della Pasqua. In casa nostra, verso la met della settimana, cominciava un gran d'affare per preparare la pasta, fare i dolci e cuocerli in forno. La mamma ne faceva uno sproposito, di tutti i tipi, da mangiarli per una decina di giorni: pan dolce farcito con semi di finocchio o di uva passa, pan di spagna, biscotti. E che profumo di vainiglia e zucchero bruciato restava in casa per giorni!
Negli altri periodi dell'anno raramente mangiavamo dolci, fatta eccezione per qualche pasta con la crema acquistata la domenica al circolo dal babbo o una crostata fatta di tanto in tanto dalla mamma.
Nel periodo delle feste di fine anno invece abbondavano i consueti fichi secchi, i cavallucci, i panforti e i torroni. Noi apprezzavamo come un dolce squisito anche le castagne
secche bollite, le farinate o le polente fatte con la farina
dolce di castagne, che la mamma rendeva pi gradevoli con l'aggiunta di un po' di zucchero. Piccoli dolcetti che io e Marcello eravamo soliti fare nelle serate invernali erano gli anellini: riempivamo il ditale che la nonna usava per cucire con la farina dolce e lo mettevamo rovesciato sul piano del focolare tra i tizzoni, aspettavamo qualche minuto e poi tiravamo fuori un mini biscotto dolce e croccante. Anche i ballotti e le frugiate, le castagne arrostite, erano allora considerate una specialit da mangiare nelle fredde serate d'inverno.
Le castagne di solito la mamma le comprava al mercato di Monsummano, ma quando arrivava l'autunno era tradizione andare almeno una volta a raccoglierle di nascosto nelle selve di Belvedere. Partivamo la mattina presto e, passato il Pozzarello, attraverso stretti sentieri in mezzo ai boschi raggiungevamo i castagneti dove, in silenzio per non farci scoprire dal proprietario, vagavamo qua e l alla ricerca di questi ottimi frutti. Sceglievamo le pi grosse rovistando tra le foglie e aprendo i cardi ancora chiusi pestandoli con i piedi, poi lesti le mettevamo in una sporta o in un sacchetto. Mi aggiravo in quelle fitte boscaglie in cui la luce entrava a malapena con un certo timore, per cui cercavo di non perdere mai di vista la nonna o la mamma. Una volta - avr avuto sette o otto anni - che lei, per celia, si nascose dietro un grosso castagno, mi sentii perso: allora cominciai a chiamare e a correre qua e l in preda al terrore, finch lei ridendo riapparve.
La Pasqua era preceduta da un altro rito religioso,
la benedizione delle case con l'acqua santa, pratica annuale che a sua volta era collegata con le tradizionali pulizie di primavera che le donne facevano in occasione della festa. Come molte funzioni religiose anche questa dell'acqua santa aveva un fondamento e uno scopo essenzialmente pratico, che in questo caso era di ordine eminentemente igienico. Prima dell'arrivo del prete le massaie dedicavano sempre qualche giorno a questa incombenza: ripulivano le pareti che spesso venivano nuovamente imbiancate, lavavano i pavimenti di mattoni ravvivandoli con il cinabrese facendo cos riacquistare loro un bel colore rosso, stendevano un leggero strato di olio sui mobili, riportavano a lucido la brocca di rame, rifacevano i materassi, buttavano le cose inutili accumulate in cantina; insomma dopo un anno di trascuratezza e scarsa cura per le cose domestiche mettevano a nuovo la casa. Fatte le pulizie arrivava il prete con l'acqua santa: veniva a piedi, accompagnato dai due o tre chierichetti che gli camminavano davanti in fila indiana con la croce e l'acqua benedetta. Noi bimbi stavamo di vedetta, in modo da avvisare la mamma appena lui compariva in fondo alla stradina. Arrivava di fretta e salutava con un mezzo sorriso, faceva l'aspersione affacciandosi a ogni stanza, poi benediva i presenti, diceva una preghiera, lasciava un santino e, fatte due chiacchiere con la mamma, se ne tornava via con una dozzina di uova in pi. I ragazzi che lo accompagnavano avevano il compito di aiutarlo nel trasporto dei panieri carichi di dozzine e dozzine di
uova che, alla fine del giro, aveva rimediato. Mi sono sempre domandato cosa ne facesse di tutte quelle uova: alla fine delle benedizioni dovevano essere migliaia!


Giochi pericolosi.

Questi primi mesi di guerra passavano senza grandi novit tra la scuola - frequentavo ormai l'ultimo anno delle elementari - e i giochi: fare scorrerie tra i campi avvolti dall'erba alta o dal grano quasi maturo, sgraffignare con azioni rapide e silenziose le susine a Dido o l'uva all'Armida, nascondersi nelle capanne per sfuggire agli altri ragazzi, sedersi sul marciapiede davanti casa a giocare a sette e mezzo con le figurine dei giocatori, chiudersi in casa nella brutta stagione a disegnare le immagini trovate su qualche giornalino.
In primavera la nostra passione era quella di andare a cercare, lungo i fossi dei campi, l'insaleggiola. Dal sapore acidulo e amarognolo,  una specie di radicchio selvatico a larghe foglie che noi ragazzi mangiavamo sul posto cos com'era, senza nemmeno lavarlo, come del resto si faceva coi tralci freschi e succosi delle viti che si stavano formando, o con le rape tirate su dalla terra e sbucciate alla meglio col coltellino che avevamo sempre in tasca. Adir la verit come sapore non erano granch, ma questo era un dettaglio di poca importanza. Nel pieno dell'estate, quando le cicale facevano un gran chiasso a gara a chi cantasse pi forte, eccoci al galoppo per andare a dissetarsi con lunghe sorsate con l'acqua del pozzo di Dido, pi fresca e pi buona di qualsiasi bibita
di frigorifero, che allora comunque non esisteva. In mancanza dell'acqua del pozzo perch lontano, si ricorreva all'acqua dello Scolo, il rio che scorreva a lato della vigna, o a quella di qualsiasi altro fosso. Bastava che l'acqua fosse corrente e che, con la mano immersa, avessimo prima recitato ad alta voce le parole magiche: "Acqua corrente, ci ha bevuto tre volte il serpente, ci ha bevuto tre volte Dio, ci posso bere tre volte anch'io". Era questo un rito che si ripeteva ogni volta e in quelle parole magiche la nostra fede era assoluta.
Non erano rare le operazioni rischiose. Se per esempio ci veniva in mente di mangiare qualche susina, magari ancora acerba, i frutti di Dido erano li a portata di mano lungo la redola che conduceva ai Violi, ma se l'Ersilia, sempre in agguato, ci beccava sul fatto erano guai. Non che, mentre ce la davamo a gambe, lei fosse capace di raggiungerci - non era mai successo -, ma era sicura una strapazzata da parte della mamma, a cui il fatto sarebbe stato inevitabilmente riportato.
Un giorno all'Ersilia glie ne combinammo una che vale la pena di raccontare: le susine erano ormai passate dal colore verde carico a un bel giallo chiaro, il che voleva dire che erano a tiro, e noi pensammo che fosse giunto il momento di assaggiarle. Cos, per il viottolo dietro casa, in tre salti fummo sulla via di Dido ai lati della quale correvano due prode di viti, intervallate ogni tanto da susini carichi di frutti. Purtroppo proprio l in cima al campo c'era l'Ersilia
che tagliava l'erba. Che fare? Ci consultammo brevemente e
decidemmo di andare avanti nel nostro tentativo: qualcuno
propose uno stratagemma che mettemmo in atto. Come se nulla fosse proseguimmo lungo la via fino al pozzo a lato della casa, qui ci facemmo una bella bevuta d'acqua fresca. Poi lentamente ritornammo indietro. L'Ersilia era ancora li china a fare l'erba. Urlammo: "Ersilia! Sull'aia c' un uomo che ti cerca".
"Chi ?" disse tirandosi su.
"Mah,  uno".
Allora si mise la falce sotto il braccio e si incammin a passo svelto verso casa. Appena fu fuori vista, raggiungere con un salto le susine e riempircene la camicia per noi fu tutt'uno. Eravamo ancora all'opera quando dalle grida capimmo che l'Ersilia, non trovando nessuno ed essendosi resa conto che l'avevamo imbrogliata, stava tornando per fare vendetta. Infatti la vedemmo correre verso di noi, gesticolando con la falce in mano e urlando al nostro indirizzo parole che non capivamo ma che potevamo benissimo immaginare. Naturalmente ce la battemmo di gran carriera.
Qualche volta succedeva di aver bisogno di stecche flessibili per costruire un arco per i nostri giochi di guerra, allora prendevamo un ombrello ancora in ottimo stato e lo smontavamo. Oppure che ci occorresse un grosso filo d'acciaio per fare un fioretto per duellare di scherma. Ecco che, scivolando lungo il canneto che conduceva alla casa di Gicchino, ci avvicinavamo rapidi e silenziosi all'aia per portar via da un cancelletto le piccole barre di fili intrecciati.
Gicchino si rese presto conto che il suo cancello perdeva pezzi e allora sostitu i fili di ferro con delle stecche di legno. A noi, magari per altre necessit, andavano bene anche quelle, per cui dopo un po' si stuf e rinunci a ripararlo ancora. Cos il cancello rimase col solo telaio, inutile come un quadro senza il dipinto, e noi dovemmo trovare un'altra fonte di approvvigionamento.
Se poi, giocando a carte, dai compagni eravamo stati ripuliti della nostra scorta di bottoni, che usavamo al posto dei soldi, non sentivamo imbarazzo a prelevare la necessaria provvista dalle scatolette della nonna Beppa, sempre piene di bottoni di ogni tipo perch faceva la sarta e cuciva per gli altri camicie e calzoni. Oppure dalle camicie della Leonetta del Cellini, stese sul filo dietro casa ad asciugare. Cercavamo per di non farcene accorgere prendendone uno qui e un altro l, o staccandone uno da una camicia, uno da una vestaglia, qualcun altro da un paio di pantaloni, anche se era inevitabile che dopo un po' la cosa venisse notata costringendoci a trovare altri modi per rifornirci.
Queste erano solo bricconate. Altre volte invece, da veri incoscienti quali eravamo, giungevamo ad atti realmente pericolosi che potevano portare anche a gravi conseguenze. Come quando, cominciando con spinte o insulti tra due gruppetti di ragazzi, passavamo alle sassate lanciandoci da distanza sassi raccolti da terra. Fu proprio in uno di questi scontri che colpii Giuliano di Dolfo. Lo scambio di colpi era in corso gi da un po' e a un certo momento lui si
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chin per prendere una zolla di terra. Mentre stava rialzandosi ecco il proiettile arrivargli addosso. Sentii un grido, poi lo vidi portarsi la mano alla testa: lo avevo preso proprio sulla fronte. Mi avvicinai, del sangue usciva dalla ferita. Lo tamponammo un po' alla meglio, lavammo la parte con dell'acqua fresca e poi via, ognuno a casa sua.
Con le palle di neve era diverso, perch non facevano male. A quel tempo, d'inverno, le nevicate erano abbastanza frequenti anche da noi in pianura ed erano spesso abbondanti, con tanta neve da ricoprire tetti e campagna di uno spesso strato bianco. La neve, turbinando col vento gelido di tramontana o scendendo lentamente a grandi fiocchi, si stendeva sulle aie e sulle stradine di campagna a formare un tappeto soffice e liscio. Dava al paesaggio un aspetto di purezza e di elegante finezza, da non contaminare in nessun modo: le impronte delle nostre scarpe sulla neve, per esempio, deturpavano la superficie immacolata del manto, per cui stavamo molto attenti a rispettarla il pi possibile.
Dai vetri della finestra io la guardavo affascinato mentre, ora pi fitta ora rada, ricopriva piano piano l'aia, i pagliai e la capanna davanti alla casa e pregavo che non smettesse finch non ne fosse venuta tanta da arrivare alla finestra. Appena il Sole faceva capolino tra le nuvole ancora gonfie, ci ritrovavamo fuori intruppati in uno dei due gruppi che, contrapposti, si affrontavano senza esclusione di colpi. Lungo la strada deserta, coperta da uno spesso strato bianco che scricchiolava sotto gli scarponi e
trasformata per l'occasione in un campo di battaglia, noi dei Violi e il gruppo dei cintolesani, ci scambiavamo fitte gragnole di palle di neve che non facevano male, ma che ci inzuppavano dalla testa ai piedi. La neve infatti si insinuava nelle scarpe, nel collo e nelle maniche del giubbone sciogliendosi col calore della persona. Bagnava i piedi e le altre parti del corpo e cos dovevamo poi cambiarci calzini, camicia e maglione. Le mani si intirizzivano tanto da non sentirle pi e per scaldarle ci alitavamo sopra pi e pi volte mettendole ogni tanto nella tasca dei calzoni. Quando questo non bastava pi correvamo dalla nonna che ce le faceva immergere nell'acqua tiepida, bene attenta a che l'acqua non fosse troppo calda, per non farci prendere dai dolori alle dita.
Ma le azioni rischiose erano il nostro pane quotidiano. Le gare di corsa, per esempio, erano abituali. Ogni occasione era buona per misurarsi a chi fosse pi veloce e, se vedevamo il nostro concorrente passarci davanti pronto a tagliare il traguardo, non esitavamo a dargli una spinta in piena corsa per farlo cadere. E quello che l'amico inseparabile Ivo fece una volta, quando si accorse che stavo per passargli avanti. Al contrario di quanto era accaduto molte altre volte, in cui al massimo tutto era finito con un capitombolo, quella volta and peggio perch caddi proprio sopra un pezzo di vetro di bottiglia che mi procur un bel taglio sul palmo della mano sinistra, di cui porto ancora la cicatrice. Un fiotto di sangue cominci a sgorgare dalla ferita che era profonda e non c'era verso di fermarlo: di solito non mi faceva impressione
un po' di sangue, ma quella volta mi impaurii. Siccome eravamo in vicinanza dei Violi, corsi alla bottega dove la Renata del Mascagni, con una fasciatura stretta, riusc a tamponare l'emorragia e tutto fin senza conseguenze.
Paolo del Cellini aveva adibito a dispensa il piano superiore della vecchia casa della zia Virginia, situata tra la nostra abitazione e quella dell'Armida Rafanelli. Qui conservava, su cannicci rialzati dal pavimento, uva, mele, pere e altre frutta. Per non farmi vedere raggiungevo questa stanza attraverso la finestra sul retro sempre aperta, scalando il muro come un alpinista su una parete a picco e utilizzando come appigli per le mani e i piedi le fessure presenti nel vecchio muro esterno. Non era impresa da poco n era senza pericolo, perch la finestra era ad almeno tre o quattro metri di altezza e il cadere avrebbe comportato sicuramente il rischio di lesioni di non poco conto. Per fortuna ci non accadde mai. Evidentemente per mele e pere calavano troppo vistosamente perch la Leonetta, la moglie di Paolo, se ne accorse. Indovin la via d'entrata dell'intruso e mise una specie di allarme: sistem la finestra in modo che rimanesse socchiusa e sul davanzale mise una vecchia teglia che, al momento di aprire la finestra dall'esterno, cadeva sul pavimento facendo un gran chiasso. Era difficile aprire la finestra senza farla cadere. D'altra parte non ci facevo granch caso perch sapevo benissimo che quella vecchia casa era disabitata e che l i Cellini andavano solo saltuariamente. Quello che ritenevo altamente improbabile
invece accadde: un giorno la Leonetta si trovava proprio nella cantina sottostante mentre scavalcavo la finestra. Sentendo suonare l'allarme sal rapidamente le scale e mi becc sul fatto. Urla e strepiti a non finire e io, che non avevo fatto in tempo a riguadagnare la finestra, riuscii per con rapide mosse a sfuggire alle sue grinfie e a sgattaiolare gi per le scale.
Invece fu veramente una cosa drammatica la caduta di Marcello dal pagliaio. In mattinata c'era stata la trebbiatura del grano e i contadini stavano finendo di fare il pagliaio. Fu sul mezzogiorno, al momento in cui lasciarono il lavoro per un po' di riposo e per pranzare che, con la scala che era ancora appoggiata al pagliaio, salimmo sulla sua sommit. Dopo essere stati li a saltellare per qualche minuto, mi venne la bella idea che sarebbe stato molto pi divertente fare un bel salto e cadere sul mucchio della paglia che era li in terra poco discosto, anzich scendere con la scala con cui eravamo saliti. Per primo Marcello cerc di spiccare il salto ma fu un disastro: affondando nella paglia su cui ci trovavamo non riusc a darsi la spinta necessaria e, anzich sul mucchio di paglia, cadde sul terreno sottostante. Li rimase, immobile, forse svenuto, forse solo stordito. Fu questione di pochi attimi ma furono attimi di terrore. Nel momento in cui lo vidi steso a terra la mia mente ebbe un sussulto, come se si fosse d'improvviso svuotata dei pensieri. Fu un istante: subito dopo prevalse l'ansia e la preoccupazione per le possibili conseguenze. In fondo l'idea era stata mia, io ero il fratello maggiore e mi sentivo responsabile dell'accaduto. Ne
fummo tutti atterriti ma per fortuna si riprese subito, senza alcuna conseguenza, tranne un certo leggero stordimento che pass alla svelta. Vederlo rialzarsi e riprendere in pochi minuti il suo atteggiamento naturale fu come liberarsi da un incubo.
Nonostante ogni tanto incorressimo in qualcuno di questi brutti incidenti che avrebbero dovuto farci riflettere un po', l'incoscienza e la sconsideratezza ci inducevano di tanto in tanto in analoghe azioni che, con un po' d'indulgenza, potremo definire poco responsabili. Evidentemente in tutto questo aveva il suo peso la mancanza della guida paterna.
Del babbo da mesi non sapevamo pi nulla. La censura funzionava a pieno rigore e a casa non arrivava pi una lettera n una notizia che ci desse una seppur vaga indicazione di dove si trovasse. La mamma ce la metteva tutta per mandare avanti la baracca mentre noi, con i nostri comportamenti, spesso le complicavamo ancor pi la vita gi tanto difficile. La mancanza di un uomo in casa si ripercuoteva negativamente non solo sulla vita familiare, soprattutto ne risentivano i lavori dei campi ora affidati al nonno ormai pi che settantenne, a mia mamma e a noi, due ragazzini di sette e dieci anni. Il grano non cresceva da solo e i fagioli, le patate, gli ortaggi avevano bisogno di cure fin dal momento della semina. Se si voleva mangiare bisognava rimboccarsi le maniche.
A parte occasionali episodi di scarso senso di responsabilit giustificabili con la giovane et posso sinceramente dire che in genere, quando il bisogno
chiamava, non mi tiravo indietro anche se qualche volta poteva accadermi di cercare qualche buona scusa per defilarmi. Di lavori da fare ce ne erano tanti: c'era da preparare il terreno per la semina del grano e quindi, insieme a Marcello, eccomi li sudato e coperto di polvere, chino a ripulire i campi dalla gramigna sotto il Sole di settembre; c'era da dare il bottino alle patate e allora con la pertica sulla spalla dolente io davanti, il nonno dietro e il bigoncio in mezzo, portavo via il liquame dal pozzo nero spargendolo fra i solchi di piselli e di fagioli avvolto, com' immaginabile, da un delizioso effluvio odoroso. Erano lavori talvolta duri per un ragazzo, fatti spesso di malavoglia, ma col passare dei giorni cominciavo a capire che non potevo sottrarmi al dovere di dare una mano al nonno e alla mamma: i lavori dovevano esser fatti e io ero sano, robusto e gi ben cresciuto per i miei dieci anni. Inoltre, tutto sommato, alcuni di questi lavori dei campi erano per me fonte di grande soddisfazione. Andare nell'orto a raccogliere i primi piselli freschi e teneri, cogliere gli zucchini o tirar fuori con la zappa le patate novelle era un vero divertimento. Contavo quanti piselli c'erano in un guscio e quante patate aveva una pianta, sperando sempre di migliorare il record precedente. Mi piaceva anche vangare, non tanto per il lavoro in s che era pur sempre un lavoro duro che faceva venir le vesciche alle mani, quanto per dimostrare al nonno che poteva fare affidamento su di me e considerarmi ormai un piccolo uomo.
Nei caldi pomeriggi di agosto un altro mio compito era quello, di battere col correggiato, due bastoni legati insieme con una correggia di cuoio, i gusci di fagiolo o di ceci per estrarne i chicchi: li stendevo sull'aia e poi batti che ti batto. In realt non era un lavoro molto faticoso ma era pur sempre una sfacchinata uggiosa, per niente piacevole perch, dopo aver battuto i gusci e raccolto i chicchi, si doveva passarli al vaglio per separarli dai residui e dalle impurit. Il vagliarli era una faccenda fastidiosa: in seguito ad una vagliata controvento, ed era un lavoro da fare proprio quando c'era vento, bastava poco per beccarsi in pieno una bella scarica di foglie secche, pezzetti di guscio e polvere, che colpivano gli occhi e si appiccicavano sul viso sudato. Non finiva li, a quel punto c'era da stendere i chicchi sul marciapiede davanti alla casa per farli asciugare e seccare dal Sole. Insomma, era proprio un lavoro noioso.
In quegli stessi mesi di fine estate, quando il granturco era ormai maturo, si raccoglievano le pannocchie. In una bella giornata, passando lungo i filari, si recidevano una a una con un colpo secco della mano e si buttavano su una carriola; poi si trasportavano sul marciapiede davanti alla casa. Qui cominciava per noi un'altra faccenda: quella dello scartocciamento che consisteva nel ripulire le pannocchie appunto dai cartocci tirando via le foglie secche della pianta che le avvolgevano. Di per s era quanto di pi fastidioso si potesse immaginare, specialmente se lo dovevi fare da solo. Il fastidio si trasformava in piacere e allegria quando dopo cena, alla luce della Luna o di un flebile lume a carburo, in
compagnia della mamma, della Paolina e di qualcun altro del vicinato, uno accanto all'altro, infilavamo con il puntale di ghisa una pannocchia dietro l'altra, ripulendola con un unico movimento della mano, tra uno scherzo e una battuta, una storiella e uno stornello. L'unico vero disagio veniva dalla polvere che i baffi, cio i ciuffi di peli delle pannocchie, spargevano intorno e che ci procurava un uggiosissimo prurito su tutto il corpo. Una volta a letto, chi sentiva pi niente! L'ora tarda e la stanchezza ci facevano cadere subito in un sonno profondo che durava fino al mattino.
A meno che... A meno che le zanzare non fossero in agguato. In quei tempi, in certe serate estive, quando il caldo e l'afa ti bagnavano di sudore anche stando semplicemente sdraiato sul letto, potevi vedere i muri della camera quasi ricoperti da una miriade di questi fastidiosissimi insetti. L'unico rimedio era il flit, una specie di petrolio puzzolente spruzzato sulle pareti con un apposito aggeggio che si azionava con la mano come la pompa da biciclette. Questo liquido anti zanzare, con la guerra, scomparve presto dal commercio. Per difendersi dalle punture di zanzara c'era rimasto un solo sistema: quello di coprirsi dalla testa ai piedi con il lenzuolo. Sistema efficace ma non a lungo sopportabile per il caldo. Bisogna ricordare infatti che le nostre camere erano a tetto, cio non avevano soffitta, per cui d'inverno erano ghiacciate e d'estate bollivano. Sicch a un certo momento non sapevi pi se scegliere di immergerti in un bagno di sudore o di lasciarti pungere da decine di zanzare. Adottavi ora l'uno ora
l'altro sistema, col risultato di girarti e rigirarti nel
letto per ore, fino a che dalla finestra aperta non si insinuava un po' d' aria fresca. Allora potevi infischiartene delle zanzare: bastava tirar su il lenzuolo e coprirsi tutto il corpo.
Qualche giorno dopo la scartocciata compariva sull'aia un attrezzo particolare: era per la sgranatura delle pannocchie. Questa macchina, mossa per mezzo di una manovella, in pochissimo tempo separava i chicchi di granturco dai torsoli. I primi erano messi nei sacchi, i secondi venivano portati nello stalletto del maiale, solitamente libero da ospiti in quei tempi e, quando erano ben secchi, servivano per accendere il fuoco. Infine i chicchi, distesi sul marciapiede, erano esposti al Sole per l'essiccamento, facilitato da noi ragazzi tracciando coi piedi nudi nella massa del granturco dei solchi che, di tanto in tanto, passandoci sopra rinnovavamo. Era questo un compito nostro che del resto facevamo volentieri per la sensazione gradevole che proveniva dall'immergere i piedi nella distesa dei chicchi di mais riscaldati dal Sole. Stava a noi ragazzi anche tener d'occhio il tempo, pronti con le pale a rimettere tutto dentro le balle al minimo accenno di un lontano brontolio temporalesco. Che corse quando una voce sull'aia avvertiva: "Sta piovendo, sta piovendo!"
Il granturco era l'alimento base per gli animali del nostro pollaio, ma nei periodi di penuria di frumento lo usavamo, trasformato in farina, soprattutto per le nostre necessit di sostentamento sotto forma di polenta e, come gi ho detto, anche per fare un pane un po' speciale, da noi chiamato
giallo. La farinata col cavolo poi era un piatto dal sapore
squisito che la mamma metteva in tavola di frequente e che, in caso di avanzo, veniva riciclata scaldandola in padella.


Feste contadine.

Essendo il nostro un piccolo podere i lavori agricoli, che si rendevano di volta in volta necessari, in genere eravamo in grado di farli da soli. Per i lavori di maggiore impegno e fatica, come dare il rame alle viti, vendemmiare, arare, tagliare il grano maturo specialmente ora che il babbo mancava, avevamo bisogno almeno di un uomo che ci desse una mano. Molte volte erano i vicini stessi che spontaneamente si offrivano, pronti in ogni occasione a prestarsi per un aiuto. Purtroppo le braccia da lavoro scarseggiavano, perch gli uomini giovani erano quasi tutti alla guerra. Naturalmente le necessit maggiori si verificavano per i lavori pi grossi che, in compenso, per tradizione diventavano anche occasione per una vera e propria festa. Una di queste occasioni era appunto l'aratura per preparare i campi alla semina del grano: operazione che si faceva in ottobre inoltrato. La mattina, poco dopo l'alba, arrivavano sui campi un paio di buoi bianchi e maestosi, guidati da un contadino del vicinato. L'aratro sotto il loro sforzo cominciava a rivoltare la terra, creando nel suo lento procedere un profondo solco umido, nero e liscio, in cui era bello camminare a piedi nudi per la sensazione di levigatezza e di morbidezza che dava. L'unica cosa da cui guardarsi erano certi bachi tozzi biancastri anellati che spuntavano tra le zolle rivoltate e che mi facevano un po' ribrezzo. I buoi intanto - docili alla
mano, silenziosi e infaticabili - continuavano il loro percorso su e gi, fino a che tutto il campo fosse arato. A questo punto arrivava la mamma con la colazione: un cestino coperto da un tovagliolo a quadri rossi in cui c'erano pezzi di coniglio fritto, fette di prosciutto o di salame e un po' di formaggio. Li, in cima al campo, con un appetito da lupi, in pochi minuti trangugiavamo tutto. Io ero felice di partecipare insieme ai grandi a un lavoro importante e di sentirmi utile alla famiglia, anche se in realt il mio compito era limitato a qualche piccolo intervento con la vanga ai margini del terreno arato. Anche i buoi nel frattempo avevano modo di riposarsi un po' mentre ruminavano lentamente su un lato del campo. Dopo l'aratura era la volta dell'erpicatura che, fatta dagli stessi buoi, sminuzzava le zolle per rendere il terreno pronto a ricevere il seme. Il nostro desiderio pi forte, in quel momento, era quello di salire sopra la tavola dell'erpice, magari solo per farsi portare dai buoi da cima in fondo al campo, ma non avevamo l'ardire di chiederlo al contadino che, tuttavia qualche volta, sapendo benissimo quanto ci tenevamo, ci invitava con un: "Monta su, facciamo un giretto". Io vi salivo con la stessa emozione di un bambino al suo primo viaggio in treno. Infine veniva il momento della semina, fatta normalmente dopo qualche pioggia in modo che il terreno fosse umido. Con il grano da seme messo in un secchio o in una specie di sacca appesa al collo, il seminatore lo spargeva con quel gesto ampio del braccio che sembrava voler dire alla terra: "Tieni. Prendilo, te lo affido: custodiscilo bene". Dopo di che
non restava che passare di nuovo con l'erpice per fare interrare il seme e poi scavare con la zappa qualche fossetto per favorire lo scolo delle acque piovane.
Dopo i soliti temporali di fine agosto e le belle giornate di settembre, arrivava improvviso l'autunno con i suoi cieli grigi e tanta pioggia. A noi ragazzi non restava altro che rimanere tappati in casa a fare un disegno o rifugiarsi nella capanna davanti, sotto il fruscio della pioggia che picchiettava sul tetto, a giocare a carte o a inventarci qualche altro divertimento.
Poi brillavano tra l'erba le prime brinate e l'inverno si annunciava con qualche gelata che ghiacciava l'acqua dello Scolo, il fosso a lato della nostra vigna. Era quello che aspettavamo per fare delle lunghe scivolate sulla superficie liscia del bozzo, senza preoccuparci troppo del pericolo che il ghiaccio si rompesse, come del resto qualche volta avveniva, con la conseguenza di dover correre a casa a cambiarci scarpe e calzini.
Il freddo gelava anche le case. A dire il vero questo, per noi ragazzi, non era un grosso problema, ci bastava scaldarci un po' alla fiamma del camino o con le braci di uno scaldino. Per la nonna era una vera tribolazione perch, stando quasi sempre seduta immobile a causa delle infermit della vecchiaia, soffriva il freddo maledettamente. Le uggiose giornate d'inverno si ravvivavano con l'arrivo della neve, specialmente se capitava sotto le feste di fine anno.
A fine anno arrivavano anche i regali. Li aspettavamo
impazienti, anche se si trattava, come sempre, dei soliti fichi secchi, degli immancabili cavallucci e dei consueti mandarini; pi graditi erano i cosiddetti nicchi-nacchi:, biscottini che abbozzavano nella forma le pi diverse specie animali come cani, gatti, cavalli e cos via. Regali di altro genere erano rari e tutt'al pi si poteva sperare in un soldatino di piombo, in un piccolo fucile a tappo o in una macchinina con movimento a molla. Per noi trovare nel panierino della Befana anche un semplice piccolo aeroplano di latta era pur sempre una grande felicit. Tuttavia i giocattoli che avevano veramente valore per noi -una spada, un arco, un burattino - ce li costruivamo con un pezzo di legno, un po' di fil di ferro e qualche attrezzo: ci bastava una forbice, una pinza, un martello. Rammento come si costruivano, per esempio, i nostri piccoli carri armati: un rocchetto di legno, che talvolta rubavamo alla nonna ancora con il filo di refe avvolto, un elastico circolare passato all'interno della sua cavit centrale, e due bastoncini infilati ai due estremi del rocchetto nell'anello dell'elastico che fuoriusciva dal foro: bastava avvolgere l'elastico ruotando il bastoncino, per imprimere al rocchetto messo sul tavolo o sul terreno un lento movimento.
Tra tutte le feste quella pi bella e attesa dai bambini era senza dubbio la Befana, perch allora era soprattutto lei, la brutta vecchietta, che ci portava i regali. Per Natale gli unici doni consistevano in qualche statuina per fare il presepe: un pastore, una pecorella, una casetta. Presepe che costruivamo con vero entusiasmo su un grande tavolo in
cantina. L'albero di Natale, invece,  un'usanza che si  diffusa nel dopoguerra; per noi non c'era che il presepe. Prepararlo era una festa e un impegno: si doveva trovare nei fossi la borraccina per modellare i campi e i prati, mettere insieme i sassi per formare le colline, farsi dare dalla nonna un po' di farina bianca per la neve e uno specchio per il laghetto, procurarsi dei rametti per gli alberi; poi c'era da sistemare la grotta con Ges e la grande cometa, le casette tra i monti, il molino, i re magi e tutti gli altri personaggi. Insomma un compito che richiedeva fervore e anche senso artistico, che diventava gratificante quando alla fine la famiglia e i vicini venivano a vederlo e a complimentarsi. La mattina della Befana, appena svegli, saltavamo gi dal letto e subito andavamo gi in cucina dove, la mamma - e non la Befana, ora ne sono sicuro - aveva preparato il paniere con i doni e la calza attaccata al camino, piena di confetti, caramelle e cavallucci. Al momento di aprirla dentro di me si affacciava il solito timore: al posto dei regali avrei trovato un mucchietto di carbone, come la mamma severamente mi ammoniva tutte le volte che la facevo arrabbiare? Come sempre per il timore si dimostrava ingiustificato e i doni ogni volta erano li a smentirlo. La Befana  una figura in cui tutti i bambini credono fermamente ma a un certo momento, per gli accenni, le mezze parole, le allusioni dei grandi, si insinua il dubbio che non esista, finch arriva il giorno in cui scoprono che essa altri non  che la mamma. E una notte questo accadde anche a me.
Eravamo andati a dormire presto quella sera
di una Befana di tanti anni fa, io e Marcello. Le nostre menti erano rivolte all'indomani e ai regali che avremmo trovato. Fantasticando su questo stentavamo ad addormentarci, tanto che io ero ancora nel dormiveglia quando fui richiamato da qualcosa, li in camera: un fruscio, un cigolio, lo strusciare di un passo? Nella penombra vidi la sagoma della mamma che lentamente, a passi felpati, si avvicinava all'armadio di fronte al letto; apr il primo sportello e vi mise dentro qualcosa che teneva in mano. Feci finta di dormire e la mamma non si accorse di nulla. Capii che la mamma e la Befana erano la stessa persona quando la mattina dopo, sbirciando attraverso la porta della camera lasciata socchiusa, vidi il babbo che traeva dall'armadio un involto che port gi per noi. Non fu un trauma per me perch ero gi preparato a questo e la scena che avevo visto non aveva fatto altro che confermare un'idea che gi avevo in testa. Marcello invece, a cui raccontai il fatto, mi guard perplesso e incredulo e disse semplicemente: "Non  vero, non ci credo".
Le feste, pur senza luminarie o botti assolutamente vietati per la guerra, erano profondamente sentite dalla gente e vissute come momenti di vera gioia. Allora il sentimento religioso era forte e la chiesa si riempiva di fedeli, non solo la mattina per la messa di Natale o del primo dell'anno, ma anche per le funzioni del pomeriggio, quelle che venivano chiamate novene perch, appunto, si protraevano per nove giorni. In questo periodo le donne del vicinato, insieme a qualche vecchio e a qualche bambino, si riunivano in
una casa per dire il rosario: una monotona cantilena di preghiere pronunciata ad alta voce e guidata da quella che era considerata la pi esperta del gruppo. A ogni citazione di un santo o della Madonna declamata ad alta voce dalla conduttrice, le altre donne, disposte in circolo e facendo sfilare ognuna tra le dita il proprio rosario, quella specie di collana che viene sgranata insieme alle preghiere, rispondevano in coro con il sempre uguale: "Ora pr nobis". Cos si andava avanti fino alla fine dei grani della collana, ripetendo pi volte le stesse preghiere. Siccome queste erano dette in latino, che di solito nessuno dei presenti conosceva, le solenni parole si mutavano in un latino maccheronico comicissimo, con degli sproloqui da far inorridire il prete pi indulgente.
Prima della guerra, ma anche durante il suo primo periodo, era molto festeggiato il carnevale, con maschere e balli a cui prendeva parte tanta gente. Come al solito erano i bambini i pi fanatici per le maschere: era un'antica usanza dei ragazzi, quella di andare mascherati di casa in casa a fare piroette e prendersi per mano esibendosi in balli improvvisati; i padroni di casa festeggiavano le maschere ricambiando con caramelle e dolci. Insomma un po' quelle stesse cose che oggi fanno i bimbi per la festa di Halloween alla vigilia della festa di Ognissanti.
In questo periodo nel circolo del Cintolese si tenevano di frequente delle feste da ballo, i cosiddetti veglioni, nel corso delle quali spesso si eleggeva la reginetta della festa. I giovanotti dovevano acquistare dagli organizzatori quanti
pi biglietti potevano abbinandoli a una certa dama: quella a
cui a mezzanotte risultava essere stato abbinato il maggior numero di biglietti, era dichiarata reginetta e acquistava l'onore di fare un ballo con il giovane che l'aveva scelta, unica coppia danzante alla presenza di tutti gli altri che facevano festa intorno. Si formavano di solito due o tre gruppi di giovanotti che tifavano per questa o quella ragazza, cos si creava tra di loro una atmosfera di concorrenza che proseguiva fino alla mezzanotte a colpi di decine di biglietti acquistati per l'una o per l'altra dama. Comunemente la reginetta era scelta tra le ragazze pi belle della serata. Una volta dest scalpore la trovata di Pinotto, scapolo impenitente e pazzerellone che era di solito senza mai una lira e con le mani bucate, di eleggere reginetta la Cirri. Questa era un'anziana zitella piccola, grassottella, trascurata nella persona ma brava nel ballo, che sotto gli occhi di tante bellezze si prese la soddisfazione di essere per una sera la reginetta della festa, tra lo stupore e l'invidia di molte delle presenti giovani e carine. L'orchestrina, su un palchetto in fondo alla sala, strimpellava un valzer e i due ballerini soddisfatti del loro ruolo di protagonisti volteggiavano sotto gli occhi di tutti.
Il clou del veglione era la rottura della pentolaccia, un grosso recipiente di coccio appeso al soffitto, pieno di piccoli oggetti regalo e di coriandoli. I concorrenti, bendati e dotati di un lungo bastone, con vari tentativi dovevano cercare di romperla.
Di Pinotto, applaudito cantante e suonatore di chitarra, rimase famoso il suo rifiuto a un contratto
per una tourne in America, dopo che si era esibito con successo al Gambrinus di Montecatini. Mia mamma ricorda anche che, per l'occasione, si era fatto prestare l'abito da sera dal babbo Paolo. Lui, spirito libero, estroso e originale, soleva ripetere: "Finch mi diverto io posso divertire anche gli altri, ma farlo solo per soldi, no!"
Uno dei momenti pi attesi dalla gente semplice della nostra zona nel periodo delle feste era anche quello dell'annuncio delle coppie della befana, divertente iniziativa che alcuni giovanotti dei Violi avevano da tempo ideato e che ogni anno preparavano in tutta segretezza per la sera di Befana. Si trattava di questo: al nome di un giovanotto del paese facente parte di un elenco appositamente predisposto, veniva abbinato, estraendolo a sorte (cos sostenevano i promotori del gioco), il nome di una ragazza da marito, nomi che venivano poi gridati con un megafono ai quattro venti. Cos, verso l'imbrunire, erano proclamate le coppie e allora si poteva udire una voce lontana che gridava: "Per Befana: Mosca dello Zucchino si  fidanzato con la Paola del Cellini". Improbabile abbinamento che univa il pi scalcagnato dei poveri diavoli a una delle pi belle e brave ragazze della zona. La gente aspettava questo momento e prima di cena si metteva fuori dell'uscio ad ascoltare e a commentare, ridendo e scherzando su questi impossibili accoppiamenti. Gli abbinamenti per non si limitavano alle coppie stravaganti che suscitavano il riso, ma alludevano anche ad altre situazioni sentimentali. Per esempio le relazioni tenute nascoste e considerate
tali dagli interessati, invece perfettamente conosciuta da tutti; o quella in cui il povero innamorato non era corrisposto dalla ragazza. Insomma era un gioco innocente che per diventava anche un espediente per far conoscere alla gente qualche notizia piccante e diffondere dicerie, pettegolezzi e qualche malignit, con l'unico scopo tuttavia di far divertire.
Poi seguiva la quaresima: non pi balli, non pi feste, ma penitenze, digiuni e preghiere.
Intanto il grano spuntava tra le zolle trasformando i campi in un bel tappeto verde. Cresceva ondeggiando al vento di aprile, finch le spighe ai primi tepori di maggio si riempivano di chicchi.
Poi qualche rara lucciola annunciava l'arrivo dell'estate. Una sera compariva una timida luce che brillava a tratti vagando incerta nel buio dei campi, un'altra e un'altra ancora si accendevano fino a che, dopo qualche giorno, era tutto un concerto di luccichii che apparivano e sparivano ora qui ora l e punteggiavano nella notte tutta la campagna. C'era una vecchia tradizione allora - forse non  stata perduta ancora del tutto - per cui se la sera prima di andare a letto un bimbo metteva una lucciola sotto un bicchiere, la mattina successiva ci trovava un soldo. Io e Marcello, alle prime lucciole, non ci facevamo scappare l'occasione: al canto della filastrocca della nonna: "Lucciola, lucciola vien da me, ti dar il pan del re, pan del re della regina, lucciola lucciola vien vicina" cercavamo nel buio di rinserrarne una nel cavo delle mani. Purtroppo la magia del soldo funzionava
solo per le prime volte, dopodich l'incantesimo sembrava perdere il suo potere.
Quando intorno alla fine di giugno o primi di luglio, con il suo bel colore biondo il grano era ormai maturo, ne iniziava la raccolta. A quel tempo veniva fatta a mano, tagliando gli steli delle piante con le falci. In quel periodo era comune sentire sulle aie il martellio ritmato dei contadini che, seduti in terra, picchiettavano sulle falci appoggiate su una piccola incudine di ferro infilata nel terreno per arrotarle, cio fargli il taglio, affilare la lama. La mietitura iniziava la mattina presto: quattro, cinque o pi persone a dorso chino via via recidevano gli steli con la falce. Ognuno di essi si occupava di una striscia del campo, procedendo da cima a fondo e, dopo aver raccolto una quantit sufficiente di frumento, faceva il covone legando insieme gli steli. Una breve interruzione ogni tanto per bere una sorsata d'acqua al fiasco, tenuto al fresco sotto un albero, o per dare la pietra alla falce per affilarla e poi si ricominciava. Era una fatica enorme lo star chini per ore sotto il Sole implacabile, fatica che veniva alleviata solo dalla breve interruzione mattutina per la colazione e dal riposo di mezzogiorno per il pranzo. Finita la mietitura i covoni, sparsi qua e l, venivano raccolti in piccoli mucchi e lasciati sul campo, in attesa di essere portati sull'aia con il carro trainato dai buoi. Ci avveniva qualche giorno dopo. Il grano dei nostri campi non era molto, con poche carrate veniva trasportato tutto; intanto sull'aia due uomini, inforcando covone dopo covone, facevano la bica, o biga come la chiamavamo: una
grossa catasta che era affiancata a quella di Paolo del Cellini. In mezzo era lasciato uno spazio dove al momento della battitura era piazzata la trebbiatrice. Poco pi in l prendeva forma anche la bica di Nello del Rafanelli, la pi grande e la pi alta. Finalmente arrivava il giorno della battitura, giorno atteso con ansia incredibile, perch quello era per tutti un giorno speciale e tutti lo vivevamo come una grande festa. Gi il giorno prima si preparava l'aia stendendo sul terreno la cosiddetta buina, quel miscuglio di escrementi vaccini e acqua che seccandosi formava uno strato superficiale liscio e asciutto; era un sistema semplice e rapido per far si che nessun chicco di grano venisse perduto. La notte che precedeva la battitura era per me una notte agitata, dormivo con le orecchie dritte per sentire il rumore del trattore che poco prima dell'alba arrivava sull'aia portando a rimorchio la trebbiatrice. A quel punto saltavo gi dal letto per non perdermi le manovre delle macchine. Tra il vociar degli uomini che man mano arrivavano, la grande macchina rossa trainata dal trattore veniva piazzata a lato della bica e bloccata con delle zeppe di ferro. Poi il cignone, grande cinghia di trasmissione, era applicato alle pulegge delle due macchine e il trattore posizionato in modo da tenderlo al massimo. Tutto era pronto e i contadini prendevano ciascuno il loro posto: uno o due sulla bica per lanciare con la forca i covoni sulla trebbiatrice; una donna - ed era immancabilmente una donna - sulla macchina per tagliare con la falce i legacci che tenevano insieme gli steli del covone; un uomo, detto
l'imboccatore, con il compito di infilare i covoni nella bocca
della macchina; altri due addetti alla bocchetta di uscita del grano, per raccoglierlo nello staio, l'apposito recipiente di legno che serviva come misura del grano e per riempire poi i sacchi; due o tre persone per prendere a grandi forcate la paglia che fuoriusciva dall'altra estremit della trebbiatrice e avvicinarla agli uomini che facevano il pagliaio. In tutto quindi una decina di persone, a cui si aggiungevano un paio di ragazzi addetti alla loppa. Ecco, questo era il mio compito: munito di un rastrello portavo via la loppa, o pula, che man mano veniva espulsa dalla macchina, facendone un grosso mucchio poco distante. Era il momento tanto atteso: in mezzo al polverone che mi chiudeva la gola assaporavo l'orgoglio di sentirmi utile, di far parte del mondo dei grandi, di esser l non come semplice spettatore ma come partecipe di un grande evento; perch la raccolta del grano, l'alimento pi importante per la famiglia, era veramente un grande evento. Non mi importava se non respiravo pi, se la polvere mi chiudeva la gola, se si appiccicava al sudore della pelle e mi bruciava gli occhi. Con un fazzoletto sul naso e sulla bocca, mi infilavo vicino alla fenditura della macchina attraverso la quale le polverose glume venivano scagliate con forza all'esterno. Stordito dal canto della trebbiatrice che ora si alzava di tono riprendendo vigore, ora si incupiva fin quasi ad arrestarsi, di tanto in tanto lasciavo il mio lavoro per andare a contare i sacchi pieni di grano che lentamente si ammucchiavano da una parte dell'aia: uno, due, tre, quattro...
Ogni sacco in pi voleva dire, specialmente durante la guerra,
pane per arrivare all'anno dopo. Dopo di noi era la volta degli altri poderi sparsi nella piana del Cintolese, da dove la grande macchina rossa continuava a far udire la sua voce, un canto che si mescolava a quello delle cicale stridenti nei campi assolati e che spandeva la sua eco su tutta la campagna.
Conclusa la trebbiatura cominciava la festa, festa che si consumava tutta a tavola. Ogni famiglia del vicinato aveva come ospite un uomo che accompagnava la macchina. Da noi normalmente era da anni invitato fisso il Biondo di Pazzera che apprezzava, come amava ripetere, la cucina della mamma; pi alcuni vicini che erano venuti a dare una mano. Come ho detto in questi pranzi non si badava a spese. Era d'obbligo cominciare con dei crostini di pane inzuppato nel brodo e ricoperti di pat di fegatini di pollo, che preparavano lo stomaco ad accogliere tutto il ben di dio che veniva dopo. Ad essi si accompagnavano grandi fette di prosciutto profumato cui faceva seguito una scodella di brodo di pollo ben caldo, che ripuliva la bocca dalla polvere e rinfrancava il corpo. La pasta asciutta, il piatto successivo, era cos ricca di sugo e di cicche, pezzettini di carne di coniglio, che non potevi non ritornarci sopra con un bis. Dopodich arrivavano i secondi: il bollito con gallina e manzo cotti al punto giusto e serviti insieme a sottaceti e infine l'arrosto di anatra o di papero con le patatine. Il tutto accompagnato da insalata, pomodori e altre verdure e annaffiato da buon vino nostrano, a
cui molti dei commensali facevano gran festa. Insomma una grande abbuffata che durava qualche ora.
Anche la vendemmia era accompagnata da un bel pranzetto, ma di solito il tutto avveniva in tono minore. Da noi poi, che producevamo solo una decina di damigiane di vino, la festicciola si limitava a una tavolata con un paio di amici che erano venuti a dare una mano a cogliere l'uva. Ma l'atmosfera era ancora quella della festa e intorno si sentiva l'allegria. In una bella giornata di settembre, quando l'aria era chiara e la luce che si spandeva intorno aveva quei toni caldi e forti che preannunciavano l'autunno imminente, di mattina presto, tra i filari delle viti umide di rugiada, si cominciava a riempire i panieri e i corbelli di uva. Portati quindi in cantina venivano mano a mano svuotati nella bigoncia o rovesciati direttamente nella botte. A quel punto passavamo a quell'operazione che mi piaceva tanto: pigiare l'uva con i piedi. Lavoro che era consuetudine fare senza minimamente preoccuparsi di lavarsi prima la parte inferiore delle gambe. Nell'estate, tra l'altro, si camminava scalzi, secondo il detto della nonna: "Di marzo scalzo, d'aprile tienne di conto (delle scarpe) per andare alla festa a S. Baronto". Detto che voleva che gi con l'inizio della bella stagione le scarpe fossero messe da parte per camminare a piedi nudi. Entravo dentro la bigoncia prima con una, poi con tutte e due le gambe e facendo forza cominciavo a pestare. Le pigne d'uva dapprima facevano resistenza, poi le gambe avevano la meglio e riuscivano a schiacciare i primi chicchi liberando il loro succo. Il piede, sotto lo sforzo ripetuto di
tutto il corpo, premeva su un lato della bigoncia e, dopo un po', mentre tutto l'arto era stretto come in una morsa, con ripetute azioni di sfondamento, riusciva a demolire completamente la massa d'uva. Pigiata la prima uva, via di nuovo lungo il filare e, tra una pigna che cadeva nel paniere e un grappolo che finiva in bocca, facevamo a gara a chi riempiva prima il corbello. Cos la botte, piano piano, si colmava di vinacce e di mosto. Dopo un paio di giorni si passava alla strizzatura. Sull'aia, portato non so da chi, arrivava lo strettoio, un torchio speciale montato su due ruote il quale, una volta piazzato e sfilate le ruote, alla fine appoggiava a terra su quattro zampe robuste. Era formato da una gabbia rotonda fatta di doghe di legno sormontata da una pressa a vite centrale che due persone, girando intorno alla gabbia, azionavano manualmente per mezzo di due paletti di ferro. Il torchio scendendo premeva sulla massa di raspi e succo d'uva, di cui era stata riempita la gabbia e faceva trasudare il mosto che, a piccoli rivoli, si raccoglieva in un incavo posto tutt'intorno alla base. Da qui cadeva in un grosso catino, da cui con una casseruola si attingeva per riempire le damigiane. Il mosto che producevamo era di una dolcezza squisita, un vero nettare, e noi ragazzi ne mandavamo gi ogni tanto abbondanti sorsate. "Ora basta, perch questo vi fa correre" ammoniva il nonno. Volendo con ci alludere ai suoi effetti lassativi, rapidi ed efficaci. Le damigiane venivano allineate lungo la parete della cantina e lasciate aperte in attesa della fermentazione, dopo qualche giorno infatti cominciava il ribollimento - "il
ribollir dei tini" dice il Carducci - mentre dalla bocca fuoriusciva una schiuma rossastra che imbrattava il collo dei recipienti. Stavamo preparando il vino che ci sarebbe bastato per tutto l'anno.


La beffa del nonno.

Era intanto passato anche il 1941 e io avevo cominciato a frequentare la quinta classe elementare a Cintolese. Pur rimanendo la guerra ancora lontana dai nostri paesi, gi avevamo avuto le prime avvertenze di questa terribile minaccia.
Il carbone per accendere i fornelli e preparare da mangiare era praticamente scomparso, per trovarne qualche chilo bisognava fare file lunghissime e pagarlo molto caro. Rammento le lunghe attese della gente, per comprarne appena per le necessit di qualche giorno dal carbonaio dietro la chiesa di Monsummano. Il sale da cucina era anch'esso diventato introvabile e c'era chi, come il nostro vicino Nello del Rafanelli, faceva ogni tanto un lungo viaggio in bicicletta alle miniere di Volterra per riportarne a casa qualche chilo.
Le camere d'aria e i copertoni per le ruote delle biciclette, unico mezzo rimasto per spostarsi, si trovavano solo a prezzi talmente alti che ben pochi erano in grado di comprarli e in seguito divenne comune sostituirli con dei tubi di gomma piena. La bicicletta allora, oltre che faticosissima, diventava anche fonte di vera sofferenza, perch a causa della sua rigidit ogni buca della strada, e di buche ce n'erano tante, si ripercuoteva sul corpo del ciclista. La stessa cosa accadeva per molti altri generi, sia alimentari
che non, come le scarpe e gli indumenti: in sostanza tutta l'economia era in crisi, perch la guerra bruciava immense risorse. Basti dire che il regime fascista per necessit belliche, oltre a ordinare la consegna del ferro e del rame presenti nelle case, brocche comprese che pure la mamma dovette consegnare, lanci una campagna perch ogni famiglia coltivasse il suo piccolo orto, magari ricavandolo da un pezzettino di terra a lato di una strada. Era il cosiddetto orticello di guerra, da cui il nucleo familiare avrebbe potuto ricavare un po' di verdure, di patate e di pomodori. Anche noi scolari fummo coinvolti in operazioni che avrebbero dovuto sostenere la nostra difficile situazione economica: la maestra ci invit a portare a scuola una certa quantit di lana che sarebbe servita per fare maglie, calzini e guanti ai soldati al fronte russo. Ci fu anche suggerito di raccogliere i batuffoli di lana che le pecore lasciavano in campagna attaccati ai fili spinati! Cosa che, da ragazzi diligenti, facemmo andando per le stradine tra i campi a staccare qua e l dai rovi e dalle spine dei fili di ferro qualche batuffolo bianco. Cominciammo allora a renderci conto che la guerra avrebbe presto investito anche noi. I segni inequivocabili erano li, davanti ai nostri occhi. Lungo la strada provinciale divennero sempre pi frequenti i transiti di colonne di soldati e la chiesetta di San Carlo in Piazza dei Polli a Monsummano, che era sconsacrata, divent il quartiere dei bersaglieri motociclisti. Scorrazzavano per il paese stupendo tutti con le loro acrobazie, andando perfino su e gi per le scale di pietra antistanti la chiesa come su una pista. Noi
ragazzi li osservavamo dalla piazza pieni di ammirazione, come se il tutto facesse parte di un gioco meraviglioso.
Ma poi, con i primi bombardamenti arriv la paura. Nelle prime ore di un pomeriggio stavo tornando in bicicletta da scuola. Poco prima della Vergine dei Pini alcuni aeroplani mi passarono a volo radente sulla testa con un rumore assordante, dirigendosi verso la zona di Montecatini. Non mi resi subito conto di cosa stesse accadendo: mi fermai e vidi gi nella pianura diversi aerei che stavano facendo un carosello infernale. Si buttavano in picchiata toccando quasi le case per risalire su, allontanarsi e subito dopo ritornare con un ampio giro verso la citt. I primi scoppi e il fumo che si levava mi fecero ben presto intendere che stavano bombardando la citt e come poi seppi, la stazione ferroviaria in particolar modo. Vicino a me degli uomini guardavano sgomenti, delle donne correvano verso casa e i pochi passanti si fermavano sbigottiti. Il tutto non dur pi di un quarto d'ora: gli aerei scomparvero improvvisamente come erano arrivati e tutto torn come prima. Si sarebbe detto che non fosse successo nulla, se non fosse stato per quelle dense colonne di fumo nero che si levavano dalla pianura. Dopo esser rimasto a lungo come paralizzato a guardare, alla fine inforcai la bicicletta e mi buttai a rotta di collo verso casa. Fu questo il primo impatto con la guerra vera e propria. Sul momento ne fui scosso: fino ad allora la guerra era rimasta solo una parola e gli echi di essa giungevano a noi molto attenuati, tanto da svanire presto e senza
lasciar traccia. Ora arrivava nelle nostre citt e poteva entrare da un momento all'altro anche nelle nostre case, non era pi soltanto qualcosa di astratto di cui si sentiva vagamente parlare, adesso ne eravamo direttamente coinvolti e avrebbe potuto stravolgere la nostra vita quotidiana.
Tuttavia, dopo i primi episodi di guerra cui assistetti, forse per incoscienza ma soprattutto per mia natura, il senso di paura che all'inizio mi assaliva, si attenu fin quasi a scomparire. O meglio la paura si trasform in curiosit, una curiosit che mi spingeva a voler sapere, guardare, sentire. Questi eventi, ancora ignaro di quali orrori fossero portatori, allora mi apparivano soprattutto come nuovi affascinanti spettacoli. Ogni nuova esperienza, infatti, l'ho vissuta sempre intensamente con grande partecipazione personale. Ricordo bene le grida della mamma per farmi scendere dall'albero su cui mi ero arrampicato per godermi lo spettacolo di un bombardamento aereo, su alcune postazioni che i tedeschi avevano installato nelle vicinanze. La guerra non tard a rivelarsi per quello che era, portatrice di distruzione e morte. E la morte tocc per primo proprio a un nostro conoscente dei Violi, il Regino, che era il padre della Liana, mia compagna di scuola alle elementari. Lavorava per il mulino Fiori e quel pomeriggio era alla stazione di Montecatini per ricevere una partita di sacchi di grano. Qui fu dilaniato dalle bombe sganciate dagli aerei. La distruzione devast la stazione ferroviaria, che mi apparve in tutta la sua sconvolgente rovina quando nei giorni successivi vi passai davanti per
andare a scuola. Vagoni sventrati o rovesciati su un lato, binari divelti piegati all'ins, grosse voragini aperte qua e l, case rovinate, muri delle abitazioni vicine ricoperti dalle ferite inferte dalle schegge. Una vera desolazione. Non  possibile dimenticare quelle tragiche immagini che si impressero nella mia mente di ragazzo come un ricordo incancellabile.
Una mattina la Bruna del Cellini, di ritorno dall'ufficio postale, mentre a piedi imboccava la nostra stradina, sventol da lontano la lettera tanto attesa. La mamma, intuendo di cosa si trattasse, le corse incontro. Quasi a un anno dalla partenza, finalmente avemmo notizie del babbo dalla Russia. Notizie per la verit assai generiche, perch le lettere arrivavano con interi periodi cancellati dalla censura. Pu sembrare impensabile oggi che a qualcuno sia consentito di leggere le nostre lettere private, ma la guerra sovverte tutti i valori e molte cose che sono illecite in tempo di pace ora erano legali. D'altra parte in quel momento riuscivamo a realizzare un solo pensiero: se ci scriveva voleva dire che era vivo e, dopo tanto tempo di silenzio e di preoccupazioni, questo al momento ci bastava. A ogni modo, anche se in maniera parziale e incompleta, la sua lettera ci permise di comprenderne i pensieri e lo stato d'animo, provando ancora la dolce sensazione di sentirsi vicino a lui; e ci rese serenit e fiducia anche se proprio in quei giorni giungevano voci di una grande battaglia in Russia che avrebbe addirittura deciso le sorti dell'intera guerra. Era l'inizio della sconfitta delle forze tedesche e dei
suoi alleati fascisti. Purtroppo era anche la sconfitta di tutti noi, perch chi soffriva e moriva era ancora la gente comune, erano i soldati italiani che, privi di tutto, con indumenti e scarpe inadeguati, con i vecchi fucili della prima guerra, pochi autocarri e piccoli carri armati di latta, erano stati mandati allo sbaraglio in una landa sterminata dove l'inverno era rigidissimo. Contro un paese che, come era prevedibile, avrebbe difeso la propria terra con ogni mezzo e fino all'ultimo uomo. Alle mille difficolt della guerra si aggiunse poi un freddo eccezionale che, in quell'inverno del '42-43, raggiunse in Russia temperature di quaranta o cinquanta gradi sotto zero. La mamma, pur tranquillizzata dalla lettera ricevuta, percepiva il pericolo in cui si trovava o si sarebbe presto trovato il babbo. Non si dava pace. Cos cominci a frullarle in testa una domanda: era possibile per un soldato tornare a casa dal fronte? C'era un modo per far tornare a casa il babbo? Si dette allora a chiedere e a indagare. Alla fine trov una risposta: forse un modo c'era. Una brutta bronchite asmatica costringeva da qualche giorno il nonno a rimanere a letto e la mamma, per raggiungere lo scopo che aveva in mente, architett un piano: approfittando della malattia del nonno doveva riuscire a convincere il maresciallo dei carabinieri che il povero vecchio era in fin di vita. Questa era la condizione essenziale che avrebbe potuto consentire il ritorno del babbo. Ebbe inizio la manovra per attuare il piano. Si inizi con l'addestrare il nonno al difficile compito che lo aspettava, a cui la nonna doveva portare il suo contributo con appropriati
interventi di supporto. Poi fu agganciato il medico condotto,
il dottor Giovannoli che ci conosceva molto bene e che aveva per il babbo e la mamma una vera amicizia, avendo egli avuto proprio la mamma tra i primissimi pazienti al suo arrivo al Cintolese. I rapporti con il dottor Giovannoli si erano fatti stretti soprattutto dopo la mia nascita perch, in quel periodo, alla mamma gliene capitarono di tutti i colori: pochi giorni dopo il parto una bufera di vento aveva scoperchiato il tetto della camera dove si trovava con me appena nato, spalancata violentemente la finestra il vento aveva fatto irruzione nella stanza e fatto volare via le tegole aprendo un largo buco sul tetto. Ve lo immaginate come si sar sentita la mamma vedendosi scoperchiare il tetto sulla testa! Non accadde niente n a lei n a me perch appena la ventata irruppe nella camera, lei ebbe la forza e la prontezza di prendermi in braccio e correre al piano terreno, ma rimase in preda allo shock per diversi giorni. Inoltre una malattia al seno l'aveva costretta pochi giorni dopo a sospendere l'allattamento e io, privato del latte materno per qualche tempo, ero stato dato a balia alla moglie del Magrini che aveva anch'essa da poco avuto un bambino. A quei tempi il latte artificiale non c'era e in situazioni simili o si ricorreva al latte di capra o di mucca, oppure a una balia. Una entrata nel mondo, la mia, non proprio tranquilla.
Ma torniamo al nonno. " assolutamente da escludere, non si pu fare" aveva categoricamente sentenziato il dottore sul momento. "Non posso certificare una cosa che non esiste, il Neno non  in fin di
vita e poi dovrebbe venire a vederlo il maresciallo. A quello, per accorgersi che si tratta di un bluff, basta uno sguardo, in pi, anche ammesso che il telegramma parta, non arriverebbe mai a destinazione, visto il caos in cui si trova il nostro esercito" aveva continuato. La mamma non gli dava tregua: "Dottore, proviamo. Se lei fa il certificato, vedr che tutto andr bene. Se non si ottiene niente pazienza, ma almeno avremo provato" gli andava ripetendo.
"Mi fate fare una cosa da galera, perdio. Lo sapete o no che siamo in guerra?" si giustificava lui.
Non voleva proprio saperne, e per qualche giorno tenne duro. Alla fine, dopo tante insistenze cedette e firm un certificato in cui attestava che il nonno era affetto da grave insufficienza cardio-respiratoria e che era ormai in fin di vita. La mamma corse subito a consegnarlo alla caserma dei carabinieri di Monsummano. Il giorno dopo eccoti il maresciallo, insieme al dottore, a controllare se effettivamente la situazione fosse davvero tanto grave da giustificare l'invio di un telegramma urgente che avrebbe potuto comportare il richiamo dal fronte del caporale Paolo Tesi. Cominci la sceneggiata: "Come va, Tesi?" chiese il maresciallo rivolgendosi al nonno con una domanda che rimase senza risposta. Lui difatti, immobile nel letto, la barba lunga, il respiro affannoso, emise soltanto una specie di gemito incomprensibile.
"Sta male, maresciallo, sta proprio male, non parla neanche pi" intervenne tra le lacrime la nonna seduta accanto. Nel frattempo il dottore, ai piedi del letto, serio in viso annuiva.
"Su, su, vedrete che vi rimetterete presto" continu il maresciallo. Il quale, fatta qualche altra domanda all'infermo che non rispose e dopo aver parlottato brevemente col dottore, salut e se ne and dicendo alla mamma: "Venga domattina in caserma, vedremo cosa si pu fare". L'indomani la mamma, con due grosse coppie di pane bianco e una dozzina di uova nella borsa, si rec in caserma dove il maresciallo esord con: "Guardi, signora, che io non sono uno stupido e so benissimo che suo suocero non  affatto malato come vorreste far credere, n tanto meno  in fin di vita. Tuttavia dar credito al certificato del dottore e far il telegramma, anche perch vista la situazione  quasi impossibile che arrivi al comando dove si trova suo marito. Lo faccio soprattutto per lei che  sola, con due ragazzi e due vecchi. Anzi guardi, per farle vedere che il telegramma lo faccio ecco, lo do direttamente a lei: vada alla posta e lo invii personalmente". La mamma, trattenuta dal rispetto che si deve a una divisa, non lo baci come d'istinto avrebbe voluto fare, ma nel confermargli la reale gravit dello stato di salute del suocero, lo ringrazi mille volte e poi: "Non per ripagarlo di quanto ha fatto, ma se lei le accetta vorrei darle queste poche cose che ho portato con me".
"Non  il caso, non  il caso. Sa, nella mia posizione io non posso accettare niente; quello che faccio  dovuto". Poi senza tanto lottare si arrese: "Beh, se proprio insiste. Salga le scale che trova a destra appena uscita dalla caserma e consegni queste cose a mia moglie".
Cos fece e la moglie del maresciallo prese tutto con evidente piacere.
Contro ogni previsione il telegramma arriv in pochi giorni al comando e il babbo, come poi ci raccont, fu chiamato da un ufficiale e da lui apprese allo stesso tempo la notizia triste del padre morente e quella gioiosa che sarebbe stato rimandato a casa per avere la possibilit di rivederlo, forse per l'ultima volta, ancora in vita. Come in pi occasioni ha poi detto una volta a casa, non credette per un solo istante che la cosa fosse vera, ebbe subito e certa la sensazione che si trattasse di uno stratagemma per farlo tornare. Cos, con treni di fortuna inizi il viaggio di ritorno che in una decina di giorni lo riport in Italia. Dopo una lunga quarantena ad Alessandria, fu finalmente a casa e ci narr le vicende drammatiche della ritirata in corso, insieme alle peripezie del suo viaggio. Capimmo interamente la tragedia che stava colpendo i soldati italiani in quelle immense distese ghiacciate. Con una temperatura di quaranta gradi sotto zero, ci diceva il babbo che quel poco di vino che ogni tanto gli davano glielo consegnavano in pezzi che loro rompevano a martellate! I nostri soldati cercavano di resistere alle armate russe sopportando disagi e sofferenze di ogni tipo, ma gi insieme ai tedeschi, avevano iniziato a ritirarsi con i pochi mezzi a disposizione per sfuggire all'accerchiamento dei sovietici. La maggior parte di essi tuttavia, privi di autocarri, dovettero compiere il lungo viaggio a piedi. Il vento ghiacciato della Siberia soffiava con un turbinio di nevischio su quei poveri uomini sprovvisti di qualsiasi
riparo e ad ogni istante era li in agguato il pericolo di congelamento dei piedi e delle mani. Si erano formate lunghe file di disperati che, imbacuccati in qualche coperta per proteggersi alla meglio dal gelo, si trascinavano nella tormenta nel tentativo di avvicinarsi alle zone sicure: chi lungo questo tragico cammino si fermava, era perduto. Il viaggio era lungo e in queste lande desolate rimanevano esposti per giorni e giorni al clima glaciale e agli attacchi dei russi. I tedeschi, nostri alleati, dotati di mezzi di trasporto ben pi efficienti e numerosi, impedivano agli italiani di salire sui loro camion e, quando qualcuno di loro si aggrappava al bordo tentando di montare, veniva pestato sulle mani con gli scarponi o il calcio del fucile. Le donne russe invece aiutavano come potevano i soldati italiani e, quando questi attraversavano un paese, li accoglievano nelle loro povere case, riscaldandoli e offrendo loro qualcosa da mangiare. Com' paradossale questa inversione dei ruoli: l'alleato che osteggia, il nemico che aiuta.
Il babbo, in servizio presso l'ospedale da campo aggregato a un comando tappa, inizi la ritirata su un automezzo. Questo non and molto lontano perch, dopo appena una giornata di viaggio su strade ghiacciate appena tracciate,
nell'attraversare un ponte semidistrutto, cadde nella scarpata e si sfasci. Fortunatamente gli occupanti non si fecero gran male: solo il conducente riport una frattura a un braccio. Alla meglio trovarono posto su un altro veicolo della colonna e dopo qualche giorno arrivarono finalmente a un comando nelle retrovie. Qui, cosa incredibile, gli
comunicarono che c'era un telegramma che lo riguardava. Arriv a casa una sera che faceva gi buio, ma gi prima la notizia del suo ritorno ci raggiunse, portata da un conoscente che in bicicletta lo sorpass ai Violi e lo riconobbe. Chi pu dire la gioia di quei momenti? Ricordo che cenammo dopo tanto tempo insieme e che a tavola, stretti attorno a lui, lo guardavamo ammirati e orgogliosi, ma soprattutto tanto felici perch finalmente era di nuovo con noi.
Rimase a casa una ventina di giorni, poi fu rinviato al suo battaglione, di nuovo di stanza a Bologna.


La fine del fascismo.

Si era ormai all'inizio del 1943.
La scuola stava per finire e con un buon risultato per me, che ero considerato dalla maestra un buon scolaro. Tanto che, insieme alla Liana del Regino fui mandato, unico rappresentante maschile delle scuole elementari del Cintolese, a una specie di concorso riservato ai migliori allievi della provincia che si tenne a Pistoia.
Qui mi ritrovai in una grande sala piena di banchi singoli, cosa insolita per me che ero abituato alle aule della scuola del Cintolese, le quali erano arredate con una decina di panche provviste di un piano per scrivere e su cui si poteva stare in quattro o cinque. Insieme a un gran numero di altri ragazzi, silenziosi e intimiditi come me, provenienti dalle varie parti della provincia, presi posto in uno di questi banchi e iniziai a scrivere il tema. Mi pare che avesse come argomento il risparmio. Nel frattempo alcune persone, penso fossero insegnanti, passavano tra i banchi, anch'esse serie e silenziose come noi. La vastit della sala, il silenzio che la riempiva e quegli uomini che si muovevano lentamente tra i banchi senza fare parola, creavano un'atmosfera cupa di oppressione. Mi sentii sollevato solo quando, dopo qualche ora, finito il tema uscimmo finalmente fuori. Non ricordo cosa scrissi n l'esito di questo concorso. So per certo che,
vuoi come premio per il tema svolto, vuoi a semplice memoria della mia partecipazione, mi fu data una medaglia che per molto tempo esibii con ostentato orgoglio di scolaro.
A fine scuola detti con successo l'esame per il diploma di quinta elementare e mi iscrissi alla prima media che iniziai a frequentare a Monsummano, nelle grandi stanze della Villa Martini e successivamente, quando questa sede fu chiusa, alla Giusti di Montecatini.
La prosecuzione degli studi fu occasione di qualche riflessione in famiglia: allora la scuola dell'obbligo era limitata alle elementari. I miei sapevano benissimo che ci incamminavamo su una via lunga e difficile, che avrebbe comportato rinunce e sacrifici sia da parte loro che da parte mia. Io volevo assolutamente continuare, in ci sostenuto dalla zia Argia che da Roma gi si era pronunciata pi volte in questo senso. Per la verit anche da parte del babbo e della mamma non ci fu opposizione, solo qualche iniziale perplessit presto superata e alla fine furono ben contenti di assecondarmi. Erano consapevoli che avrebbero potuto avere la grande soddisfazione di avere un figlio istruito, cosa non frequente a quei tempi, e l'opportunit di metterlo in condizioni di affrontare la vita con un diploma o una laurea in mano. Allora ci voleva dire avere automaticamente assicurato un buon avvenire. Per chi era in possesso di un certificato di studio superiore non c'erano problemi per trovare un impiego. Tuttavia, imbarcarsi in un'avventura cos impegnativa e, dato il momento, irta di tante
difficolt oltre che di enorme sacrificio per i miei, era anche di incerto risultato per me. Prima di tutto il passaggio dalle elementari alle medie era gi di per s un salto enorme e non facile da superare al primo impatto specialmente per chi, come me, veniva da una scuola periferica. In queste scuole l'insegnamento si limitava agli elementi di base, per lo pi frequentate da ragazzi destinati a finire i loro studi con le elementari. Poi era facilmente prevedibile che gli allarmi aerei, quasi quotidiani che interrompevano di continuo le lezioni, le difficolt incontrate ogni mattina per raggiungere la scuola con una vecchia bicicletta malandata, l'isolamento rispetto agli altri ragazzi, la mancanza di aiuti didattici, avrebbero creato tali e tanti disagi che sarebbe stato molto duro seguire con profitto le lezioni. Una bucatura per la strada, o un guasto alla catena voleva dire perdere le lezioni della giornata, perch per i ritardatari la porta della scuola rimaneva chiusa. La situazione si fece ancor pi difficile quando le camere d'aria e i copertoni divennero introvabili e si dovette ricorrere alle gomme piene che rendevano la bicicletta un veicolo poco maneggevole se non si era dotati di buoni muscoli. N si poteva pensare di chiedere aiuto a qualcuno perch le strade erano pochissimo frequentate e le abitazioni rare. Bisogna ricordare infatti che, andando dal Cintolese a Monsummano, il primo gruppo di case di una certa consistenza si incontrava soltanto alla Vergine dei Pini. Attualmente le abitazioni seguono la strada sui due lati in modo quasi continuo, ma allora le uniche case, quasi isolate, erano quelle dei Violi, poi il
palazzo del Bardi, la frazione della Vergine e infine, ben separato, Monsummano. Per raggiungere Montecatini ci voleva, se tutto andava bene, una mezz'ora. Il peggio veniva quando pioveva per giorni e giorni: in quelle mattine fredde il vento ti sbatteva in faccia una pioggia scrosciante e non potevi aprire l'ombrello. La mamma mi aveva comprato una mantellina impermeabile col cappuccio, ma dal ginocchio in gi non c'era verso di ripararsi e spesso arrivavo a scuola tutto inzuppato; cos i raffreddori erano all'ordine del giorno. In classe, all'inizio, facevo una certa fatica a stare al passo con gli altri e ci mi creava un senso di frustrazione e mi faceva sentire in condizioni di inferiorit. I professori spiegavano e andavano avanti con il programma e io, dopo aver magari saltato qualche lezione per un forte mal di gola, non capivo di cosa stessero parlando.
Ho ancora il ricordo delle prime lezioni di latino. Momenti tristissimi perch, avendo perso per alcuni giorni di malattia le prime spiegazioni del professore, non riuscivo assolutamente a seguirlo; mi ci vollero settimane e tanto studio per raggiungere gli altri. Se a questo si aggiunge la mancanza di un qualsiasi aiuto, le difficolt di avere i libri di testo o di trovare altri libri da consultare, si capisce come in quel periodo seguissi la scuola piuttosto di malavoglia. Gli altri ragazzi della mia classe abitavano lontano e con loro non avevo contatti se non durante le ore di lezione. I miei d'altronde, presi com'erano dai mille problemi quotidiani, non erano assolutamente in grado di darmi una
mano. Il primo trimestre fu necessariamente pessimo, tanto che
pensai anche di cambiare scuola ma non ne feci di niente. Poi, nel corso dell'anno e con l'aiuto di qualche ripetizione, risalii la corrente e riuscii a riprendermi, tanto che alla fine fui promosso in seconda media.
All'inizio del '43 una nuova tragedia ci colp.
Il nonno, il quale dopo la breve malattia che aveva consentito il ritorno del babbo era guarito della sua bronchite, passato qualche mese si ammal di nuovo, questa volta realmente in modo grave, e in pochi giorni ci lasci. Immobile nel letto, con una tosse che non gli dava tregua, il respiro aspro e affannato, mor a ottantuno anni. L'anno prima aveva cacciato la sua ultima lepre e, rammento ancora con quanto orgoglio di vecchio cacciatore, la ostentava tenendola per le zampe a testa in gi mentre, con il fucile in spalla e la sua vecchia giubba alla cacciatora di velluto marrone, compariva sull'aia uscendo dai campi dietro la nostra casa. Il Neno proveniva da una famiglia contadina di Montevettolini, anche se i primi Tesi della nostra famiglia erano probabilmente originari della piana di Pistoia.
Da una mia indagine fatta molti anni dopo presso l'Archivio delle Parrocchie di Pescia, consultando i registri delle nascite di Montevettolini, ho potuto trovare che suo babbo si chiamava Michele e che aveva sposato una Anna Magrini. Michele, nato nel 1816 da Angiolo e Anna Mariotti, fu probabilmente il primo a trasferirsi a Montevettolini, forse perch sua moglie era di quelle parti. Angiolo, a sua volta, aveva
avuto come padre Giuseppe Tesi che, come ho detto, risiedeva nel contado pistoiese, siamo intorno al 1700. Di lui infatti
non v' traccia nei registri di Montevettolini.
Spirito vivo, impulsivo, dalle improvvise fiammate, capace di ricordarsi per anni e anni di un torto subito, ma incapace di farlo ad altri, il Neno era onesto e leale, amante della famiglia e generoso. Nel parlare era solito inframmettere nel discorso le parole: "Santa Madonna", suo personale intercalare che ripeteva a ogni frase senza neanche accorgersene. Per noi nipoti stravedeva e gli piaceva averci con s, fosse al capanno o al lavoro nei campi. A me aveva insegnato ad adoperare la vanga, a seminare le patate, a piantare i pomodori e mi aveva fatto vedere come si prende la mira e si spara col fucile. Fu il mio amico e il mio maestro durante gli anni della mia giovinezza.
 rimasta per me un ricordo bellissimo la scena che si ripeteva ogni anno l'ultimo gioved di carnevale quando all'imbrunire, attorniato da noi ragazzi, lui preparava sull'aia un pupazzo di paglia che poi tutti insieme portavamo in cima al campino per piantarlo in terra e bruciarlo. Risento le grida dei ragazzi intorno al fal: "Per carnevale, ogni scherzo vale". E: "Per berlingaccio, la ciuca  cascata nel motaccio". Frasi che ripetevamo in coro, mentre sulle colline si accendevano qua e l altri fuochi. Dopo la fiammata che guizzava alta e le fumate che improvvisamente per un girar di vento ci investivano, via a corsa nella serata fresca. Quel fuoco, probabile avanzo di antichi riti, voleva significare che il carnevale era finito e
che la quaresima, con le sue rinunce e le sue penitenze, stava per iniziare.
La situazione militare intanto si faceva disastrosa per l'Italia. Nel maggio del 1943 iniziava la resa agli inglesi delle truppe italo-tedesche nel Nord Africa e, ai primi di luglio, gli alleati sbarcavano in Sicilia. Il 24 luglio cadeva il governo di Mussolini, messo in minoranza in una drammatica seduta del gran consiglio: fu la fine del fascismo. Questo regime totalitario che per la colposa acquiescenza del re Vittorio Emanuele III di Savoia si era affermato con angherie, violenze, soprusi e delitti, che per vent'anni aveva dominato il paese conducendolo alla fine nel baratro, con la caduta del suo capo si sfasciava miseramente in una giornata, senza che nessuno dei grandi gerarchi del potere tentasse una seppur minima resistenza. Caduto il capo, tutta la struttura politico statale si sciolse come neve al Sole. Caddero i busti di Mussolini, furono cancellate le scritte inneggianti alla guerra, furono eliminati i simboli del potere, fu festeggiata la riacquistata libert e in tutti si riaccese la speranza di una prossima pace.
Di tutto questo noi venimmo a conoscenza nei giorni successivi perch, nel nostro piccolo paese, pochi furono i cambiamenti che avvertimmo. Tuttavia, che qualcosa era mutato lo capimmo presto dai commenti della gente che ora discuteva liberamente nelle botteghe, al mercato, nelle case. Un segno significativo fu la chiusura del dopolavoro, circolo che poi sarebbe
divenuta la casa del popolo. Una mattina, passando proprio da
l in compagnia di un gruppetto di ragazzi, spinto dalla curiosit anche perch la porta era completamente aperta, salii le scale che portavano al piano superiore per dare un'occhiata alle stanze dell'ex sede del fascio ormai abbandonate. Trovai le porte delle stanze spalancate, i cassetti delle scrivanie aperti, fascicoli e fogli sparsi sul pavimento in un disordine totale, forse dovuto a un intervento dell'ultimo minuto dei fascisti per portar via i documenti pi compromettenti. O forse in conseguenza a ragioni opposte: una irruzione degli antifascisti dopo l'arresto del duce. C'erano qua e l lettere intestate del segretario del fascio indirizzate a varie persone ed enti, lettere che si concludevano immancabilmente con la sigla: "Saluti fascisti". L'uso di quel fascisti abbinato ai saluti mi parve del tutto ridicolo: i saluti hanno anche un colore politico?
In quei giorni immediatamente successivi alla caduta del fascismo, forse il giorno dopo, mi trovai a Montecatini in casa di un compagno di scuola, insieme al quale prendevo qualche lezione di matematica dal professor Sassi. Questi era un uomo alto e allampanato, coi capelli grigi svolazzanti e parlava con un accento bolognese. Teneva spesso sulle ginocchia un bambino di quattro o cinque anni: suo figliolo, che si ostinava a chiamare di continuo con l'appellativo di "ranocchio".
Naturalmente non sapevo niente o quasi di politica, n di guerra, se non quelle poche cose che riguardavano direttamente la mia famiglia. Non mi rendevo ben conto di quello che avevo udito riguardo
a ci che era successo qualche sera prima nella riunione del gran consiglio: l'unica cosa certa per me era che il duce non era pi a capo del governo della nazione. Gli atteggiamenti dei genitori del mio amico, probabilmente di idee politiche vicine al fascismo, mi fecero intuire che questo cambiamento avrebbe avuto conseguenze di grande portata. Parlavano tra loro a voce bassa, l'espressione del viso atteggiato a stupore e preoccupazione, probabilmente chiedendosi che cosa sarebbe successo, ora che il duce era stato arrestato e il fascismo disfatto. Il padre del mio compagno, che di solito mi accoglieva sorridente e con qualche battuta, mi salut appena. Preoccupazioni lecite le loro, perch oltre al risentimento della gente comune contro il fascismo responsabile di una guerra sciagurata che aveva provocato tanti lutti e tante sofferenze, c'erano parecchie persone che avevano dei conti da saldare con alcuni esponenti del fascio locale. Questi si erano macchiati di atti criminosi e di sopraffazioni negli anni di conquista violenta del potere da parte del regime. Forse per i picchiati, i purgati, gli umiliati, gli imprigionati, gli esiliati era arrivato il momento tanto atteso di pareggiare i conti. Era per questo che i fascisti pi compromessi col regime erano preoccupati.
Mio nonno Paris, socialista convinto, segretario della sezione di Cintolese, non avr potuto di certo scordarsi di quella sera quando, di ritorno da un funerale di un compagno di partito di Larciano, fu circondato da un branco di fascisti del posto che, dopo averlo offeso ripetutamente, lo costrinsero - o tentarono di
costringerlo senza riuscirci, non si sa bene - a bere dell'olio di ricino: il sistema crudele che avevano inventato per punire e umiliare gli avversari politici.
N avr potuto dimenticarsi di quella notte in cui un gruppetto di forsennati inizi a picchiare colpi all'uscio della sua casa ai Violi e a chiamarlo a gran voce. Egli si alz dal letto e and ad aprire, mentre la nonna Beppa con i figlioli stretti a s aspettava in camera impietrita dalla paura. Entrarono di prepotenza nella bottega e subito si misero a urlare insulti e ingiurie contro i socialisti - i rossi, come li chiamavano sprezzantemente - e contro la sua persona. Si difendeva con fierezza ma non poteva che opporre una resistenza passiva, preoccupato pi che per s per quanto sarebbe potuto accadere alla moglie e ai figli. Poi coi bastoni picchiarono sui tavoli e sugli scaffali, urlando che avrebbero spaccato tutto. Per fortuna dopo le minacce e i primi tavoli rovesciati, dopo le offese personali e qualche spintone, l'intervento provvidenziale di quello che pareva il capo riusc a riportare alla ragione i due o tre pi scalmanati. "Via ragazzi, lasciamo andare, non  questo il momento. Il Pagnini  un rosso, ma  un galantuomo, per ora basta cos". Lo lasciarono con la minaccia che avrebbero completato l'opera in un'altra occasione.
Neppure avr dimenticato Macianino, un giovane che abitava a Barbadoro, vicino ai Violi, il quale non volle mai piegarsi alle intimidazioni dei fascisti. Racconta la mamma che un giorno del 1920-21, quando le bande fasciste imperversavano, una masnada dei pi agitati circond la casa dove abitava con la
madre, ma che lui, rivoltella in pugno, cominci a sparare un colpo dopo l'altro tenendoli a bada quel tanto che bast per non farsi prendere. Si rifugi per mesi in Padule, avendo solo qualche contatto con i compagni, tra cui il nonno Paris. Mi dice la mamma: "Ogni tanto, di prima notte, si sentiva bussare piano all'uscio di dietro, quello che dava sulla Viaccia. Era lui. Entrava guardingo e subito mi ammoniva: "Non dire a nessuno che sono qui"". Poi chiedeva del nonno Paris e si metteva a parlottare con lui nel buio della cantina. Quando avevano finito, dopo che il nonno per sicurezza aveva dato un'occhiata fuori, usciva nel buio. Riusc poi a lasciare la zona e a raggiungere Genova insieme alla fidanzata. Da qui s'imbarc per il sud America e sembra che non sia tornato pi. Ma Macianino, tra gli antifascisti della zona, rimase una leggenda, la leggenda di uno che non si pieg alle prepotenze e alle intimidazioni.
Ricorda ancora la mamma come B., un noto picchiatore fascista di Monsummano, anche lui costretto durante la grave crisi economica del 1929-30 a emigrare in sud America per ragioni di lavoro, ritorn ben presto in Italia con addosso i segni della rivincita che gli antifascisti si erano presi laggi.
L'affermazione del fascio non era stata indolore e aveva lasciato segni indelebili nel fisico e nella mente di molte persone che ora vedevano arrivare il loro momento di riscatto. Cos in quei giorni che seguirono il 24 luglio 1943 non furono certamente pochi, tra i fascisti pi accesi, quelli che si sentirono mancare il terreno sotto i piedi. Il duce fu arrestato
ma, come affermava il proclama emanato dal generale Badoglio, il nuovo capo del governo: "La guerra a fianco dell'alleato tedesco continua". I tedeschi per, affatto convinti di questo, invasero l'Italia.


I tedeschi.

Dapprima sospettosi e guardinghi, i tedeschi divennero apertamente ostili dopo l'8 settembre, quando fu firmato a Cassibile, in Sicilia, l'armistizio tra gli italiani e gli anglo americani. Le ostilit cessarono del tutto tra italiani e alleati, mentre lo stato di guerra continu tra questi e i tedeschi i quali, naturalmente, non presero bene lo sganciamento dell'Italia, che considerarono un vero e proprio tradimento.
Le cose si erano nel frattempo complicate perch Mussolini, una ventina di giorni dopo il suo arresto, era stato liberato dai tedeschi dalla prigione-albergo di Campo Imperatore sul Gran Sasso, con un'operazione improvvisa che vide anche l'impiego di alianti. Cos, con l'appoggio dei nazisti, egli ricostitu il partito fascista e si mise a capo del governo di una repubblica fantasma: la Repubblica di Sal. Con sede appunto nell'alta Italia, la repubblica ebbe una propria milizia: i repubblichini, come venivano chiamati i suoi aderenti. Di fatto, dipendendo completamente dai tedeschi, divenne uno stato fantoccio con funzioni di puntello alle loro azioni di guerra e di rappresaglia. Tant' che molte azioni anti partigiane venivano condotte in stretta collaborazione tra tedeschi e repubblichini. L'Italia da Roma in gi, liberata dai fascisti e dai tedeschi, era invece sotto il controllo del governo Badoglio, voluto dal re e appoggiato dagli
alleati. Conseguenza di questa tragica situazione, che vedeva l'Italia divisa in due, fu che: da una parte ci dovevamo guardare dagli aerei e dalle cannonate degli alleati i quali, per ostacolare le attivit tedesche, continuavano a bombardare le nostre citt e a colpire fabbriche, stazioni ferroviarie, ponti, insediamenti militari e strade; dall'altra ci trovavamo esposti anche e soprattutto al pericolo che veniva dai militari tedeschi, i quali stavano occupando il nostro paese. Inoltre c'era da tener conto dei fascisti, che per la verit nella nostra zona, dopo la caduta del regime, erano rimasti in pochi e senza alcun potere. Soltanto in casi isolati spalleggiarono i tedeschi nelle loro nefandezze, facendo la spia o collaborando apertamente magari vestendo, come in qualche caso  stato accertato, la divisa militare tedesca. Alcuni dei fascisti pi coinvolti e fedeli al duce raggiunsero il nord per aggregarsi ai repubblichini, anche se la maggior parte cerc di isolarsi e nascondersi abbandonando incarichi e ruoli, oppure con perfetto trasformismo passarono nelle fila degli emergenti partiti antifascisti che stavano riorganizzandosi. Il sentimento antitedesco era forte tra la nostra gente e molte persone che erano apertamente e dichiaratamente fasciste, di fronte al pericolo che veniva ora dai tedeschi, non tardarono a prendere le distanze dal regime che riaffermava i suoi legami con i nazisti, per avvicinarsi a qualche gruppo politico avverso. Dest comunque molta meraviglia, al Cintolese, la notizia che alcune persone assai note, da sempre conosciute come fascisti ferventi, adesso frequentavano organizzazioni politiche avverse le quali,
sebbene in clandestinit, si adoperavano per predisporre una qualche opposizione ai tedeschi.
Con l'8 settembre 1943 l'esercito italiano si dissolse. Nel caos generale ufficiali e soldati semplici abbandonarono i loro posti trovandosi nel dilemma pi assoluto: che fare? Cos molti, specialmente al nord, passarono nelle file partigiane; altri vennero presi dai tedeschi e inviati in Germania; pochi aderirono alla Repubblica di Sal; i pi cercarono di far ritorno alle proprie case. Per i soldati che si trovavano all'estero la scelta fu ancor pi drammatica e in qualche caso dovettero fronteggiare la reazione tedesca che spesso fu spietata.
In questa situazione di sbando generale, anche il babbo lasci Bologna e si diresse a piedi verso casa. Da tempo non ne avevamo pi alcuna notizia ed eravamo molto preoccupati per quello che sentivamo dire in giro: dissoluzione dell'esercito, fuggi fuggi generale, ritorno a casa di molti soldati. Avevamo anche avuto informazioni sul rientro di alcuni compaesani, ma del babbo non sapevamo pi niente. La mamma, agitatissima, non riusciva a spiegarsi il perch di questo silenzio prolungato e, non potendo stare con le mani in mano ad aspettare, inizi un vai e vieni continuo con la stazione di Montecatini: unico punto da tenere sotto controllo, dato che gli autobus allora non c'erano e i cavalli non circolavano pi. Insieme alla zia Tina e qualche volta anche a Walter Iozzelli, futuro sindaco di Monsummano e nostro amico, per ogni treno che arrivava era l a scrutare, uno per uno, i
soldati che scendevano, a chiedere informazioni a qualche militare che conosceva, a domandare di altri treni e di altre provenienze: ma del babbo nessuna traccia. Passarono alcuni giorni di angoscia opprimente, poi una sera lo vedemmo arrivare lungo la stradina di casa. La gioia intensa e la grande felicit di quei momenti ci ripag di giorni e giorni di disperazione. Ci raccont quello che era successo alla notizia dell'armistizio, del panico dei superiori che non sapevano pi cosa fare, dell'abbandono dei soldati a se stessi e dello svuotarsi delle caserme, degli uffici, dei quartieri. Ci narr come, insieme ad altri due commilitoni pistoiesi, fosse riuscito a farsi dare da un soldato di Bologna suo amico qualche indumento civile e a incamminarsi verso Pistoia. Dato che per la drammatica situazione le strade non erano sicure, scelsero di passare per vie secondarie attraverso i boschi dell'Appennino. Raccontava: "Vedevamo la cresta di un monte in lontananza, verso sud e finalmente, dopo ore e ore di cammino lungo stretti sentieri e strade impervie, eccoci arrivati. Giunti li, un'altra montagna ci sbarrava il passo, poi un'altra ancora, e cos di seguito per giorni: pareva di non dover arrivare mai". Gli ci vollero tre o quattro giorni di viaggio ma alla fine arriv, sano e salvo. A noi ragazzi, che non avevamo idea di dove fosse Bologna, sembrava che parlasse di luoghi lontanissimi, e tutta la storia ci appariva avvolta da un alone di mistero.
Da allora in poi la guerra assunse un altro aspetto, adesso arrivava nelle nostre campagne e ci
stringeva d'assedio: da una parte gli alleati, dall'altra i tedeschi. I bombardamenti delle grandi citt del centro e del settentrione si intensificarono e, quasi ogni giorno, formazioni di centinaia di aerei alleati passavano sulle nostre teste in direzione nord. Quel rumore cupo delle fortezze volanti - cos si chiamavano i grandi bombardieri americani - divenne per tutti inconfondibile e, le lunghe scie bianche che solcavano il cielo, assoluta novit per noi, erano diventate un'ossessione, dato che non sapevamo dove gli aerei avrebbero scaricato le loro bombe micidiali. Bastava quel rombo sordo caratteristico per provocare panico tra la gente, che a naso in su osservava preoccupata gli immensi stormi solcare il cielo in formazioni perfette.
La notte in cui bombardarono Pistoia assistemmo al terrificante spettacolo della citt in fiamme dalla finestra sul retro della nostra camera da letto: era il 24 ottobre del '43. Dormivamo da poco quando io e Marcello fummo svegliati dal babbo che spalanc la finestra e ci mostr, assonnati e impauriti, uno spettacolo terribile e affascinante insieme: sopra Belvedere il cielo era illuminato a giorno dai bengala che scendevano lentamente. Di tanto in tanto il loro splendore veniva offuscato da forti bagliori rossastri che guizzavano rapidi incendiando il cielo anche nelle zone pi lontane, l dove il buio ancora dominava. Dei brontoli sordi, simili a tuoni lontani, arrivavano fino a noi in rapida successione. Le colline scure ci impedivano di vedere la pioggia di fuoco sulla citt, ma dal chiarore che si diffondeva nel cielo sopra di esse, dai baleni improvvisi e rapidi e dai rumori sordi e prolungati
che si udivano, si poteva immaginare la tragedia che si stava consumando in quei momenti. Ero talmente preso che la mente era paralizzata. Solo dopo, quando rapidamente tutto fin e fummo di nuovo avvolti dal silenzio della notte, sentii i pensieri risvegliarsi. Ritornato a letto le emozioni e le paure mi invasero completamente. Rimasi a lungo sveglio, prima di riprendere un sonno agitato.
Nei giorni successivi si seppe che erano state colpite la fabbrica metalmeccanica S. Giorgio (ora Breda) e la stazione ferroviaria. Naturalmente furono coinvolte anche molte abitazioni vicine, causando paura e sofferenze indicibili tra la gente che abitava nelle zone colpite.
Per molti anni alcune di queste case hanno portato sull'intonaco della facciata, con i segni delle schegge che le avevano colpite, il ricordo di quel drammatico avvenimento.
Se per le citt gli stormi delle fortezze volanti americane rappresentavano un incubo, per noi in campagna erano pi temibili gli improvvisi raid di qualche caccia che arrivava a volo radente e che, con il fuoco delle mitragliatrici e qualche bomba, portava il terrore e la morte nelle piccole citt e nei paesi. La paura degli aerei e delle cannonate indusse molti a costruirsi dei rifugi sotterranei lontano dai centri abitati. Anche il babbo, insieme a Paolo del Cellini e a Nello Rafanelli, ne scav uno nel ciglione della nostra vigna: lungo una decina di metri, largo circa due, era coperto con tavole di legno e terra per uno spessore
di un buon mezzo metro. Lavorarono per diversi giorni con vanga, zappa, badile, carriola e tanta fatica. Alla fine il rifugio prese forma: una specie di grotta artificiale provvista di due strette aperture agli estremi che poteva contenere, disposte su due file addossate alle pareti, una ventina di persone sedute. La terra estratta veniva mano a mano distesa nel campo, sicch dall'esterno poteva essere individuato soltanto dagli ingressi - comunque ben nascosti - che davano sul viottolo che portava alla casa del Giglioli. Questa specie di fossa coperta divenne il nostro rifugio ogni volta che incombeva qualche pericolo, come un'incursione di aerei da caccia, oppure da qualche proiettile di cannone che arriv negli ultimi tempi della guerra quando gli alleati si attestarono per qualche mese sulle rive dell'Arno, a Fucecchio. Quel buco scavato nel terreno ci dava sicurezza e ci proteggeva, anche se in realt una bomba che fosse caduta li vicino, con tutte quelle persone all'interno, avrebbe sicuramente provocato una strage. Comunque fu usato abbastanza di rado e soltanto in occasione di qualche grave pericolo: allora tutti i vicini si ritrovavano li insieme, uno accanto all'altro. Di giorno questo stare insieme era per noi ragazzi quasi un divertimento, ma di notte il buio creava una atmosfera di ansia e di paura, e se la fioca luce di qualche candela cercava timidamente di rischiarare l'ambiente, in verit non arrivava che a spandere un riflesso smorto sulle facce spaurite dei presenti, silenziosi e assonnati. Alcuni, specialmente i pi piccini, si addormentavano avvolti in una coperta sulle ginocchia della mamma o della nonna; altri
chiacchieravano sottovoce tra di loro; i pi stavano assorti nei propri pensieri, finch la luce del nuovo giorno filtrava all'interno riportando fiducia e rassicurando tutti. Di giorno, ogni tanto, uscivo per sgranchirmi le gambe e rendermi conto di cosa stesse accadendo o, mandato dalla mamma, facevo un salto a casa per prendere qualcosa da mangiare. Quelle erano occasioni in cui tutto passava in secondo piano, anche le cose pi importanti: nessuno pi si interessava della casa o dei campi, mentre prevaleva in ognuno la preoccupazione per l'incolumit propria e dei familiari.
Un pomeriggio, inspiegabilmente, un aereo lasci cadere una bomba nei campi vicini a casa, in direzione della Via del Treppio. Era estate piena e io e Marcello eravamo a fare il bagno nel rio vicino a Meazino. Al vedere gli aerei passare sulle nostre teste, bassissimi, e al sentire poi l'esplosione cos vicina, fuggimmo verso casa con i calzoncini in mano tra i filari di viti e i viottoli in mezzo ai campi. La mamma ci aspettava preoccupata vicino alla buca, come io chiamavo il rifgio, dove tutti si erano rintanati. Entrammo, anche se rimanere immobile l dentro per tempi che sembravano lunghissimi, era un vero supplizio; sicch ogni tanto uscivo e mi arrampicavo su un gelso vicino per controllare da lass quello che avveniva, mentre la mamma mi inseguiva al grido: "Andiamo, vieni dentro. Tu sei la mia disperazione!" Passato un po' di tempo, dato che dopo lo scoppio tutto era tornato tranquillo, uscimmo. Volli andare a vedere dove era caduta la bomba. Passando a corsa attraverso i campi raggiunsi un gruppetto di persone
che stava intorno a un cratere di una decina di metri. La bomba aveva centrato un filare di viti scavando una buca larga e profonda e scagliando tutto intorno tanta terra da formare un grosso bordo rialzato. Tutti commentavano l'accaduto difficile da spiegare, visto che la bomba era caduta in mezzo a un campo. Si disse che l'aeroplano, prima di tornare alla base, avesse voluto liberarsi dell'ordigno che poteva risultare pericoloso al momento dell'atterraggio. Mentre eravamo ancora li a guardare e a commentare, eccoti di nuovo gli aerei sopra di noi: fu un fuggi fuggi generale. Molti si buttarono a terra, altri cercarono riparo sotto qualche albero e un paio di ragazzi si lanciarono nella buca scavata dalla bomba. Risalendo dal cratere portarono su alcune schegge di metallo ancora calde che mostravano con orgoglio ai presenti. Questa volta per fortuna non caddero bombe e quindi, dopo un po', passati gli aeroplani e finiti i commenti, ognuno s'incammin verso casa.
Di tanto in tanto arrivava a sorpresa qualche cannonata sparata dagli alleati dalla zona di Fucecchio, creando scompiglio e paura. Fu proprio uno di questi proiettili che una mattina, all'Uggia, provoc la morte del babbo di Orfeo, che era anche zio della mamma. Se ne parl molto in casa di questo tragico caso ma, nonostante fosse accaduto non molto lontano dalla nostra abitazione - solo pochi chilometri -, per noi ragazzi fu come se riguardasse fatti e persone lontani, dato che non conoscevamo questo parente. Certo non fu cos per i miei genitori che ne rimasero profondamente turbati.
Nei primi tempi cannoneggiamenti come questo da parte degli alleati erano stati abbastanza rari, negli ultimi tempi invece si erano intensificati e le bombe, con il loro sibilo di morte, arrivavano spesso colpendo qua e l, quasi sempre senza un obiettivo apparente. Proprio per questo la gente, ignorando dove sarebbero cadute, si lasciava prendere dal panico fuggendo dalle case e dalle aie. Cercavano scampo in un fossato, riparandosi dietro un ciglio, addossandosi a un muro o imbucandosi dentro a un rifugio.
I maggiori timori per venivano dai tedeschi che ormai avevano occupato tutto il territorio italiano. Il primo tedesco lo vidi ai Violi e fu un incontro vissuto fra curiosit e sospetto. Non paura, perch ancora non sapevamo cosa significasse la loro presenza tra di noi. Entr nella bottega con fare spavaldo ma, nei suoi occhi che lanciavano sguardi ora qua ora l si leggeva l'inquietudine e l'insicurezza. Giovane, alto, biondo, era la tipica figura del germanico. La prima cosa che mi balz agli occhi fu la pistola che esibiva, infilata nella cintola e su cui ogni tanto, forse inconsapevolmente, portava la mano. Non ricordo cosa chiedesse, stette un po' l, poi usc e se ne and su una motocicletta.
In quella primavera del '44 tutto era diventato difficile. Il babbo non lavorava pi perch la Grotta Parlanti era stata chiusa, per cui il nostro sostentamento, non potendo la famiglia contare su altre entrate, era assicurato soltanto da quello che riuscivamo a ricavare dai nostri pochi campi, con l'aggiunta
non trascurabile di quanto si otteneva dai poderi dello zio Raffaello ai Mariani. Fino a che gli avvenimenti lo permisero fu il babbo a seminare il grano, a potare e a dare il rame alle viti e a curare i prodotti dell'orto, dividendo il suo tempo tra la nostra casa e i Mariani. Io lo aiutavo come potevo. Preparare l'acqua ramata per le viti era, per esempio, una mansione che spesso toccava a me. Qualche sera prima, con l'aiuto del babbo, preparavo il bianco: una poltiglia ottenuta spegnendo della calce viva che poi l'indomani scioglievo nell'acqua contenuta in una botte di legno. Dopo aver messo le zolle di solfato di rame in un sacchetto, le immergevo nella soluzione contenuta nella botte. La mattina dopo il rame si era sciolto dando alla soluzione un bel colore verde azzurro. Il mio compito successivo consisteva nel portare nei campi i secchi riempiti di questa soluzione, con cui il babbo, con la macchina per ramare dietro le spalle, irrorava le viti. Era un'operazione indispensabile per evitare che i parassiti attaccassero la vite e danneggiassero l'uva riducendone la produzione e facendo scadere la qualit del vino.
Cento altri erano i piccoli lavori che mi vedevano all'opera e in cui davo una mano al babbo: portavo nei campi le canne tagliate di fresco che servivano di sostegno alle viti, dal salice che cresceva lungo la fossa del campino tagliavo i giunchi per legare le viti al momento della potatura, con la zappa facevo i solchi per la semina delle patate, riempivo i bigonci di bottino che serviva a concimare gli ortaggi e cos via.
La pesca e la caccia erano le altre attivit diciamo collaterali, con cui riuscivamo, seppur molto marginalmente, a integrare i prodotti dei campi per le nostre necessit alimentari. Grazie ad esse spesso potevamo gustare un buon fritto di luccetti o un arrosto di tordi. Proprio per questo arriv come un fulmine a ciel sereno la notizia del decreto emanato dai tedeschi e dalle autorit fasciste che obbligava tutti i detentori alla immediata consegna dei fucili in loro possesso. Il babbo e il nonno Neno erano due cacciatori appassionati, di quelli che stanno ore a parlare di beccaccini, di lepri, di cartucce e di fucili. Il prototipo della categoria era il Pisa, un ometto di mezza et che ho sempre visto calzare i soliti lunghi stivaloni marroni ripiegati alle ginocchia e indossare la solita giacca di velluto alla cacciatora, pure questa di colore marrone. Era la sua divisa che forse portava anche a letto, dato che non la cambiava mai. Il suo regno era il Padule, dove praticamente viveva sia d'inverno che d'estate e dove esercitava la sua passione che era anche il suo lavoro: la caccia e la pesca. Se avevi intenzione di regalare due germani a qualcuno bastava rivolgersi a lui, li potevi avere nel giro di qualche giorno; se volevi mangiare un po' di pesce non avevi che da chiederglielo. Ogni sera col suo barchino andava a mettere le nasse nei fossi che lui ben conosceva e la mattina dopo ne tirava fuori immancabilmente qualche bel luccio o qualche anguilla. Conosciutissimo, era il punto di riferimento per i cacciatori della zona per tutto quello che riguardava il Padule. Il babbo si recava spesso da lui per parlare di caccia
e informarsi sul passo degli uccelli. Quando si incontravano li sentivi ripetere le solite frasi tipicamente cintolesane: "Niente Paolo, stamani neanche un becco, l'anatre non si son sentite". Oppure: "Erano sette o otto marzoli, hanno fatto una passata sul chiaro, poi hanno giro e si son butti vicino alle stampe. Gl'ho lascio andare prima la mancina poi, mentre s'arzavano anche la seonda". O ancora: "Avevo cartucce con pallini del due, ma la rosa era troppo grande, non lavoravano bene". "Di germani neanche l'ombra, ho preso due gambette e un fischione" e cos via. Frasi ricorrenti che facevano parte del gioco.
Se al nonno piaceva soprattutto la caccia alla lepre il babbo, oltre il capanno che frequentava in primavera e autunno, d'inverno preferiva il cesto in Padule: una specie di laghetto, chiamato il chiaro, con in mezzo una botte di legno nascosta tra le cannelle in cui il cacciatore si apposta. Si alzava la mattina che era ancora buio e stivaloni ai piedi, cartucciera in vita, fucile in spalla e sacco con i richiami sul portapacchi della bicicletta, via verso la capanna del Pisa. Con il barchino poi attraversava il canale e lungo i fossi raggiungeva il cesto. Legava le anatre alle cordicelle, che fungevano da richiami, sistemava le stampe, figure di legno o sughero a forma di anatre e si infilava dentro la botte in attesa che arrivassero gli uccelli. Qui, in assoluto silenzio e nell'immobilit, mentre il cielo schiariva e la vita nel Padule si risvegliava, aspettava nel freddo del mattino di sentire un fruscio d'ali o il verso di un'anatra selvatica. Era sempre stato un mio sogno quello di andare con lui una
mattina al cesto, ma mi fu sempre detto di no: "Sei troppo piccolo, e poi fa freddo l, in mezzo al chiaro la mattina. Vedremo pi in qua, quando sarai pi grande". Avevo assistito a tante e tante conversazioni tra cacciatori che del cesto avevo imparato tutto anch'io. Lui, il babbo, non vi rinunciava mai, sia che piovesse a dirotto sia che il gelo gli mozzasse
il naso. Dal letto lo sentivo armeggiare gi in cucina la
mattina presto, prepararsi la colazione e prendere le sue cose che la sera aveva accuratamente predisposto sul tavolo. Seguendolo con l'orecchio indovinavo tutte le sue mosse: ora taglia il pane per la colazione, ora stacca
il fucile dal muro, ora sistema le stampe nel sacco, ora mette fuori la bicicletta... Un leggero colpetto della porta che si chiudeva, un cigolio dei pedali, e poi di nuovo il silenzio. Era una passione vissuta con tutta l'anima e non tralasciava una battuta tanto che, se era il periodo del passo, pur di non perdere un'occasione propizia, era capace di alzarsi alle quattro, rimanere al cesto due o tre ore ed essere di ritorno a casa alle otto per il suo solito impegno di lavoro. Le stampe, indispensabili accessori, se le faceva da solo ed era bravissimo nel mettere insieme i pezzi per raffigurare delle anatre posate sull'acqua: per il corpo usava una grossa pigna e per il collo e la testa un pezzo di legno sagomato a becco; il tutto tinto con una mano di vernice nera.
Anche le cartucce che usava erano opera sua. Tutto si svolgeva secondo un rituale ben preciso, sempre uguale. Prima disponeva sul tavolo di cucina tutto l'occorrente: i bossoli che di solito riciclava dalle
cartucce gi usate, le scatole di cartone contenenti i pallini di varia dimensione, i contenitori di latta con le polveri da sparo, i fiammiferi per l'innesco che d fuoco alle polveri nelle loro scatolette rotonde di color rosso, i feltri di varia misura per dividere il piombo dalla polvere; poi le bilancine per pesare le dosi di polvere, il bastoncino di legno per spingere i feltri nel bossolo e, infine, la macchinetta per arrotondarne l'orlo e quella per applicare il fiammifero nell'apposito foro del fondo. Seduto accanto lo seguivo affascinato e gli davo una mano porgendogli ora il bossolo, ora il fiammifero, ora il feltro. Faceva tutto con grande meticolosit seguendo regole precise, consapevole che da una corretta esecuzione dipendeva non solo l'efficacia dello sparo, ma anche che non accadesse una tragedia: l'esplosione del fucile. Vero problema era quello di entrare in possesso degli ingredienti. Erano diventati rarissimi e se si trovavano, come accadeva ormai per il pane, l'olio, lo zucchero, gli indumenti e tante altre cose di uso corrente, era solo al mercato nero. In questo anch'io feci la mia parte.
Era infatti in classe con me, vicino di banco, il figlio di un noto proprietario di un negozio di armi di Montecatini, con il quale avevo fatto un patto: io gli passavo il compito di matematica e lui mi portava una scatola di polvere o di inneschi, che chiamavano fiammiferi, o di feltri. Quando a mio padre consegnai la prima scatola di fiammiferi gli brillarono gli occhi dalla gioia, ma fu un istante perch subito dopo, incuriosito e preoccupato, mi chiese come li avevo avuti;
tant' che, conosciutane la provenienza, alla seconda volta mi
disse di non portare pi niente perch non ne aveva bisogno. E pensare invece che per lui era manna dal cielo! Capii che lo faceva per non mettermi nei guai, nel caso si fosse scoperto il gioco. Da allora in poi il mio compagno copi ancora il compito, ma lo fece gratis.
La denuncia del possesso dei fucili fatta obbligatoriamente qualche anno prima ai carabinieri, come risultava dalla copia che mio padre conservava, riguardava genericamente una doppietta calibro dodici e un fucile calibro sedici (il fucilino, come io lo chiamavo); per cui il babbo, d'intesa col nonno, si dette da fare per limitare i danni: doveva trovare un vecchio fucile del dodici da sostituire al nostro. Fu infatti uno schioppo antidiluviano acquistato per poche lire che, insieme al pi piccolo sedici, fu portato ai carabinieri a seguito dell'ordinanza di consegna. Con questo stratagemma, che in qualche misura mitig il grosso dispiacere di perdere il sedici, mantennero il possesso di un ottimo fucile, loro utile non solo per assicurare alla famiglia qualche preda di caccia, ma anche, visti i tempi, per poter disporre in caso di estrema necessit di un'arma di difesa. La perdita del fucilino fu per un grosso dispiacere per me, dato che era proprio con quello che avevo fatti i primi spari, mirando a una canna di un filare di vite o a un bossolo di cartuccia lanciato in aria dal nonno.
La vita della nostra piccola comunit scorreva tra sussulti di vario genere, scandita non tanto dai grandi eventi che accadevano nei vari teatri di guerra,
quanto dalle piccole cose quotidiane che si consumavano intorno a noi e che in qualche misura ci coinvolgevano sempre. Sia che riguardassero avvenimenti legati alla guerra, come la morte del fidanzato della Paolina del Cellini, disperso in fondo al mare col suo sommergibile o quella dello zio della mamma ucciso da una cannonata; sia che si riferissero a fatti di vita comune, come la decisione della zia Argia di farsi suora o quella di Alfredo R. di continuare gli studi entrando in seminario a Pescia. Ricordo che fece discutere molto la scelta del nonno Paris di prendere in gestione il circolo, e anche il trasferimento in Padule dello zio Alfrisio con la sua famiglia per sfuggire ai tedeschi non fu in principio ben accolto dai nonni Pagnini, i quali invece rimasero nella loro casa di Cintolese.
Fra i vari eventi che accaddero la decisione di Alfredo mi colp profondamente. Questo perch, pur non frequentandoci molto, eravamo tuttavia buoni amici e le sue idee e i suoi propositi mi erano abbastanza familiari: non riuscivo proprio a capacitarmi della sua scelta. Alfredo era pi grande di me di tre o quattro anni e i nostri contatti, pur essendo noi vicini di casa, erano piuttosto saltuari: si sa, i ragazzi tendono a far gruppo con quelli della loro stessa et. Era stato lui a farmi conoscere i primi giornalini: con lui a volte fantasticavo delle avventure de l'Uomo Mascherato e di Flash Gordon. Con lui ogni tanto mi ritrovavo per parlare della scuola, delle nostre preferenze in fatto di amici e dei
nostri progetti per il futuro, e a lui guardavo in fondo come
a un modello. Per cui tutto sommato l'ho conosciuto abbastanza bene per poter affermare che questa scelta non era stata sua, ma che probabilmente gli era stata imposta dalla famiglia. Lui amava la scuola e voleva continuare a studiare, ma in quei tempi le risorse non consentivano, generalmente, di sottrarre il guadagno di una persona al reddito della famiglia. Comunque studiare costava per cui, in casa R. di tradizioni contadine, si cerc di ottenere lo stesso risultato con il minimo sacrificio economico. Il seminario costava poco, ci si poteva istruire e se ne usciva di solito preti, anche se non fu questo il suo caso perch, dopo qualche anno, si spret, cio abbandon il seminario poco prima di prendere i voti. Allora essere prete voleva dire avere assicurati almeno il pane e il rispetto della gente. Il che non era poco.
La guerra, com' immaginabile, ci costringeva a tirare la cinghia, essendo spariti dalla circolazione oltre che i generi alimentari di prima necessit, anche tutte quegli oggetti comunque necessari per condurre una vita appena accettabile. Il pane, l'olio, il sale si compravano solo di contrabbando a prezzi incredibili; il caff era introvabile e al suo posto si usava l'orzo, che veniva tostato in un apposito recipiente cilindrico di metallo fatto girare sopra i tizzoni del focolare. Una volta tostati, i chicchi d'orzo, venivano ridotti in polvere col macinino da caff, una curiosa scatoletta di legno munita nella parte superiore di un manico, girando il quale i chicchi si frantumavano e la polvere cadeva in un cassettino, da dove si
raccoglieva per fare quella bevanda che ostinatamente la gente continuava a chiamare caff. La bicicletta, il mezzo comunemente usato per spostarsi, aveva raggiunto prezzi altissimi e la gente, non potendo permettersi di comprarne una nuova - che comunque era quasi impossibile trovare - ricorreva ai pezzi di ricambio ricavandoli da vecchie bici ormai inservibili. Le gomme non potevano essere riciclate e trovarne di nuove, oltre che difficile, era anche costosissimo; erano insomma diventate anch'esse roba da ricchi. Cos, al posto delle camere d'aria e dei copertoni, molti adoperavano tubi di gomma pieni, facili da trovare per poche lire e che, per, rendevano l'uso della bici faticosissimo.
Poich c'era l'oscuramento e col buio non si poteva accendere il fanale, n tanto meno le luci in casa se non dopo aver chiuso le imposte e gli scuri, viaggiare in bicicletta di notte era diventato estremamente complicato e pericoloso. Ne seppero qualcosa Paolo del Cellini e il babbo che una sera di gran buio, venendo in bicicletta da direzioni opposte, si scontrarono frontalmente sulla stradina che porta dalla provinciale a casa nostra. Questa via, abbastanza stretta, era contornata da due fosse laterali e ricoperta d'erba, salvo una specie di viottolo centrale che costituiva, pulito e levigato com'era, il percorso obbligato per le biciclette; di conseguenza, in quelle condizioni di oscurit completa lo scontro fu inevitabile. "Oddio, tu m'hai ammazzo!" grid Paolo alla volta dello sconosciuto, mentre tutti e due finivano a gambe all'aria nell'oscurit pi totale. Nessuno dei due
naturalmente mor n riport ferite di una certa importanza, ma Paolo tenne una mano fasciata per un bel po' di tempo.
La vita era diventata difficile, ma non era cessata in noi ragazzi la voglia di divertirsi, specialmente fuori all'aria aperta nei prati o in Padule, e non si perdeva occasione per combinarne qualcuna a spese dei vicini. L'Armida del Rafanelli, ad esempio, era una tra i soggetti preferiti delle nostre birbonate. Anziana, si alzava la mattina presto e andava far l'erba o qualche lavoretto nei campi, per cui era naturale che quasi sempre, dopo aver mangiato, mani incrociate sul petto, si addormentasse sulla sedia. Quando la testa cominciava a caderle gi, segno evidente che aveva preso sonno, attenti a ogni suo movimento, tiravamo fuori un pezzetto di aglio o di cipolla preparato in anticipo, lo spiaccicavamo fra le dita e poi glielo mettevamo sotto il naso. Dopo un po' arricciava il naso, muoveva le labbra, biascicava e faceva smorfie con la bocca: era il momento di nascondersi. Piano piano ci allontanavamo mentre si svegliava, apriva gli occhi a met, si guardava intorno senza muovere la testa e, non vedendo nessuno, richiudeva gli occhi e si riaddormentava. Cautamente ci avvicinavamo di nuovo e ripetevamo lo scherzo. Al secondo o al terzo risveglio, seppur confusamente, cominciava a realizzare cosa stava accadendo e a immaginarne i responsabili, allora imprecava contro di noi che, ben nascosti, ce la ridevamo.
Ma non sempre i nostri scherzi erano cos innocui. Una sera, a
veglia dai Rafanelli, stavamo al camino davanti al fuoco; tra la cenere c'erano rimasti soltanto dei tizzoni, residui della legna che era servita a scaldare la cena. Io e Marcello avevamo portato con noi, nascoste in tasca, alcune pallottole di pistola e fucile trovate in giro; era cosa comune in quei tempi rinvenire per terra proiettili di vario tipo e grandezza lasciate cadere dai soldati. Vicino al fuoco l'Armida, tra un pisolino e l'altro, con ago e filo, rammendava dei calzini; Nello, suo figliolo maggiore, dormicchiava su una sedia; la Giulia, sua moglie, era intenta a lavare i piatti. Senza farcene accorgere gettammo tra la cenere e i carboni accesi una manciata di quelle pallottole. Aspettammo e aspettammo. Non succedeva niente. Cercammo di tirare in lungo chiacchierando di questo e di quello tra noi e con Torello, il figlio di Nello che era seduto accanto, tra lunghe pause di silenzio sovrastate dal rumore delle stoviglie maneggiate dalla Giulia e dal respiro pesante dell'Armida. Aspettammo ancora certi che prima o poi qualcosa sarebbe successo. Infatti a un certo momento qualcosa successe: uno scoppio secco, improvviso, proprio in un momento di silenzio, risuon come una cannonata gettando lo scompiglio tra i presenti. Svegliandosi d'improvviso dal dormiveglia Nello fece un salto sulla seggiola e si mise a gridare: "Che succede? Che succede?" Torello, seduto accanto a noi, cerc di allontanarsi precipitosamente ma inciamp nella seggiola e ruzzol a terra; l'Armida lasci cadere ago e filo e tutta agitata cominci a urlare: "Oddio ci ammazzano, ci ammazzano". Nello stesso istante
si sent un rumore di qualcosa che si rompeva: era un bicchiere sfuggito di mano alla Giulia. Ci fu un attimo di panico e di disorientamento e nessuno, tranne noi ovviamente, si rese conto sul momento di cosa stesse accadendo. Tutti ci allontanammo dal fuoco poi, il volto stravolto e lo sguardo ansioso dei padroni di casa si rivolsero verso di noi. In quello stesso istante un'altra esplosione, seguita subito dopo da una terza, sconvolse il fuoco e disperse i tizzoni lanciando cenere e lapilli nella stanza. Nello e gli altri corsero verso la porta, l'aprirono e uscirono precipitosamente; poi si fermarono e si voltarono a guardarci. Cominciavano a intuire la verit. Naturalmente cercammo di allontanare da noi i loro sospetti dicendo che tutto quel pandemonio era accaduto non per nostra volont, ci giustificammo cercando di far loro capire che probabilmente alcune pallottole che avevamo in tasca erano inavvertitamente cadute nel fuoco. Fu comunque un brutto momento per noi che dovemmo subire la dura - e giusta - lavata di capo della mamma e del babbo. Ma questa non fu la sola birbonata temeraria concertata tra me e Marcello.
Avevamo trovato delle micce di innesco per i proiettili di mitragliatrice e le usavamo per provocare piccole esplosioni racchiudendole in una buca sottoterra. Erano una specie di spaghettoni lunghi una trentina di centimetri: noi li riducevamo a pezzetti e poi gli davamo fuoco. Un giorno eravamo lungo l'argine del fosso dello Scolo e cercavamo di far prendere fuoco a queste polveri. Essendo all'inizio resistenti a incendiarsi, pensammo che l'operazione sarebbe riuscita
meglio se avessimo mischiato alle micce della polvere da sparo Sipe, che il babbo adoperava per fare le cartucce da caccia. Marcello corse a prendere la scatoletta di polvere che il babbo, insieme alle altre cose per la caccia, teneva gelosamente custodita in una cassetta di legno; quindi versai
un mucchietto di questa polvere all'esterno della cavit in
cui era chiusa la miccia e proseguii formando con essa una striscia continua allineata sul terreno. Preso un fiammifero l'accesi e l'avvicinai alla polvere: non ve lo avevo ancora accostato che una fiammata violenta mi invest. Sentii un dolore cocente al viso e alle mani mentre un odore acre di polvere da sparo e di capelli bruciati mi avvolgeva. Come vidi poi guardandomi allo specchio, le sopracciglia erano quasi sparite e quello che rimaneva del ciuffo di capelli sopra la fronte aveva preso uno strano colore giallastro. Insomma: le sopracciglia e i capelli erano completamente strinati e una parte del viso e la mano destra apparivano arrossate e mi facevano male. La pelle non si ustion troppo ma il bruciore, specialmente alla mano, dur a lungo, e nel pomeriggio, mentre si giocava a carte sul marciapiede del Cellini, lo alleviavo immergendo di tanto in tanto la mano destra nell'acqua fresca con cui avevo riempito un elmetto tedesco che tenevo accanto.
Pi tardi, quando arrivarono gli alleati, inventammo una variazione al gioco: il lancio delle micce. Gli americani vicino al palazzo del Bardi avevano ammassato lungo la strada mucchi e mucchi di proiettili di cannone, alternandoli ad
altri cumuli di polvere da sparo che, in forma di bastoncini, era racchiusa dentro sacchetti contenuti in cassette cilindriche di metallo. Di nascosto arrivavamo alla strada passando dai campi, in un battibaleno afferravamo qualcuno di questi sacchetti e via tra il granturco. I bastoncini di polvere, color nero, elastici e lunghi circa cinquanta centimetri, erano cavi e terminavano con un foro alle due estremit. Il gioco che avevamo inventato era affascinante quanto pericoloso. Mettevamo una di queste micce in terra davanti a noi, gli davamo fuoco all'estremit anteriore e poi mettevamo la punta della scarpa sull'altra estremit, premendo forte per chiudere il foro posteriore. In questo modo i gas che si formavano con la combustione, assai lenta, rimanevano intrappolati all'interno del canale che l'attraversava producendo una forte pressione. Quando dopo una manciata di secondi - il pi tardi possibile - sollevavamo il piede, la pressione trovava improvviso sfogo dall'estremit posteriore e la miccia, per reazione, partiva come un razzo sollevandosi in aria e compiendo tragitti di venti o anche trenta metri. Da veri incoscienti, ci rendemmo conto della pericolosit di questo gioco solo quando una di queste micce, dopo un volo a zig zag che non finiva mai, and a infilarsi in un mucchio di paglia li sull'aia. Fortuna volle che fosse in casa Nello Rafanelli il quale, correndo alle nostre grida, si precipit a spegnere il principio d'incendio. Ci spaventammo a morte, anche per la sfuriata di Nello che minacci di dire tutto ai
nostri genitori. Non ci provammo pi anche perch, di li a poco, i proiettili e la polvere da sparo scomparvero dalla strada, portati dagli americani in altri luoghi per le necessit della guerra.


Sfollati.

Erano i primi mesi dell'estate '44 e avevo tredici anni. Ufficialmente la scuola era finita da poco, ma gi da tempo le difficolt della guerra avevano condizionato irrimediabilmente la possibilit di frequentarla. In effetti, quella di quegli ultimi mesi, era stata solo una parvenza di scuola ed era continuata alla meglio tra disagi e complicazioni di ogni genere, finch negli ultimi tempi era stata chiusa. Cos rimasi in seconda media, classe che avevo iniziato ma non finito.
Gli avvenimenti intanto stavano precipitando. Gli alleati avevano raggiunto il Valdarno e intorno al 20 di luglio si erano attestati sulla riva sinistra dell'Arno, in prossimit di Fucecchio. Tutti si aspettavano che, finalmente, sarebbero arrivati in pochi giorni anche da noi per proseguire verso il nord. Invece non fu cos. Per qualche mese consolidarono la linea dell'Arno e rimasero sul posto, lasciando la parte nord del territorio toscano, oltre il fiume, in balia dei tedeschi. Noi, gi da tempo, avevamo capito che la situazione stava volgendo al peggio dalle lunghe file di automezzi e di truppe tedesche che da qualche settimana scendevano lungo la strada provinciale in direzione sud. Ci poteva significare una cosa sola: i tedeschi si sarebbero stanziati qui, sulle nostre terre, con tutte le conseguenze che l'avere in casa un
esercito ostile avrebbe comportato e gli effetti di questa occupazione furono presto sotto gli occhi di tutti. I campi furono praticamente abbandonati e il grano rimase in piedi nonostante fosse ormai maturo e pronto per la raccolta; se poi in qualche caso isolato fu mietuto, i covoni rimasero ammucchiati nei campi perch non fu possibile batterli. Inoltre, le viti che avevano gi lunghi tralci e grappoli ben formati, privi del normale trattamento e abbandonati all'incuria, si sarebbero presto guastate e l'uva sciupata irrimediabilmente. I nazisti, come temuto, si andarono rapidamente insediando nei paesi, sequestrarono le ville, si installarono nelle scuole, occuparono gli edifici pubblici e infine invasero le campagne. Nell'albergo della Grotta Giusti si era insediato il comando generale di Kesserling e nella Villa Poggi Banchieri di Castel-martini il comando radiotelegrafisti.
Adesso che tutto il territorio era sotto il loro controllo, le truppe tedesche non avevano riguardo per niente e per nessuno: irrompevano nelle case, nelle stalle, nei fienili, portavano via le bestie, prendevano tutto quello che trovavano da mangiare, rubavano oggetti, minacciavano con le armi, seminavano il terrore ovunque. Arrivavano improvvisamente a piedi oppure con una moto o una camionetta e, col fucile spianato, intimavano alla gente di consegnare quello che avevano: uova, pane, prosciutto, vino. Ai contadini ordinavano di consegnare subito le mucche o il maiale che, a piedi o con un camion, venivano condotti via talvolta per essere immediatamente macellati, talaltra per essere convogliati in
un centro di raccolta. I contadini si difendevano nell'unico modo possibile contro queste ruberie: nascondendo i loro averi. Gli animali erano tenuti nei campi in mezzo alla saggina o al granturco, oppure erano portati tra le cannelle del Padule; mentre gli oggetti di un certo pregio venivano riposti tra la paglia dei fienili e qualche fucile da caccia era sotterrato, ben protetto, in una buca.
Una sera il babbo torn a casa disperato: un tedesco, cos gli rifer qualcuno che aveva visto, gli aveva rubato la bicicletta davanti al circolo del Cintolese, dove l'aveva momentaneamente lasciata. Non era che una bici vecchiotta, ma per il babbo rappresentava l'unico mezzo per spostarsi. Non sapeva cosa fare. Gli venne poi in mente di rivolgersi a Dino del G.: amico da sempre, ben introdotto negli ambienti del fascio locale, uomo onesto e stimato. Forse lui avrebbe saputo a chi rivolgersi per cercare di recuperarla. Il giorno dopo la bicicletta era di nuovo in mano al babbo. Raccont poi Dino che era andato al comando tedesco lamentando di essere stato lui stesso derubato della bicicletta, aveva quindi ottenuto di essere accompagnato in un cortile dove erano ammucchiate diverse bici. Tra queste, seguendo le indicazioni del babbo, aveva facilmente individuato la nostra, che gli era stata infine restituita. Il babbo gli fu sempre riconoscente per questo, anche in considerazione del pericolo che aveva corso perch i tedeschi, affatto teneri verso gli italiani in genere, talvolta non lo erano nemmeno verso i loro alleati fascisti. Dopo le razzie di animali e di cose cominci anche
il rastrellamento degli uomini i quali, una volta presi, venivano immediatamente inquadrati nella TODT: organizzazione paramilitare tedesca che stava predisponendo, sui primi contrafforti appenninici, le opere militari di difesa lungo quella che fu chiamata Linea Gotica. Questa linea avrebbe dovuto costituire appunto una linea di blocco all'avanzata anglo americana. In realt non fu cos. Gli uomini, in pratica tutte le persone valide sopra i sedici anni, che venivano presi dai tedeschi o dai collaborazionisti italiani, che gli facevano da supporto, erano inseriti in queste organizzazioni paramilitari e assegnati a determinate mansioni che, generalmente, concernevano la preparazione di opere di difesa, come questa che i tedeschi stavano appunto allestendo nei paesi montani sopra Pistoia.
Non tutti coloro che venivano catturati finivano ai lavori. Se venivano presi degli avversari politici o degli ebrei, allora questi erano mandati in qualche campo di concentramento in Germania. Da qui la maggior parte non torn pi. Se poi qualcuno veniva trovato in possesso di armi o era ritenuto responsabile di un atto ostile contro i soldati, era considerato un partigiano e di conseguenza ucciso. I renitenti alla leva repubblichina erano imprigionati dai fascisti in attesa del processo o consegnati ai tedeschi per essere avviati in Germania.
Le famiglie vivevano quindi nel terrore di vedersi portar via di nuovo i propri uomini i quali, dopo essere riusciti a tornare sani e salvi dalla guerra qualche mese prima, si erano magari illusi che il peggio
fosse passato. Si avviava invece, per ogni famiglia, un duro periodo di incertezze, di tormenti e di paure, ombre nere che si diffondevano di casa in casa a ogni notizia della cattura di un vicino. Ogni uomo, dal giovane all'anziano, cercava un modo per sfuggire ai tedeschi: chi si rifugiava da qualche parente sulle colline, chi trovava ricovero in una capanna del Padule, chi rimaneva a casa passando la maggior parte del suo tempo accovacciato in un nascondiglio tra i campi.
Ai primi di luglio si sparse la notizia che era stato ucciso un tedesco in una casa del Fossetto: uno della famiglia dei Romani aveva cercato di difendere una nipote dall'aggressione da parte di tre soldati e nella lite che ne era seguita ne aveva ucciso uno. Si seppe poi che un ufficiale tedesco, in compagnia di altri due commilitoni, era andato una sera a cena da Sereno Romani, la cui famiglia il militare frequentava da qualche giorno, imponendo la sua presenza, a cui naturalmente era impossibile opporsi. Dopo aver mangiato e bevuto i tre, ormai alticci, avevano iniziato a importunare una figlia di Sereno e volevano costringerla ad andare in camera con loro. Lo zio Ugo, presente alla scena, nel tentativo di difendere la giovane, impugn il primo attrezzo agricolo che riusc ad afferrare e, seppur ferito dalla reazione dei tre, colp l'ufficiale. Gli altri due allora portarono via il graduato, che mor poco dopo, e dettero immediatamente l'allarme. La reazione tedesca non si fece attendere: i nazisti arrivarono in forze dai Romani, presero Sereno, l'unico rimasto in casa -
gli altri dopo il tragico fatto erano fuggiti via - lo pestarono a sangue e poi lo impiccarono nel granaio. Infine dettero fuoco alle capanne vicine.
Questo non era che uno dei tanti episodi di rappresaglia dei tedeschi che avvenivano nella zona e si capisce come la gente adesso non solo fosse preoccupata per i propri averi, ma cominciasse a temere anche per la propria incolumit. D'altronde voci di altri episodi del genere circolavano sempre pi insistentemente. Si parlava di uccisioni di innocenti avvenute in varie localit della zona: a Ponte Buggianese, nel pesciatino, nei dintorni di Fucecchio.
Cos, per sfuggire alle aggressioni, alle prepotenze e alle ruberie dei militari nazisti, molte famiglie presero la decisione di lasciare le loro case per trasferirsi in qualche altro luogo pi sicuro. Quelli che abitavano nella zona adiacente il Padule: Cintolese, Castelmartini, Uggia, Fossetto ecc., trovarono rifugio proprio li, nel posto che sembrava il pi adatto a proteggerli, lontano dalle strade e dai centri abitati, ricco di fossi che si intrecciavano, coperto di sarello e di cannelle a perdita d'occhio. Qui con il caldo e la bella stagione non c'era bisogno di una casa, bastava una capanna o un casotto dove rifugiarsi, fintanto che la situazione non fosse cambiata. Fu proprio per questo che anche lo zio Alfrisio con la sua famiglia cercarono rifugio in un casotto della Bassa.
Chi abitava nella zona pi a nord cercava invece di allontanarsi dai paesi e dalla strada provinciale, trovando ospitalit presso parenti o conoscenti che risiedevano verso il Pozzarello, Montevettolini e
Monsummano Alto.
Anche noi, resi insicuri e impauriti per quanto accadeva nei dintorni, decidemmo di lasciare la nostra casa e sfollammo da Sergio Giacomelli, detto Seggio: un anziano contadino parente della nonna Beppa che abitava in aperta campagna poco prima del Pozzarello. Ci sistemammo in una specie di vecchia cantina, chiamata il ritrecino perch un tempo quelle vecchie mura avevano ospitato un mulino. Vi trovammo numerose altre persone che occupavano parte di questo stanzone buio e umido. Ci sistemammo da una parte, usando come letti dei pagliericci ricoperti da tela di balla e vecchie coperte.
Il nonno Paris invece rimase in paese, in quel periodo aveva in gestione il circolo del Cintolese. Per tirare a campare bisognava pur fare qualcosa e lui, dopo averci pensato a lungo, si era convinto che per assicurare alla famiglia il pane quotidiano aveva il dovere di sopportare qualche sacrificio - non solo per l'et - per cui alla fine aveva accettato di prendere in gestione il circolo del Cintolese. Ho parlato di sacrificio perch questa decisione gli cost sicuramente un lungo travaglio. L'offerta della gestione veniva infatti da quella parte politica che lui aveva sempre avversato, cio dai repubblichini, eredi naturali dei fascisti anche se, con la nascita della Repubblica di Sal il fascismo sembrava aver assunto nuovi connotati politici, ritornando alle origini socialiste. In fondo non si trattava di fare scelte politiche ma di gestire un circolo. "Alle mie idee non rinuncer mai" diceva con forza. D'altronde erano tempi duri ed era difficile dire
di no quando c'era in gioco la sopravvivenza tua e della famiglia. Della guerra e dei tedeschi non aveva paura, diceva che per i vecchi non c'era pericolo e che se doveva succedere qualcosa preferiva accadesse mentre era nel suo letto. Anche la nonna Beppa e la zia Tina rimasero all'inizio insieme al nonno, ma pi tardi preferirono allontanarsi dal paese e vennero anch'esse a stare da Seggio. Portarono un po' delle loro cose e si sistemarono vicino a noi. Rimanevamo li per giornate intere anche se ogni tanto avevamo bisogno di tornare a casa, dove praticamente avevamo lasciato tutto. La nonna e la zia qualche volta ci accompagnavano per fare una visita al nonno Paris.
Il nonno Pagnini aveva animo da poeta. Racconta la mamma che, come era solito avvenire a quei tempi tra rimatori, occasionalmente lui si misurava con un competitore suo pari nel cantare di poesia, rispondendo a braccio con rime improvvisate alle ottave, cio ai versi, di quello. Era un idealista, un sognatore: su un vecchio quaderno che custodiva gelosamente scriveva di socialismo, di uguaglianza e di libert. Peccava certamente di ingenuit: per lui non c'erano persone veramente e intenzionalmente cattive e di ogni cosa vedeva sempre il lato buono. In quei momenti difficili ognuno si arrangiava come poteva per tirare avanti e lui trov un modo singolare, per arrotondare le sue magre entrate, sfruttando il vizio del fumo che molti avevano e a cui non sapevano rinunciare. Siccome non si trovavano pi sigarette n
tabacco per farsele, infatti i pi abitualmente si facevano da s le sigarette avvolgendo il tabacco nelle apposite cartine, lui aveva inventato nuovi ingredienti da fumare. Semplicemente sostituiva il tabacco con vegetali di diversa natura: foglie di girasole secche, corteccia di vite, foglie di fico ecc. Tritava il tutto finemente e poi, distesolo su un canovaccio umido, lo mescolava con un po' di tabacco vero che trovava chi sa dove, in parte anche riciclando quello dei mozziconi che metteva da parte. Per fare le sigarette usava una macchinetta speciale che credo avesse fatto costruire lui stesso. Era un marchingegno formato da una base di legno, su cui era montato un pezzetto di tela che si avvolgeva ruotando su due perni: si metteva una adeguata dose di tabacco dentro la tela, si infilava una cartina in una fessura e poi si girava agendo sui rulli con le dita, infine un filo di colla ed ecco sfornata la sigaretta. Aveva chiamato la nuova specialit Raven: in realt, per imitazione con una marca di sigarette americane, avrebbe dovuto chiamarsi Craven, ma la c nello stampino con cui imprimeva il nome sulle cartine, fatto non so da chi, non era venuta bene e allora l'aveva tolta. La gente, per, le chiamava le Pagnini. Quante ne vendeva di queste micidiali fumose al circolo del Cintolese! Era una richiesta continua. Le sue mani vecchie, piene di dolori e poco agili non gli consentivano di farle personalmente, quindi ricorreva al nostro aiuto. Cos quasi ogni giorno lo si vedeva apparire a piedi su per la stradina di casa nostra per chiederci di fargli ora cinquanta ora cento di quelle puzzolenti sigarette. Per me e Marcello questa storia delle
sigarette era diventata un tormentone, ma naturalmente ci guardavamo bene dal farglielo capire. Qualcosa della nostra contrariet doveva comunque essere trapelato dal modo con cui lo accoglievamo, perch dopo le prime volte la richiesta era immancabilmente seguita da un: "Queste sono le ultime". Non so che sapore avessero queste sigarette spaccabronchi, ma evidentemente piacevano perch noi continuammo a farle per diversi mesi.


La paura.

Le razzie di animali erano diventate l'incubo dei contadini e non passava giorno che qualcuno non lamentasse la perdita delle sue bestie. Anche gli uomini dovevano tenersi nascosti quasi di continuo, perch i tedeschi avevano intensificato i rastrellamenti e comparivano improvvisamente sulle piazze, sulle strade, sulle aie, nelle case, portando via tutti quelli che trovavano.
Una mattina ebbi l'occasione di assistere a una scena che, nonostante la sua drammaticit, aveva senza dubbio del comico. Ero sul marciapiede davanti casa con la bicicletta a ruote per aria, indaffarato a mettere un'altra toppa - una delle tante - alla camera d'aria bucata. Alzai la testa quando Paolo del Cellini, con un secchio in mano, mi pass davanti diretto verso il pozzo posto all'altra parte dell'aia. Giunto all'altezza della stradina che portava gi alla provinciale lo vidi d'improvviso fermarsi: stette un attimo immobile, grid un versaccio ad alta voce di cui li per li non capii il significato, poi lasci andare il secchio che teneva in mano e torn indietro di corsa. Cosa succedeva? Lo capii nel vedere un tedesco che a piedi, a circa met della strada, stava venendo di corsa verso casa nostra. Il tedesco, appena aveva scorto Paolo gli aveva intimato: "Alt! Komm, komm!" Gridando
poi chi sa cosa, aveva ripetuto diverse volte questo: "Fermo!
Vieni qua!" Nello stesso tempo si era messo a correre verso di lui.
Immediata, imprevedibile e coraggiosa, era scattata la reazione di Paolo: "Komm, komm, komm" gli aveva urlato facendogli il verso. Poi, lasciato cadere il secchio a terra, aveva fatto dietro front e continuando a gridare quei monosillabi in tedesco se l'era data a gambe infilandosi tra gli alti steli di saggina che, fitti fitti, coprivano il campo dietro casa. Il soldato, viso stravolto dalla rabbia e fucile in mano, arriv sull'aia di corsa, url qualcosa che non capii verso di me, poi si precipit anche lui dietro la casa. Qui c'erano solo campi e non sapendo cosa fare n dove andare, si ferm; vide il campo di saggina, intu che il fuggitivo si era infilato li e cominci a sparare fucilate a caso tra le piante. Inutilmente, perch Paolo era ormai lontano e ben nascosto.
Rintanati nel vecchio mulino di Sergio Giacomelli quasi di continuo, la nostra permanenza fu segnata da eventi tutt'altro che piacevoli. Da una decina di giorni dormivamo, insieme a molte altre persone, sui pagliericci stesi per terra nel vasto locale caldo e umido. Una notte cominciai a sentire un fastidioso prurito alla schiena, prurito che si estese pi tardi alla testa e che divenne pi uggioso nei giorni successivi. La mamma, intuendone la ragione, mi tolse la camiciola di lana e, dopo un attento guardare, vi trov qualche schifosa bestiola: erano pidocchi, che avevano naturalmente infestato anche i capelli. Fu l'inizio di un tormento che colp anche Marcello e
che ci tenne compagnia per mesi, nonostante il taglio dei capelli, i bagni e i frequenti cambi delle magliette. Non c'era verso di eliminarli quegli insetti ripugnanti, perch i lendini, cio le loro uova, parevano resistere anche alla bollitura. Erano inestirpabili, anche perch si rintanavano nelle camiciole di lana che la nonna, molto brava a lavorare coi ferri, faceva con le sue mani. Era il suo lavoro quotidiano e la vedevi sempre con qualche gomitolo appresso, munita dell'inseparabile fattorino: il tubicino di canna fermato alla vita dove infilava il ferro perch stesse fermo. Intanto il prurito ci affliggeva, soprattutto di notte quando il caldo afoso che stagnava in quello stanzone ci faceva mancare il respiro.
Purtroppo non avevamo a disposizione nessun rimedio efficace. Il petrolio, col quale la mamma ci faceva delle energiche frizioni in testa, aveva come unico risultato quello di lasciarci addosso un puzzo nauseante che rimaneva per giorni e giorni. Scomparvero soltanto piano, piano, diverso tempo dopo il nostro ritorno a casa. Durante questo periodo da sfollati, noi ragazzi lasciavamo il nostro rifugio di tanto in tanto per fare un salto a casa, ma il babbo o la mamma non tralasciavano la visita quotidiana, se non altro per dar da beccare a quelle npoche galline che avevamo nel pollaio e portare un poco di erba ai conigli chiusi nelle gabbie della cantina.
Fu proprio una mattina che stava tornando a casa da Sergio che il babbo fu preso dai tedeschi. Quando si spostava, per non rimanere troppo in vista, normalmente non frequentava le vie maggiori, ma
soltanto i sentieri campestri e i viottoli. Quel giorno passando appunto lungo una redola tra i campi, sbuc sulla strada che portava dalla Via del Treppio alla casa del Giglioli; un piccolo salto per superare la fossa ed eccolo sulla strada. Qui si ritrov due tedeschi proprio davanti al naso. Questo modo banale e ingenuo di farsi prendere fu quello che pi di tutto lo tormentava: "Sono stato proprio un barbagianni a farmi prendere cos, arrivando sulla strada senza guardare, senza prima accertarmi che fosse libera. Il fatto  che l i tedeschi non ce li facevo proprio!" si rammaricava dopo, quando lo andammo a trovare sulle colline pistoiesi. Subito dopo, fu infatti accompagnato sulla Via del Treppio dove un camion aspettava. Da qui, insieme ad altri, fu condotto verso la montagna pistoiese, in un paese con un nome mai sentito prima: Grazie di Saturnana.
In questo piccolo paese, dove era stanziato il comando tedesco che sovrintendeva alle opere di fortificazione, si trov con centinaia di altri italiani e anche lui venne subito impiegato ai duri lavori di approntamento delle postazioni militari. Sebbene saltuariamente svolgesse nei campi le necessarie attivit agricole, non era certamente abituato, a questo ritmo lavorativo. Venimmo a sapere della sua destinazione da altri che erano riusciti a scappare e, siccome i tedeschi non gli permettevano di ritornare a casa nemmeno per una visita, dopo qualche giorno la mamma decise di andare a trovarlo, e mi port con s. Partimmo una mattina presto a piedi, carichi di
due borse piene di roba da mangiare e qualche indumento e,
arrivati a Pistoia, ci incamminammo per Capostrada. Qui prendemmo la salita che porta alle Grazie di Saturnana: poche case vecchie immerse nel verde dei castagneti, come constatammo dopo. Faceva un caldo insopportabile e arrampicarsi su per la salita con quei bagagli non fu cosa facile. Tuttavia verso mezzogiorno eravamo gi insieme al babbo. Ero felice, non solo per aver potuto riabbracciarlo, ma anche per la prova che avevo superato nel sopportare la fatica di un cos lungo viaggio a piedi. Restammo con lui fino all'indomani mattina dormendo in una vecchia casa che era stata abbandonata dai proprietari, o forse requisita dai tedeschi. Era una povera dimora scalcinata cui si accedeva attraverso alcuni scalini, con una cucina quasi vuota e una stanza da letto dal tetto malandato da cui la mattina filtrava anche qualche raggio di Sole. Per fortuna era piena estate e non avevamo bisogno di grandi ripari. Il giorno dopo, di buon mattino, ci avvertirono che avremmo potuto fare il viaggio di ritorno su un camion tedesco che scendeva a Pistoia: trovarsi pronti alle sette e mezzo sulla piazzetta del paese, questi erano gli ordini. A quell'ora ci trovammo davanti a un camion scoperto e a un militare tedesco che, in un italiano approssimativo e con accento decisamente teutonico, dette inizio a una pantomima durata un quarto d'ora. Ci fece capire che durante il viaggio a noi, da sopra il camion, spettava il compito importantissimo di tener d'occhio il cielo per avvistare in tempo eventuali aerei nemici. Ci mun di un bastone per dare, se del caso, forti colpi sulla cabina dove
lui infine sal a lato dell'autista.  facile immaginare con
quanta scrupolosit seguimmo l'invito del tedesco, dal cui dire concitato e preoccupato era sembrato che l'attacco fosse quasi sicuro. Non perdevamo di vista un attimo il cielo, da un orizzonte all'altro. Arrivammo a Pistoia senza alcun guaio, a parte lo sbatacchiamento cui fummo soggetti per tutto il viaggio dovuto al fondo pieno di buche e alle curve interminabili della strada, aggrappati alle sponde di quel camion. Scendemmo per continuare a piedi verso Monsummano.
Se tutto fino allora era andato bene, la fine del viaggio ci riserb qualche brutta sorpresa. Ripreso il cammino, con un Sole gi alto che bruciava, eravamo ormai oltre Serravalle quando scorgemmo lontana una colonna di fumo denso e nero che si alzava dalla pianura monsummanese. Fumo che, spinto da una leggera brezza calda, si disperdeva alto nel cielo giungendo fino a noi. Non avevamo idea di cosa fosse, ma poco dopo due o tre aerei da caccia ci passarono radenti sopra la testa. Quando li vedemmo erano gi sopra di noi: d'istinto ci buttammo nella fossa a lato della strada e qui restammo tra l'erba con il fiato sospeso e la testa tra le mani. Sapevamo che questi improvvisi raid aerei erano pericolosi perch come niente poteva arrivarti addosso un'improvvisa scarica di mitraglia. Stemmo un po' li dentro accucciati poi, visto che gli aeroplani non si udivano pi, riprendemmo la via. Da un gruppetto di persone che stava commentando quanto accadeva apprendemmo che alcuni caccia avevano poco prima bombardato e mitragliato una colonna di camion tedeschi verso la zona
delle Case. Mi resi allora conto che i timori del tedesco, la mattina prima di salire sul camion, non erano poi tanto infondati.
Dopo qualche giorno andando al Mariani arrivai fino al Fossetto ed ebbi modo di vedere quello che restava di due autoveicoli tedeschi colpiti: carcasse annerite, girate su un fianco, divorate dal fuoco.
Poich le incursioni degli aerei inglesi erano frequenti e ogni rombo di aereo era fonte di allarme e timore, quando eravamo a casa cercavamo di evitarne le pericolose conseguenze correndo velocemente nel rifugio scavato nella vigna.
Adesso, che la maggior parte del tempo si passava da Seggio, si viveva un po' pi tranquilli: qui eravamo proprio in mezzo alla campagna, lontano da strade d'una certa importanza e quindi pi al riparo sia dalle incursioni aeree che dalle violenze dei tedeschi. In ogni caso cercavamo di non allontanarci troppo dalla casa, di spostarci sempre e solo se necessario e possibilmente in compagnia di qualcuno. Di notte si oscuravano le piccole finestre e la vecchia porta d'ingresso perch nessuna luce filtrasse all'esterno, cosa che del resto facevamo da tempo anche quando eravamo a casa nostra. Comunque la maggiore tranquillit non alleviava in tutti noi l'angoscia per l'assenza del babbo, ancora in mano ai tedeschi. In pi, per non far andare in malora il raccolto dei nostri campi si rendeva necessario, come ho accennato prima, ritornare ogni tanto a casa per compiere qualche lavoretto e per accudire ai pochi animali che ancora
rimanevano, occupazioni a cui mia madre, aiutata da me e da Marcello, faceva fronte con spostamenti giornalieri e tanto sacrificio.
Spostarsi da un posto all'altro non richiedeva molto tempo: c'era da fare un percorso di una mezz'ora lungo viottoli e strade di campagna. Il problema era la nonna quando, per qualche ragione, era necessario un suo trasferimento, perch lei non ce la faceva pi a camminare. In questi casi ricorrevo al mezzo di trasporto pi semplice e pi adatto per una situazione del genere: la carriola. Avevamo una carriola di legno che si prestava molto bene allo scopo, perch aveva il fondo piatto. Vi facevo salire la nonna e poi, spingendo con forza, via tra i campi; mentre lei, appoggiata a un guanciale e sorreggendosi con le mani alle due sponde laterali, se la rideva. Povera nonna Assunta, era cos leggera, ridotta com'era pelle e ossa! Era malata, mangiava quanto un uccellino, aveva spesso dolori allo stomaco, ma non si lamentava mai e aveva sempre un'aria serena. Mi par di vederla, con quei capelli lisci e lucenti (a volte se li ungeva con dell'olio di oliva), ancora quasi tutti neri, con la divisa in mezzo, tirati indietro e appuntati in una piccola crocchia sulla nuca. Portava sempre una gonnella lunga scura a fiorellini pi chiari su cui legava un grembiule bianco, pulitissimo. I tratti del viso, di solito dolci e distesi divenivano marcati, quasi contratti, quando i dolori allo stomaco diventavano pi forti. Aveva una caratteristica che non perse mai: la garbatezza, direi la grazia. Allora doveva essere vicina agli ottant'anni. L'aiutavo a salire e a sistemarsi su una copertaccia,
poi partivamo per i sentieri e le redole di campagna, fermandoci ogni tanto per riprendere fiato. Era una scena da cinematografia neorealista, con la differenza che qui era tutto vero.
Se in genere tutto filava liscio, qualche volta il viaggio si trasformava in una allucinante avventura. Ho ancora vivido il ricordo di uno di questi incredibili viaggi lungo la redola del Giglioli, con la nonna che sobbalzava nella carriola, terrorizzata dagli aeroplani che ci volteggiavano sopra la testa, a loro volta inseguiti dagli spari della contraerea tedesca appostata nel campo vicino alla chiesa del Cintolese. L'arrivo degli aerei ci aveva sorpresi proprio in un tratto di strada privo di ogni riparo, per cui l'unica cosa che potessimo fare era di correre rapidamente verso la casa pi vicina: quella del Magro. Io spingevo e correvo, spingevo e correvo, mentre la nonna tenendosi forte con le due mani alle sponde laterali della carriola cercava di ridurre come poteva gli scossoni e gli sbalzi cui era sottoposta. Ci trovammo in mezzo a una specie di duello tra la contraerea tedesca e gli aeroplani, atterriti da un susseguirsi di esplosioni assordanti che parevano provenire dal campo accanto tanto erano forti, mentre i caccia nel riprendere quota quasi ci sfioravano. La nonna gridava terrorizzata e io correvo avendo un'unica preoccupazione: quella di poter arrivare alla casa vicina. Finalmente fummo sull'aia del Magro e allora cercammo rifugio dietro la casa, sotto una capanna addossata al muro, e qui rimanemmo a lungo mentre la nonna si copriva il viso con le mani e pregava, aspettando che quel pop di
finimondo finisse. Quando, dopo un tempo che ci sembr infinito, questo avvenne mi parve di essere scampato all'apocalisse.
Se dagli aeroplani in qualche modo riuscivamo a difenderci, contro i tedeschi non c'era riparo. Le ruberie di bestiame erano all'ordine del giorno, i rastrellamenti di uomini non avevano soste e le notizie che passavano ogni giorno di casa in casa erano di questo tenore: "Hanno preso il tale, hanno rubato le mucche del tal altro, hanno incendiato le capanne e i fienili di un altro ancora". Al Cintolese i militari nazisti si erano insediati nel circolo e da qui si spandevano intorno come cavallette alla ricerca della preda: pane, prosciutto, uova, farina; tutto quello che trovavano da mangiare lo portavano via.
Un pomeriggio di quell'estate calda noi ragazzi e la mamma eravamo tornati a casa e la sera avevamo deciso di dormire l, per non dover fare di nuovo il tragitto il giorno dopo. L'indomani di mattina presto, io e mio cugino Rodolfo che era venuto a stare qualche giorno con noi - i suoi invece erano rimasti in Padule, alla Bassa - eravamo ancora a letto. Lui aveva tre anni pi di me, quindi era intorno ai sedici anni. Marcello stava ancora dormendo nel letto della mamma. D'improvviso la porta della camera si spalanc e, come materializzatosi da un sogno orribile, comparve un tedesco: un giovane militare che con il fucile mitragliatore puntato verso di noi, prima ci squadr rapidamente, poi rivolto a Rodolfo che lo fissava allibito, con un: "Komm, komm" che non ammetteva
repliche n indugi, gli intim di alzarsi e seguirlo. Tiratici su a sedere sul letto, tra lo stupore e la paura non riuscivamo a staccare gli occhi da quel fucile, mentre lui, rivolto verso mio cugino, continuava a ripetere: "Komm, komm". Noi, paralizzati, li seduti con le gambe ancora coperte dal lenzuolo. Da dietro il tedesco comparve d'improvviso la mamma, la quale con voce rotta dall'emozione e dalla paura cominci a supplicarlo per fargli cambiare idea: " un ragazzo, ha solo quindici anni, dove lo vuol portare? Lo lasci stare. Non vede com' giovane. Venga, venga gi, gli do un pane, venga, venga" e intanto lo tirava per un braccio verso le scale. Il tedesco non intendeva rinunciare alla sua preda e avvicinatosi di un passo al letto ripet l'invito accompagnandolo da rapidi movimenti della canna del fucile verso l'alto. La mamma cominci allora a piangere e tra le lacrime, con il tono pi umile possibile continu a implorarlo: "E un bambino, ha solo quindici anni. E poi  malato; non vede che visino che ha? Per piacere, lo lasci stare. Venga, le do un pane. Vuole delle uova?" Io non credo che lui comprendesse bene quello che la mamma gli andava dicendo, ma mi parve che il suo atteggiamento di intransigenza cominciasse ad ammorbidirsi quando lei tir in ballo le uova. Forse fu soltanto una mia impressione, ma credo che veramente avesse capito il significato della parola uova, fatto sta che a un certo punto cess le sue intimazioni, abbass il fucile e si lasci trascinare dalla mamma in cima alle scale. Lentamente, in silenzio scese i gradini dietro di lei e and gi in cucina a ricevere il suo premio: un pane
bianco, un fiasco di vino e una decina di uova. Un pericolo scampato grazie alla forza di convincimento della mamma e...
delle uova. Non tutti gli incontri coi tedeschi per si concludevano felicemente come questo. Per Bruno del Baranti, un giovane amico del babbo, non ci fu scampo. Insieme all'amico Fosco Spinetti venne preso in Padule mentre, una sera col barchino, stavano attraversando il canale per andare a dormire presso i parenti nascosti in una capanna in mezzo alle cannelle. Portati al comando nazista vennero interrogati, terrorizzati e infine accusati di essere partigiani, furono condotti a Montecatini e qui impiccati ai lampioni davanti la chiesa. I loro corpi rimasero a lungo esposti sulla piazza come se fossero stati due ribelli pericolosi, mentre erano semplicemente due giovani contadini che andavano a passar la notte in Padule per sottrarsi ai pericoli della guerra.
Ancor pi tragica fu la fine di un nostro vicino amico di famiglia, Brunero del Pisa, il quale fu ucciso al Cintolese durante un rastrellamento. Una mattina si sparse la voce che i tedeschi avevano compiuto una retata in paese e che poi avevano fatto irruzione in chiesa dove si erano rifugiati una decina di uomini e li avevano presi. Secondo i tedeschi questa azione sarebbe stata fatta per rappresaglia, in conseguenza al ritrovamento di una bomba, nel circolo dove essi si erano insediati. Si pens subito che questa faccenda della bomba fosse stato un pretesto per entrare in chiesa, perch era impensabile che qualcuno avesse potuto introdursi nei locali del dopolavoro pieno di
soldati e deporvi un ordigno esplosivo. Molte chiese della zona accoglievano i giovani che si rifiutavano di obbedire ai bandi emessi dai repubblichini per reclutare forza militare.
Secondo tali bandi i giovani di diciotto- venti anni erano obbligati, pena l'accusa di diserzione e quindi il carcere o addirittura la morte, a presentarsi al comando fascista per essere inviati al nord a combattere a fianco dei tedeschi. Quasi tutti i giovani cercavano di sottrarsi a quest' obbligo che avrebbe voluto dire continuare una guerra ormai perduta - e che si era trasformata ora anche in un conflitto civile - a fianco dei fascisti e dei nazisti, avendo chiaro tra l'altro che presto la situazione sarebbe mutata con l'imminente arrivo degli anglo americani e con il ritorno allo stato di pace. L'unico modo per sfuggire a tutto questo era di darsi alla macchia rifugiandosi in Padule o sui monti, nei nascondigli costruiti vicino alle proprie case o in chiesa che, specialmente per coloro che abitavano in paese, era ritenuto il luogo pi sicuro. In essa trovavano ospitalit anche molti di coloro che, pi anziani, cercavano di sfuggire alle scorrerie tedesche per reclutare forza lavoro. Pensavano: " Qui non avranno la tracotanza di venire, non avranno l'ardire di profanare con le armi un luogo sacro". I preti quasi dappertutto, a rischio della propria incolumit, si prestavano facilmente ad aprire le porte delle chiese a chi chiedeva asilo. Siccome gli uomini catturati quella mattina dovevano essere interrogati, fu cercato in paese qualcuno che facesse da interprete. I tedeschi fecero perci chiamare Pietro
Cortesi, fratello dello zio Ezio, il quale essendo stato per un certo tempo in Germania, conosceva abbastanza bene il tedesco. Pietro per in quel momento si trovava dai suoi al Ponte Buggianese. Nell'attesa il gruppetto degli italiani venne portato a lato della chiesa, sulla Via del Treppio, dove aspettavano alcuni camion; i soldati intanto, fucili alla mano, li tenevano sotto controllo. Improvvisamente la situazione si anim, i militari nazisti cominciarono a gridare e alcuni di loro si precipitarono lungo la strada verso Meazino: "Halt, halt. Komm her, komme her" urlavano. Poi all'altezza della stradina che immetteva alla casa della Frua uno di essi punt il fucile e spar. Un giovane del gruppo aveva tentato la fuga. Era Brunero, che ora giaceva a terra sull'aia della casa, ferito a una gamba, perdeva molto sangue. La Tura dell'Amico che aveva seguito la scena dall'orto vicino, cerc di avvicinarsi per porgergli il grosso fazzoletto che aveva in testa: "Tieni, prendi questo legatelo stretto alla gamba" gli url. Ma i tedeschi la respinsero e la minacciarono col fucile, lei inizi a gridare, a piangere, cerc di buttargli la pezzola da lontano, ma non ci fu niente da fare: i soldati non ebbero piet. Brunero, disteso a terra, senza pi forze, mor dissanguato sull'aia della Frua. Si disse che dopo la morte del figlio, l'Annita del Pisa per mesi sia andata in giro alla ricerca di un fascista del paese, del quale si parlava come della spia che aveva indicato ai tedeschi gli uomini nascosti in chiesa, a cui lei voleva far pagare il fio della sua delazione.


La strage.

La situazione era diventata drammatica: i tedeschi terrorizzavano, il cibo scarseggiava e la fame si faceva sentire; cosicch il vivere quotidiano era sempre pi sconvolto e oppresso da sofferenze e pericoli.
In qualche modo, noi eravamo riusciti a ottenere un poco del nostro nuovo raccolto battendo col correggiato una parte dei covoni di grano sull'aia e a scambiarlo, grazie a un vecchio mugnaio amico del nonno, con altrettanta farina. Dal punto di vista alimentare l'essenziale almeno per il momento non ci mancava; era comunque il nostro un vivere alla giornata, nella penuria e nell'insicurezza. Per il resto tiravamo la cinghia, invidiando chi poteva permettersi - e ancora qualcuno c'era - cibi prelibati.
Dopo tanti anni ho ancora davanti a me l'immagine di un ragazzo fortunato, figlio di un ricco proprietario terriero, con in mano una profumata fetta di prosciutto distesa su una grande fetta di pane bianco. Dopo tanti anni credo di poter dire di non aver invidiato mai tanto nessuno come quel ragazzo.
Una sera di luglio, a buio fatto, il babbo inaspettatamente ritorn a casa: insieme a un amico di sventura era riuscito a fuggire dai tedeschi che, nella confusione di quei giorni, durante le ore di riposo notturno,
avevano allentato la sorveglianza. Nella notte, passando attraverso gli uliveti e i campi, dalle Grazie di Saturnana erano riusciti a raggiungere un cascinale dove si erano tenuti nascosti durante tutto il giorno successivo. La sera, appena buio, avevano ripreso il cammino verso casa passando per vie secondarie. Fu come se fosse tornato un'altra volta dalla guerra. Adesso si poneva il problema di nascondersi, per non farsi prendere di nuovo.
Cos, con l'aiuto di Paolo del Cellini, si mise a costruire un piccolo rifugio sotterraneo nei campi dietro la casa, proprio in quel campo di saggina dove Paolo si era nascosto qualche giorno prima per non farsi prendere dal tedesco arrivato inaspettatamente sull'aia. Su di un lato del campo, in vicinanza della fossa di scorrimento delle acque, scavarono una buca larga un paio di metri e profonda circa uno; buca che poi coprirono con delle tavole di legno. Al di sopra di essa, a livello del campo, buttarono la terra scavata spargendola qua e l in modo che la superficie del campo apparisse uniforme e non lasciasse scorgere il lavoro fatto. Dall'interno della fossa laterale del campo aprirono un piccolo passaggio, attraverso cui poteva entrare appena un uomo carponi e che veniva richiuso dall'interno con alcune grosse zolle erbose. Era un buco, appena sufficiente per contenerli, ma era sicuro. Qui, sia il babbo che Paolo, a volte insieme, a volte soli, rimanevano gran parte del giorno e l'intera notte. Questo nascondiglio permise loro di superare indenni l'ultimo terribile periodo dell'occupazione tedesca,
anche se non mancarono i momenti di grande paura.
Alle prime ombre di una sera che aveva fatto seguito a una drammatica giornata di rastrellamenti, il babbo se ne stava da solo - Paolo del Cellini sarebbe dovuto arrivare pi tardi - rintanato nel buco, quando ud delle voci indistinte poco lontano. Mano a mano che i secondi passavano le voci acquistavano contorni netti, sempre pi nitidi, inconfondibili e rivelavano, purtroppo, un timbro gutturale tristemente noto: erano chiaramente voci di tedeschi che si stavano avvicinando. Camminavano sulla proda, lungo il filare di viti, proprio nella sua direzione, verso il suo rifugio.
Quali pensieri e quali domande turbinano nella mente di un uomo in momenti drammatici come questi? "Vengono qui? Come hanno fatto a sapere? Una soffiata? Ma chi? E perch di notte? Vengono per prendermi? Forse per uccidermi?"
Se all'inizio aveva dei dubbi, ora tutto gli era chiaro: una spiata aveva indicato loro il nascondiglio e adesso erano li per prenderlo. "Eccoli, stanno arrivando". I passi si facevano sempre pi vicini, le voci sempre pi forti.
"Butteranno una bomba e addio. Oddio, sono qui sopra". Momento di terrore. Ma, strano, ora i passi sembravano allontanarsi: "Forse stanno cercando il punto esatto in cui si trova il rifugio".
Per anche le voci si facevano di nuovo meno distinte. Si, non c'era dubbio, si stavano allontanando. Le voci ora non si udivano quasi pi, i tedeschi erano ormai passati.
"Se ne sono andati. Come mai? E chiaro, non
sono riusciti a individuare il nascondiglio e di sicuro torneranno indietro. Uscire e fuggire via? Aspettare? Adesso non si sente pi niente". Silenzio assoluto.
Nel vortice di pensieri si fece strada un'idea che lo rianim: "Forse non sono qui per me. Forse stanno cercando qualche altra cosa. Ma cosa?"
Allora gli balen in mente che in una casa poco lontana da li, e per la precisione a Dolfo, abitavano due ragazze che, a quanto si diceva, ricevevano abitualmente dei tedeschi per passare insieme con loro delle serate in piacevoli conversari. Un viottolo, dall'altro lato del campo dove era stato scavato il rifugio, portava infatti da casa nostra a quella di Dolfo. Col buio della notte avevano evidentemente sbagliato il filare di viti e imboccato la proda dall'altro lato del campo. Ora tutto era chiaro, poteva rilassarsi. Ma che fifa!
Era ben conscio che in momenti come quelli il pericolo poteva venire da qualsiasi parte, e lui sapeva benissimo che se lo avessero preso sicuramente ci avrebbe rimesso la pelle.
La minaccia incombeva su di noi a ogni ora del giorno e della notte. Se gli uomini nascondendosi riuscivano nella maggior parte dei casi a sfuggire ai tedeschi, le famiglie, ridotte ormai alle sole donne con bambini e vecchi, private delle possibilit di difesa che la presenza degli uomini in qualche misura assicuravano, erano in loro completa balia. Come potevano difendersi dagli abusi, dalle angherie, dalle
aggressioni di soldati spietati che, armi alla mano, erano
capaci di tutto? In quei giorni poi i soldati tedeschi presenti nelle nostre zone, appartenenti a nuclei che avevano il compito di far terra bruciata delle nostre contrade, erano particolarmente attivi e non passava giorno che non si avesse notizia di qualche aggressione a questa o a quella famiglia.
Purtroppo, da tali violenze, non fu risparmiata nemmeno la nostra.
Una sera di un brutto giorno di agosto, all'ora di cena, d'improvviso si fecero sull'uscio due tedeschi. "Mangiare, volere mangiare" ingiunsero con un fare che non ammetteva repliche alla mamma che si era fatta loro incontro. Oltre a noi della famiglia, in quel momento erano presenti in casa anche la nonna Beppa e la zia Tina, che ci avevano accompagnati la mattina di ritorno da Seggio.
Vista l'aria che tirava quel giorno il babbo, insieme a Paolo del Cellini, dal pomeriggio era nascosto nel rifugio che avevano scavato nel campo. In casa perci c'erano solo le donne e noi ragazzi.
La mamma, in una atmosfera tesa e greve, prepar la tavola - noi avevamo cenato poco prima -e mise a disposizione dei due delle uova fritte, formaggio e pane. I tedeschi chiesero anche vino e la mamma port in tavola il fiasco. Si misero a mangiare e, con qualche parola in un italiano approssimativo, si informavano su chi ci fosse nella casa accanto, dove fossero gli uomini: "Sono soldati, militari" precis la mamma. Scambiavano ogni tanto qualche parola tra loro e bevevano. La mamma si rese conto che
fra non molto il vino avrebbe fatto il suo effetto e che le cose avrebbero potuto complicarsi, perci alla fine del pasto cerc di far loro capire che avrebbero dovuto andarsene perch si era fatto tardi e doveva mettere a letto i ragazzi. Quelli non intendevano o facevano finta di non intendere. Fatto sta che restavano li seduti a chiacchierare e a bere, costringendo tutti noi a rimanere con loro in cucina. La nonna Beppa a bassa voce e in disparte ogni tanto incitava la mamma a mandarli via, ricorrendo se necessario anche a modi decisi. Il tempo passava, la mamma ripeteva pi volte ai tedeschi l'invito ad andarsene perch: "Ci sono dei bambini e delle donne vecchie che devono andare a riposare". Facevano i sordi e restavano li: era chiara l'intenzione di voler rimanere per altri scopi. Noi ragazzi, silenziosi e impauriti, stavamo seduti sulla panca stretti alla nonna Beppa, la zia osservava con preoccupazione la scena senza dir niente, e solo di tanto in tanto si rivolgeva sommessamente alla mamma per dirle: "Lola insisti, devono andar via, se restano qui non si sa cosa pu succedere. E se poi tornasse Paolo?"
La mamma allora cambi tattica e dai modi bruschi pass alle preghiere e poi anche al pianto. "Vi prego, andatevene, ci sono dei ragazzi e dei vecchi. Vi ho dato quello che mi avete chiesto, ma ora dovete andarvene. E tardi, per piacere andate, i bambini devono andare a letto". Se le semplici parole non avevano fino ad allora avuto effetto, l'atteggiamento supplice e implorante sembr far breccia nell'animo dei due. Fatto sta che a un certo punto, dopo aver
parlottato a lungo tra loro, si alzarono e se ne andarono. Finalmente! Si riprendeva a vivere, l'incubo era finito, gli animi si distesero e ritorn un po' di serenit.
Ma non dur molto. Dopo un po', quando ormai eravamo immersi nel primo sonno, fummo svegliati di soprassalto da alcuni colpi dati con violenza all'uscio. I colpi erano accompagnati da grida: "Aprire, aprire. Entrare casa". Erano i due tedeschi che ritornavano alla carica. La mamma si alz, si affacci alla finestra della camera e cerc di dissuaderli: "Andare via, qui bambini, dormire, andare via". Ma quelli insistevano. Battevano colpi su colpi fortissimi alla porta che sembrava dovesse cedere da un momento all'altro. Intanto gridavano: "Entrare casa, aprire".
La mamma, in preda al terrore, richiuse la finestra: non sapeva cosa fare. La nonna Beppa invece era decisa: "Non aprire, per carit, non aprire, lascia che urlino, ma non aprire".
"E se cominciano a sparare, se buttano gi la porta?"
"Non aprire" si raccomandava la nonna. "Lasciali battere, se ne andranno".
"E se la serratura non regge, se riescono a entrare? Poveri noi, ci ammazzeranno tutti, forse sarebbe meglio aprire" sussurrava angosciata la mamma.
Ma la nonna Beppa era ben ferma nel suo proposito: "Non ci provare, non devi aprire, e non rispondergli, vedrai che se non hanno risposta se ne
andranno via".
La nonna ebbe ragione. La porta per fortuna resse e quelli, dopo aver continuato ancora per un po' a gridare e a bussare colpi alla porta, se ne andarono. Era finalmente finita anche questa volta.
Ma non per le altre donne che stavano nella casa accanto. I due, non essendo riusciti nel loro intento presso di noi, ora ci provavano con i Rafanelli.
Da questi nostri vicini quella sera, per non rimanere sole in casa loro, erano andate anche la L. e la R, due ragazze che abitavano nel vicinato, per cui all'interno dell'abitazione del Rafanelli si trovavano cinque donne, tra cui una giovane nipote del Rafanelli venuta li qualche giorno prima per star lontana dal paese. I tedeschi ripresero qui gli stessi metodi di poco prima: "Aprire, aprire". E gi colpi all'uscio di casa. Le donne all'interno, che avevano seguito impaurite le nostre vicende, in un primo tempo resistettero, ma poi la vecchia padrona di casa, l'Armida, presa dal terrore che potessero buttar gi la porta e farsi ancor pi violenti, si decise ad aprire.
Di quello che successe dopo sappiamo ci che hanno raccontato le cinque donne che si ritrovarono alla merc dei soldati. Una volta entrati, con fare iroso e atteggiamento brutale, presero le due donne anziane e le chiusero in una stanza, poi portarono le altre in una camera. Le tre giovani riferirono poi che non subirono violenza perch con pianti, preghiere e implorazioni riuscirono a impietosire i tedeschi, che alla fine se ne andarono.
La gente, spaventata da questi orrori, si disperdeva qua e l cercando rifugio lontano dai centri abitati e dalle strade principali. I paesi erano deserti, molte case abbandonate, nessun uomo circolava pi.
Sul fronte dell'Arno qualcosa si stava muovendo: finalmente gli inglesi e gli americani avevano lanciato un'offensiva per passare il fiume e spingere il nemico verso l'Appennino. La situazione divenne chiara anche a noi quando vedemmo file ininterrotte di camion e di carri trainati da cavalli passare lungo la strada in direzione di Monsummano; poi autoblindo, cannoni, carri armati. Non c'erano dubbi, i tedeschi stavano ritirandosi.
Ai Violi, durante questi movimenti verso il nord, fu piazzato sull'aia del Bechini un cannone enorme, cos grosso che la canna attraversava buona parte della corte. Un secondo uguale fu portato poco pi in l, a Barbadoro. Per nasconderli alla vista degli aeroplani da ricognizione alleati furono coperti con fiasche e con una grande rete di colore verde scuro. Andai un pomeriggio a vederli e ne rimasi sbalordito: non avrei mai immaginato se non li avessi visti coi miei occhi, che vi potessero essere cannoni di tali dimensioni.
Non ci rimasero molto li ai Violi, perch la sera del secondo giorno furono portati via: quel pomeriggio una cicogna (cos erano chiamati i piccoli aerei da ricognizione), probabilmente alleata, aveva sorvolato la zona a pi riprese, evidentemente per individuare le postazioni. Cos i tedeschi per non correre rischi li spostarono in un'altra zona.
Questi cannoni giganteschi rimasero ai Violi quindi, solo un paio di giorni, ma due giorni furono sufficienti per chi abitava nella zona per rendersi conto della loro straordinaria potenza. Una sera all'ora di cena un boato squass l'aria con un rimbombo tale da far tremare la nostra casa come una frasca al vento. Sembrava il terremoto. Al boato fece seguito il cupo rumore frusciante di qualcosa che ruzzolava nell'aria, poi altri schianti uguali si ripeterono a brevi intervalli di tempo. Forse si trattava di cannoni del tipo Berta, famosi appunto per la loro incredibile grandezza.
Altrettanto enorme si present ai miei occhi di ragazzo un carro armato tedesco, quando lo vidi da Dido del Papini dove era stato portato per nasconderlo alla ricognizione aerea. Era riparato sotto la capanna dove di solito venivano riposti gli attrezzi agricoli: avendo visto in precedenza qualcuno dei nostri piccoli carri, al confronto questo mi parve enorme. Nell'entrare tra le due colonne che delimitavano l'accesso alla capanna aveva evidentemente urtato contro quella di destra, ora questa mostrava una grossa crepa a met altezza e la parte superiore era spostata su di un lato.
Nei campi a ridosso della chiesa di Cintolese era stata installata una contraerea che entrava in azione ogni volta che un aereo alleato sorvolava la zona: quando sparava, i colpi secchi che si succedevano a raffica si ripercuotevano come enormi martellate sui muri delle case e facevano vibrare i vetri delle finestre. Questa contraerea creava forti preoccupazioni
e ci si aspettava da un momento all'altro un'incursione dei caccia inglesi per metterla a tacere. Fu una fortuna che i tedeschi avessero i nostri stessi timori e che dopo qualche settimana la portassero via, spostandola a nord.
Una sera le truppe tedesche in ritirata arrivarono anche a casa nostra con i cavalli e i carri. Cercavano luoghi riparati, lontani dalle vie principali, dove passare la notte. Fummo svegliati da voci provenienti dall'aia proprio sotto casa: voci dure, secche, di comandi e da rumori di ruote e scalpiccio di animali in movimento. A queste voci si sovrapponeva l'abbaiare insistente di Tirreno, il cane del Cellini che per era un po' il cane di tutti facendo la guardia a tutto il vicinato.
Vecchiotto, di piccola taglia, gambe corte e storte tipo bassotto, manto color marrone acceso con qualche macchia bianca qua e l. Tirreno era un bastardino purosangue, lo vedevi di solito trotterellare sull'aia su tre gambe o starsene accucciato davanti alla porta di casa del Cellini. Veniva spesso in casa nostra quando eravamo a tavola per ricevere un boccone di pane: arrivava, mi si piazzava seduto a lato e con il suo musetto a punta seguiva pazientemente ogni mio gesto finch io non gli buttavo un pezzetto di pane che, avendo egli difficolt a masticare per i denti guasti, inghiottiva di colpo. Era una guardia perfetta: bastava che sentisse qualcuno o qualcosa d'insolito nel raggio di cento metri - questa era la sua portata massima - che cominciava ad
abbaiare con una voce penetrante, monotona e insistente, tanto che dopo un po' non la sopportavi pi. Quella notte, di fronte all'intrusione di uomini e cavalli, Tirreno dava il meglio di s. Incuriosito mi alzai assonnato, aprii la finestra e alla luce incerta della Luna vidi, con un'occhiata panoramica, l'aia strapiena di carri, cavalli e soldati. Poi, proprio sotto la mia finestra, lo sguardo mise a fuoco un tedesco che, mentre sbraitava qualcosa all'indirizzo del cane che a pochi metri gli abbaiava insistentemente, teneva una pistola puntata su di lui. Temendo che gli sparasse, immediatamente mi venne di urlare: "Cuccia, Tirreno vai a cuccia". Ordine che ripetei pi volte, visto che non smetteva di abbaiare. Intanto il tedesco, probabilmente non capendo quello che dicevo, spostava la mira dell'arma dal cane a me. Mia madre, che si era anch'essa alzata e standomi vicino assisteva alla scena, mi tirava per un braccio dicendomi a bassa voce di richiudere la finestra e di tornare a letto. Ma Tirreno mi stava troppo a cuore e io avevo paura che gli facessero del male, per cui d'istinto continuavo a urlare: "Vai via, Tirreno vai via, vai a cuccia". E rivolto al tedesco: "Non abbia paura, non fa nulla, non morde". Cosa sicuramente vera perch non s'era mai sentito che Tirreno avesse morso qualcuno, ma di nessuna importanza in quel momento perch il tedesco di certo non lo sapeva e d'altra parte non capiva quello che dicevo. Continuava a tenere la pistola puntata verso il cane ora, ignorando me. Finalmente si era reso conto che io non ce l'avevo con loro e che mi premeva soltanto che il cane se ne andasse. Alla
fine deve aver capito anche che Tirreno era un cane innocuo dato che, dopo aver parlottato con un altro militare vicino, rimise la pistola nella cintura e lasci perdere il cane che per, imperterrito, continu a fare il suo dovere di guardiano abbaiando ancora a lungo. La mattina dopo se ne andarono coi loro carri e i loro cavalli, portandosi via dai pagliai fieno e paglia.
Ma ne arrivarono altri, i peggiori, quelli della retroguardia. Si insediarono in alcune ville di possidenti, senza tralasciare tuttavia le sedi dei circoli e le scuole. Da qui si spargevano poi dappertutto per portar via uomini, razziare bestiame, rubare oggetti di valore.
Da qui partirono anche quelli che la mattina del 23 agosto del '44 trucidarono nel Padule di Fucecchio centosettantacinque persone.
La notte precedente alla strage noi avevamo dormito da Seggio dove, come gi detto, ci eravamo trasferiti. Il babbo e la mamma la sera precedente avevano deciso che l'indomani saremmo tornati a casa per sistemare un po' le nostre cose che, negli ultimi tempi, erano state completamente trascurate, soprattutto con l'intenzione di prendere degli alimenti e degli indumenti puliti. Il rischio di farsi sorprendere dai tedeschi era ancora alto, ma nella nostra zona sembrava che negli ultimi giorni la situazione fosse migliorata e che le incursioni dei nazisti si fossero assai diradate. Tuttavia, come il babbo raccomand, non era certo il caso di trascurare le necessarie precauzioni.
Cos la mattina del ventitr, un mercoled, dopo aver fatto colazione, noi davanti e lui un po' indietro, ci incamminammo lungo i viottoli tra i campi. Il Sole era caldo, il cielo bellissimo e senza una nuvola. Non eravamo ancora arrivati alla casa del Giglioli che cominciammo a udire distintamente degli spari provenienti dalla piana, in direzione del Padule: spari lontani, a volte isolati a volte a raffica, che continuavano per un po' per interrompersi per un certo tempo e riprendere poco dopo.
Per la verit gi al momento della partenza da Seggio ci era parso di udire dei colpi in lontananza, ma non gli avevamo dato importanza. Non sapevamo affatto di cosa si trattasse: uno scontro dei tedeschi con qualche pattuglia alleata che si era spinta troppo in avanti? O forse uno scambio di colpi con qualche partigiano? In effetti, in quei giorni, si era sentito vagamente parlare di persone armate viste nella parte interna del Padule, ma nessuno di noi aveva delle certezze in proposito. Continuammo il nostro cammino preoccupati perch gli spari non cessavano, apparendoci chiaro, mano a mano che si procedeva, che non poteva trattarsi di altro se non di colpi di fucile e di mitragliatrice. Passando davanti all'abitazione del Giglioli chiedemmo a una donna se sapesse qualcosa: "Mah, non saprei,  da stamani presto che si sente sparare laggi".
Il babbo, silenzioso e visibilmente impensierito, ci fece cenno di non indugiare, aveva fretta di arrivare a casa per
rendersi conto di cosa stesse succedendo. Dopo cinque minuti
arrivammo e capimmo subito che qualcosa di grave stava davvero accadendo. Lo capimmo nel vedere la Leonetta del Cellini che piangeva li sull'aia, in cima alla stradina che portava alla provinciale, insieme alla Bruna e alla Giuliana, le sue figliole.
"Dicono che i tedeschi stanno ammazzando tutti in Padule. Paolo  andato laggi stamani e ancora non  tornato, aveva dei lavori urgenti da fare alla Bassa. Ha detto che al momento la situazione sembrava tranquilla, che negli ultimi giorni di tedeschi in giro non se ne sono visti" ci disse angosciata, mentre con lo sguardo fissava la via. "Sono un paio d'ore che siamo qui, si sentono quegli spari da stamani e di Paolo non si sa niente".
Non se la sentiva pi di stare ad aspettare, voleva andargli incontro ma il babbo e la mamma la dissuasero.
Paolo del Cellini ebbe fortuna: neanche una mezz'ora dopo eccolo di ritorno in bicicletta. Ci rifer con voce rotta dall'emozione che, arrivato nel Fossetto la mattina presto, aveva cominciato a sentire i primi spari, ancora lontani; allora si era fermato e qui poco dopo erano arrivate correndo due donne da cui era riuscito a capire, tra pianti e lamenti, la tragedia che si stava consumando. Passando attraverso viottoli e redole di campagna era tornato indietro, ma si era fermato un momento in paese per capire quanto di vero ci fosse in quello che gli avevano raccontato. Dalle notizie che via via arrivavano aveva avuto conferma della strage, senza
tuttavia rendersi conto dell'enormit della violenza nazista.
Subito ci venne in mente che anche lo zio Alfrisio, con la zia Gina e i cugini Rodolfo e Ivo, si trovava laggi, al casotto della Bassa. Si,  vero, loro si erano installati nella parte pi esterna del Padule, ma non tanto lontano da essere immuni dal pericolo; cominci anche per noi il tormento dell'attesa.
Il babbo, lasciata da parte ogni prudenza, attraverso i viottoli tra i campi corse al Cintolese per vedere se fossero tornati a casa, ma qui non c'erano e nessuno li aveva visti. Allora cerc di sapere di pi su cosa effettivamente stesse accadendo: gli confermarono quello che gi si sapeva e qualcuno aggiunse che il cappellano, don Renato, era andato verso il Padule per rendersi conto di persona.
Intanto mentre noi, angosciati, eravamo l tutti insieme davanti a casa a fremere, in ansia per i nostri parenti, ecco che dal fondo della stradina apparvero gli zii e i cugini con passo lento, piano, come se fossero gravati da un peso enorme. Uno dietro l'altro, a capo chino si avvicinavano alla casa, mentre gli andavamo incontro correndo. Guardando quei visi stravolti dalla commozione e dall'orrore, ci rendemmo conto di quello che dovevano aver passato. Dopo essersi ripresi, rassicurati e rinfrancati dal nostro affetto e dalle nostre premure, seduti sul muretto davanti alla casa ci raccontarono com'erano riusciti a uscire vivi da quell'inferno.
Appena udite le prime raffiche e intuito il pericolo avevano subito deciso di ritornare verso il Cintolese. La loro fortuna era stata quella di aver
preso il viottolo sull'argine del Fossone, anzich la strada principale del Vione e, attraversato il Fossetto, dirigersi verso la casa dei Mariani; cos erano arrivati alle prime case del paese senza incontrare neanche un tedesco. Al momento della loro partenza i soldati, che avevano iniziato la strage dalla parte pi profonda del Padule (tralasciando la parte al di sotto del canale, quasi impenetrabile per le cannelle e il sarello), ancora non erano arrivati nella Bassa, anche se gi alcune pattuglie avevano raggiunto il Vione e i poderi della fattorie Poggi-Banchieri e Borghese, dove avevano compiuto i primi eccidi. Fu questa la loro salvezza.
Fortuna e salvezza che non ebbero molti che avevano creduto di trovare in Padule sicurezza e rifugio. Famiglie intere, giovani e vecchi, maschi e femmine, indistintamente furono massacrati: i Criachi, gli Iozzelli, i Bini e tanti altri. Le vittime non furono soltanto gli sfollati dai paesi vicini, ma gli stessi contadini che avevano i loro poderi alla gronda del Padule, dai Lepori ai Romani, dai Simoni ai Malucchi, dai Giacomelli ai Tognozzi: famiglie sterminate selvaggiamente senza nessuna colpa.
Scorrendo l'elenco delle vittime ci possiamo rendere conto della ferocia di quelle truppe di retroguardia specializzati nel creare il terrore: Severina Tognozzi un anno, Lorenzo Romani settantasette anni, Maria Malucchi cinque mesi, Roberto Luciano Natali due anni, Maria Faustina Arinci novantatr anni e cos via. Erano questi i partigiani? Bimbi appena nati e
vecchi novantenni? Donne coi loro bambini trucidate sull'aia delle loro povere case di contadini, uomini abbattuti sui campi, persone inermi in cerca di un rifugio. Questi erano i partigiani?
Il tutto era stato adeguatamente pianificato dal comando tedesco, forse quello stesso che aveva sede nella Villa Poggi Banchieri a Castelmartini. Lo scopo, a detta del comando, era quello di distruggere un covo di partigiani che si annidava tra le cannelle del Padule e che si era reso responsabile del ferimento di un tedesco qualche giorno prima nei dintorni del Ponte Buggianese. Le numerose indagini fatte in proposito dopo la fine della guerra hanno del tutto escluso questa versione: in Padule non vi erano partigiani organizzati, come lo dimostra il fatto che tutte le vittime furono civili residenti nei comuni limitrofi.
L'azione ebbe inizio la mattina di quel tragico 23 agosto 1944 prima ancora dell'alba, dalla zona di Stabbia, dalle Morette e, pi a ovest, dal Ponte Buggianese per estendersi poi verso nord, in direzione della strada provinciale Monsummano Cintolese Stabbia Fucecchio. Nella zona di Cintolese la strage cominci dalla capanna del Borghese. Da qui si estese verso la Nievole e, proseguendo verso nord, tocc la casa dei Malucchi, poi quella dei Simoni fino all'Uggia e Pazzera. In questa parte del Padule i tedeschi, muniti di mitragliatori, fucili e pistole falciarono tutti quelli che incontrarono.
Nella mattinata don Renato, il parroco del Cintolese, venne a sapere da una donna scampata al massacro della tragedia che si stava consumando. Accompagnato da un seminarista raggiunse alcune
zone dove da poche ore era passata la morte. Le vittime erano dappertutto: nelle case, sulle aie, nelle capanne, sugli argini, sulle vie, nei campi.
And di casa in casa, di podere in podere a raccogliere quei poveri corpi e aiutato da alcuni compaesani riusc a portarli al cimitero con un carretto spinto a mano. Qui li contarono: erano ottantaquattro. Solo quelli della zona del Cintolese.


La liberazione.

La strage aveva fatto precipitare la gente nel terrore pi cupo e il Cintolese era diventato un paese fantasma. Le famiglie - gli uomini soprattutto - si nascondevano come e dove potevano: nei rifugi scavati sotto terra, nei fienili, nei campi di granturco o di saggina. I pi esposti, come ho detto, si erano gi allontanati dal paese cercando rifugio presso parenti e amici in mezzo alla campagna.
Le strade erano deserte, nessuno si azzardava a frequentare la piazza del paese. L'uccisione di tante vittime e i lutti di tante famiglie avevano gettato il paese nella disperazione e nello sconforto, su tutti incombeva una atmosfera di angoscia e di orrore.
Passato qualche giorno per, i tedeschi s'incontravano molto pi di rado: qualche camionetta, qualche moto. Fino a che nel giro di un paio di settimane scomparvero del tutto. Se ne erano andati?
"Sar vero? Siamo finalmente liberi?" si chiedevano le persone incredule. Tanta era stata la sofferenza e la paura che si stentava a credere che quei tragici giorni fossero veramente finiti.
Qua e l qualcuno della nostra gente si cominciava a vedere, le strade non erano pi vuote e la piazza del Cintolese andava lentamente rianimandosi.
Se in molti dominasse ancora il dubbio, la diffidenza e il sospetto, in gran parte della popolazione si
faceva strada la speranza e si tornava a vedersi, a parlarsi e a anche a sorridere. Era come se un incubo fosse finito, come se la strage del Padule fosse stato il prezzo da pagare per risuscitare a nuova vita.
Eravamo liberi! Se ne erano veramente andati! Il terrore era finito e sarebbe finita presto anche la guerra.
Qualche giorno dopo - erano i primi di settembre - si sent circolare la voce che in paese erano arrivati gli inglesi. Finalmente si erano mossi: da mesi erano fermi a Fucecchio!
Cos quello stesso pomeriggio partii di corsa per il Cintolese per vedere i liberatori. Non ero ancora arrivato che gi da lontano scorsi sulla strada un folto gruppo di persone e in mezzo alla piazza, sicuramente arrivate da pochissimo, un'autoblindo e qualche camionetta con una decina di soldati. Avvicinandomi vidi che indossavano una divisa un po' strana, tanto da dare l'impressione di non essere nemmeno dei militari: non avevano affatto quell'aria marziale che eravamo abituati a vedere nei tedeschi. C'era chi portava un elmetto, chi era a capo scoperto, chi indossava un maglione marrone, chi una giacca di pelle, e apparentemente non avevano armi, all'infuori di alcuni ufficiali, come mi parve di capire dal fatto che portavano una pistola nella fondina. Se non fosse stato per questo particolare non saremmo riusciti a distinguere il soldato dall'ufficiale. Il modo di fare tra di loro era cameratesco e ben lontano dalla formalit che
contraddistingueva i rapporti tra i soldati e gli ufficiali
italiani. Insomma, pi che soldati, sembravano un gruppo di amici venuti a trovarci.
Erano attorniati da tante persone festanti arrivate da tutto il circondario. La gente li voleva salutare, ammirare da vicino, toccare; increduli che fossero venuti veramente a liberarci da quella angosciosa oppressione cui il terrore tedesco ci aveva fatto precipitare negli ultimi mesi. Le donne, i ragazzi, gli uomini del paese erano tutti l intorno alle camionette, consapevoli che i liberatori, anche se ora erano soltanto una decina, presto sarebbero stati migliaia, che sarebbe stato impossibile tornare indietro.
Ma intanto...
Improvvisamente un boato rimbomb nel cielo e scosse la piazza: la gente si guardava, non capiva; di colpo l'animo di tutti fu sopraffatto dall' incertezza, dall'inquietudine e dal disorientamento. Ognuno domandava al vicino cosa stesse accadendo, guardava smarrito i soldati, sentiva di nuovo ridestarsi la paura.
Immediatamente dopo un secondo colpo, questa volta pi vicino, squass l'aria. Allora non ci furono pi dubbi: erano cannonate sparate dai tedeschi dai primi contrafforti appenninici, sopra Montecatini Alto, dove si erano attestati.
In un battibaleno la piazza si svuot e anche i soldati scomparvero riprendendo la via di Castelmartini da dove erano venuti.
Non sapevo cosa fare e rimasi un istante incerto, poi d'istinto mi buttai a correre lungo la strada, verso casa. Arrivato davanti all'abitazione della Pia un fischio pauroso
sibil nell'aria: mi accucciai addossato al muretto di mattoni
che costeggiava la via e subito dopo il fragore assordante di uno scoppio mi esplose nelle orecchie.
"Questa  caduta qui vicino" dissi tra me che, nonostante la paura, ero ancora capace di pensare.
A pochi passi, protetto dallo stesso muretto, c'era un uomo d'una cinquantina d'anni piuttosto corpulento. Sentivo che stava dicendo qualcosa ma non capivo cosa. D'improvviso me lo vidi sfrecciare davanti di gran carriera, con una velocit incredibile per una persona cos grossa e lo sentii gridare: "Vieni, spostiamoci dalla strada, qui  pericoloso". Mi alzai e, senza farmelo dire due volte, mi misi alle sue calcagna. Fatti cinquanta metri si butt sulla sinistra ed entr nel viottolo che porta al Mariani, e io dietro di lui. Qui, quasi sdraiati, ci mettemmo a ridosso del ciglione di terra che ci sovrastava sulla destra.
Eravamo appena arrivati quando un altro sibilo squarci l'aria e termin con una esplosione che mi stord: tutto intorno sentii qua e l piccoli tonfi, quasi dei frusci i. Erano schegge che ci cadevano vicino sfiorandoci, ma che per fortuna non ci colpirono. Alzai la testa e vidi a un centinaio di metri il tetto della casa di Ivo di Zore con un buco enorme da cui fuoriusciva una colonna di fumo nero. Sapr poi che, essendo anche loro sfollati, la casa in quel momento era deserta.
Stranamente non avevo paura, mi rimisi gi ad aspettare il colpo successivo e di tanto in tanto alzavo la testa per dare uno sguardo alla casa di Ivo. Mi aspettavo che andasse a fuoco ma invece niente, solo
il buco sul tetto e il fumo. Rimasi l ancora un po' di tempo poi, vedendo che le cannonate non si ripetevano, attraverso i campi corsi verso casa dove per non trovai nessuno.
Dall'Armida del Rafanelli, l'unica persona che trovai nel vicinato, venni a sapere che si erano tutti rintanati nel rifugio della vigna, e allora mi diressi li.
Altra brutta sorpresa: non si trovava Marcello. La mamma e il babbo erano sulle spine: Marcello era con gli zii mentre questi, da casa nostra dove erano venuti a stare per qualche giorno, ritornavano alla loro abitazione in paese per vedere anch'essi i liberatori; poi da quando erano cominciate le cannonate, a seguito dello scompiglio che ne era derivato, di tutti loro si erano perse le tracce.
Aspettammo a lungo, ma inutilmente e la mamma allora decise di andare a cercarlo. And in paese, chiese a questo e domand a quello, ma di Marcello nessuno sapeva niente, nessuno l'aveva visto. Era quasi sera, la mamma era disperata. Finalmente una donna, la Gina di Damino, riport la speranza: "Si, l'ho visto insieme ad Alfrisio e alla Gina, stavano andando verso Castelmartini". Infatti poco dopo eccoli tutti di ritorno: finito il pericolo si erano decisi a rimettersi in cammino verso casa. Venimmo a sapere che, nel timore che le cannonate fossero il segno di un imminente ritorno dei tedeschi, avevano ritenuto opportuno indirizzarsi verso la zona di Castelmartini dove erano gli alleati.
Era finita l'ansia, la famiglia era di nuovo unita e il cuore
ora poteva trovare un po' di pace. Le preoccupazioni, i travagli, le ansie della guerra sembrava che stessero veramente per aver termine.
E invece la guerra ebbe ancora un sussulto.
L'indomani, nella tarda mattinata, eccomi di nuovo al Cintolese per vedere ancora gli inglesi che immaginavo avrebbero ripreso in forze la loro marcia verso di noi. Appena arrivai sulla piazza mi resi conto che qualcosa non andava per il verso giusto: a lato della chiesa, proprio all'inizio della Via del Treppio, un folto gruppo di persone, molti armati di fucile, stavano parlando in modo concitato. Sulla porta delle case alcune donne seguivano gli avvenimenti con preoccupazione, come mi parve di capire dai loro volti seri, quasi angosciati e dal modo con cui trattenevano i bimbi presso di s. Mi stup il fatto che tra questi uomini ci fosse anche lo zio Alfrisio, che brandiva nella destra un vecchio fucile.
Degli inglesi nemmeno l'ombra.
Cosa succedeva? Dalla zia Tina che abitava proprio li vicino venni a sapere che quegli uomini armati erano antifascisti, gente del paese accorsa sulla piazza quando si era sparsa la voce che una pattuglia di nazisti dal Pozzarello stava dirigendosi verso il Cintolese. Nel tentativo di opporsi a un loro ritorno discutevano se si dovesse andare loro incontro oppure aspettarli li, preparandosi ad accoglierli come si doveva. Le opinioni divergevano, c'era un po' di confusione, si parlava concitatamente, ma tutti erano d'accordo che non si poteva stare senza far nulla. Alla fine prevalse l'idea, certamente la pi saggia, di andare a informare gli inglesi,
che si erano installati nella Villa Poggi Banchieri (proprio dove prima erano i tedeschi) e che dopo il precedente raid non si erano pi visti.
Difatti, dopo un po' eccoli arrivare con delle camionette: si misero a parlare con qualcuno degli uomini, guardarono in su lungo la strada del Treppio, poi salirono anche sul campanile per osservare meglio.
Pi tardi - intanto io ero velocemente tornato a casa - due ufficiali inglesi vennero anche alla nostra abitazione: chiesero di poter salire in camera per guardare dalla finestra di dietro, da dove osservarono a lungo la campagna verso il Pozzarello e Montevettolini con un binocolo.
Per fortuna i tedeschi non si videro; n si sarebbero visti pi. Gli animi si rasserenarono. Forse questa volta era veramente finita.


Una nuova vita.

Era l'ottobre del '44: stava per iniziare per noi una nuova vita, ancora difficile, dura, ma aperta alla speranza.
Ovunque i segni della guerra appena finita: strade dissestate piene di buche e di sassi, ponti rovinati fatti saltare dai tedeschi in ritirata, case colpite dalle cannonate, raccolti distrutti, fabbriche vuote.
E la fame imperversava.
Non si trovava pi nulla da mangiare se non al mercato nero e a prezzi che i pi non potevano permettersi: la farina, l'olio, lo zucchero, il sale, il carbone costavano un occhio della testa, ma anche le scarpe e i vestiti erano introvabili.
Ognuno si arrangiava come poteva: coltivava un pezzetto di terra per ricavarne un po' di verdure e di legumi, dava una mano ai contadini per portare a casa un pezzo di pane, andava in Padule per procurarsi qualche pesce o qualche uccello, sempre alla ricerca di qualcosa con cui sfamarsi. Il pane della tessera che spettava a una famiglia bastava appena per i bambini ma gli adulti avevano bisogno di mandar gi qualcosa per lenire i morsi della fame, e cibo non se ne trovava se non pagandolo l'ira di dio.
Ma chi aveva soldi da spendere? La gente era da tempo senza lavoro e senza denari. Da questo punto di vista quello fu certamente il periodo pi duro
che la popolazione attraversava dall'inizio della guerra. Una mano ce la davano generosamente i soldati alleati, soprattutto gli americani, a cui non mancava nulla.
Che differenza coi nostri poveri soldati vestiti alla meglio e con le gambe avvolte nelle fasce! Loro potevano permettersi giacconi di pelle, maglie e calzini di lana, pantaloni solidi, scarponi impermeabili all'acqua. Non andavano a piedi, ma si spostavano su quelle auto tuttofare, le jeep, che divennero famose per la loro capacit di adattarsi a qualsiasi strada, a qualsiasi condizione del terreno. Da mangiare avevano di tutto: pane bianco come non lo si vedeva da anni, cioccolate grandi, latte condensato, scatolette di carne di manzo e di pesce. E poi noccioline, birra e la famosa chewing-gum: la gomma da masticare che noi non avevamo mai visto prima, faceva un certo effetto vedere quei soldati biascicare in continuazione come capre.
All'inizio guardavamo con curiosit anche i soldati neri, per noi una novit assoluta, presto per ci facemmo l'abitudine perch li incontravamo spesso, ma ricordo ancora la faccia smarrita della nonna Assunta quando un giorno comparvero sull'aia sopra una jeep due di questi afro-americani!
I militari alleati distribuivano questo ben di dio alla gente affamata con grande generosit, cos come regalavano indumenti, scarpe e sigarette che loro -questo mi colp molto - fumavano in continuazione, accendendo la nuova con la vecchia. Le Camel e le Lucky Strike divennero presto famose anche da noi.
Avere un po' delle loro cose non era difficile, bastava una rapida conoscenza, un piccolo piacere, un modesto lavoro fatto per loro. Per esempio molte donne lavavano loro i panni, riuscendo cos a portare a casa non solo qualche lira ma anche scatolette, cioccolate, camicie, maglie, scarpe. Divenne comune vedere giovani calzare scarponi o indossare maglioni e cappotti militari.
Gli americani avevano posto il comando alla Grotta Giusti e l vicino avevano piazzato una grande tendopoli per i soldati che divenne luogo d'incontro di tanta gente alla ricerca di qualcosa da mangiare o per altre necessit; ma divenne anche punto di ritrovo di uomini di pochi scrupoli, di affaristi da strapazzo e di segnorine, come furono chiamate le ragazze che si intrattenevano coi militari. Una congerie di persone che cercava di trarre dal rapporto con i militari un sostegno alla propria sopravvivenza.
Nei momenti di libert i soldati sciamavano dalla Grotta Giusti un po' dovunque, prendevano contatto con la gente, facevano conoscenza con le famiglie e s'incontravano con giovani e ragazze. In questo modo si andava creando un clima di stretta familiarit tra loro e la popolazione, clima che fu di grande aiuto a tutti noi per superare le difficolt del momento
La gente tirava avanti cercando faticosamente di tornare a una condizione di normalit e anche noi, seppur tra mille difficolt, andavamo riprendendo il nostro regolare modo di vivere.
Ora che il babbo era con noi avevamo la certezza che sarebbe
presto passato anche questo momento difficile. Riprendemmo a curare i nostri campi e il babbo ricominci a lavorare privatamente come massaggiatore, ricavandone quel tanto che ci bastava per condurre una vita accettabile.
Era ricominciata anche la scuola, ma il caos era ancora grande.
Avevo iniziato di nuovo a frequentare la seconda media nonostante le strade fossero quasi impraticabili e i ponti rovinati tanto che, quando con la mia bicicletta dalle gomme piene giungevo al rio del Bardi e poi al ruscello che scorre vicino a Togheo, dovevo scendere di bicicletta, prendermela sulle spalle, calarmi gi nel letto del rio, attraversarlo con un salto e risalire l'argine dall'altra parte. Operazione che per diventava impossibile quando il rio ingrossava per le piogge. Era anche difficile trovare i libri e tutto nella scuola era precario. Tuttavia, pur tra mille difficolt, riuscii a frequentare la seconda media e poi passare in terza.
Fu all'uscita di un giorno di scuola, avendola lasciata con un'ora di anticipo per l'assenza di un professore che, insieme a un compagno di classe che (con chiari riferimenti manzoniani) noi chiamavamo Griso, decisi di soddisfare un mio desiderio da tempo cullato: andare nei pressi della stazione di Montecatini a vedere le cicogne, quei piccoli aerei da ricognizione che si alzavano e atterravano a lato della ferrovia, sulla breve pista ricavata lungo la strada del Campigli.
Posteggiate le nostre biciclette su un lato della
strada, rimanemmo per un po' di tempo a osservare le evoluzioni di due di questi leggeri aeroplani poi, recuperate le nostre bici e superata la sbarra che limitava l'estremit di quel campo di volo improvvisato, prendemmo il piccolo sentiero tracciato a lato della pista e ci incamminammo verso casa, evitando cos di dover fare un lungo giro.
Purtroppo non avevamo fatto i conti con i due nerboruti poliziotti militari che stavano li di guardia, quelli con il casco con la scritta M.P: Military Police, che ci fermarono, ci presero per il collo e ci rinchiusero in uno sgabuzzino di legno. Qui, con fare burbero e con parole incomprensibili ma di chiaro rimprovero, ci tennero per almeno due ore. Non comprendevamo nulla di quello che i due gendarmi, facendo ogni tanto all'improvviso la loro comparsa all'interno dello sgabuzzino, venivano a muso duro a dirci, ma capimmo questo: che era proibito transitare lungo la strada che fungeva da pista (cosa che peraltro noi assolutamente ignoravamo). Eravamo in preda alla disperazione. Le domande che ci scambiavamo: "Che cosa ci faranno? Ci lasceranno andare? E quando?" rimanevano ovviamente senza risposta. A un certo punto il Griso, in aperto contrasto col suo nome, preso dalla paura cominci a piangere, ma di un pianto irrefrenabile e cos forte che fu sentito anche dai due M. P. l fuori. E questo finalmente li convinse che era l'ora di lasciarci andare. A dire il vero anch'io stavo per essere preso dallo sgomento, perch a un certo punto avevo avuto la sensazione che quelli l fuori si fossero dimenticati di noi e mi tormentavo perch
sapevo che i miei erano di sicuro in pensiero per il ritardo.
In quel periodo ero molto impegnato con la scuola, ma negli intervalli pomeridiani lasciati liberi dai compiti mi ritrovavo spesso con gli amici per qualche nuovo svago che la guerra ci aveva portato.
Cos, con l'inseparabile Ivo di Zore e mio fratello Marcello, un giorno rovistavamo tra la carcassa bruciacchiata di un camion colpito dagli aerei; un altro assistevamo all'arrivo di un gruppo di carri armati americani che, stanziati nei campi di Dido del Papini, scorrazzavano su e gi sconvolgendo il terreno; un altro ancora attraversavamo il Segalare per recarci al campo militare della Grotta Giusti alla ricerca di qualcosa di interessante, e cos via, approfittando di ogni nuova occasione che la situazione di volta in volta ci offriva.
Passato dunque il fronte, la guerra per noi era veramente finita e cominciava il grande sforzo per risollevarsi dal baratro in cui essa ci aveva precipitato. Gli americani, che rimasero a lungo tra di noi, ci furono in questo, di grande aiuto.
Dei tedeschi avevamo sentore solo di tanto in tanto, specialmente in relazione a qualche nuovo eccidio di popolazioni inermi, simile a quello patito dalle nostre genti, e degli alleati sapevamo che proseguivano la loro avanzata verso il nord.
Nella pianura padana lo scontro tra tedeschi e repubblichini da una parte e alleati e partigiani dall'altra continu a lungo, e naturalmente anche l si ripeterono le uccisioni e le distruzioni e la gente pat disperazione e sofferenze, in una lotta che spesso assumeva il carattere di guerra civile.
Stava comunque per iniziare una nuova era, al principio segnata dalla epurazione dei fascisti, dalle ritorsioni verso i collaborazionisti e ancora dalla miseria, dalle privazioni, dalla disoccupazione e dal mercato nero. Non mancheranno nei mesi seguenti momenti travagliati, giornate dure, una pacificazione da recuperare e una fiducia nei valori fondamentali da riconquistare. Ma questo difficile inizio gi annunciava i grandi traguardi di rinnovamento e di progresso sociale che con la ritrovata libert il paese si accingeva a raggiungere.
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FINE.